Homo hominis lupus o animal socialis: due concezioni differenti nel pensiero filosofico

Nell’anniversario della nascita di Thomas Hobbes rivediamo la sua teoria dell’homo hominis lupus con tutte le sue contraddizioni.

Secondo la filosofia di Hobbes sintetizzata nella famosa frase homo hominis lupus l’uomo è un animale egoista votato alla mera sopravvivenza di sè, costituisce dei gruppi sociali solo per soddisfare i propri bisogni necessari, ma fondamentalmente vive in una situazione di costante conflitto con gli altri suoi simili, ma vediamo che non tutti la pensano così.

Lotta di tutti contro tutti

La frase homo hominis lupus è stata presa in prestito da Hobbes dal commediografo latino Plauto per esprimere al meglio la condizione in cui, secondo Hobbes, versa l’uomo, ovvero quella di vivere una vita fondata sull’egoismo: ogni uomo è per un altro uomo un lupo. In quest’ottica secondo Hobbes, allo stato naturale in cui l’uomo vive una vita senza leggi, il suo istinto naturale è portato non ad avvicinarsi ai suoi simili bensì a danneggiare l’altro per persguire i propri interessi. In questo senso è dunque impossibile pensare che l’uomo si avvicini a un altro essere della sua specie per motivi affettivi; l’unico motivo che spinge degli uomini a legarsi in organizzazioni comunitarie, secondo Hobbes, è la possibilità di raggiungere degli obbiettivi personali attraverso l’altro. Questa concezione dell’uomo non fu adottata solamente da Hobbes, ma anche da altri filosofi e pensatori come Francesco Bacone, Erasmo da Rotterdam e John Owen.

Il cervello sociale

Non tutti però sono d’accordo con questa visione hobbesiana, già facendo riferiemento solo ad Aristotele che in epoca classica riteneva che l’uomo avesse dentro di sè un’innata tendenza sociale. A favore di questa tesi aristotelica, più recentemente grazie a studi di neuroscienza e psicologia si è riuscito a dimostrare come, contrariamente a come diceva Hobbes, allo stato di natura l’uomo è portato naturalmente ad aggregarsi, a ricercare i suoi simili. Secondo questi studi infatti per l’essere umano è primaria la necessità di confrontarsi con esseri della propria specie e di sentirsi parte di un gruppo;addirittura vi sono studi che dimostrano che il nostro cervello si sia sviluppato così come lo conosciamo in seguito alla necessità di comprendere il modo di interagire con gli altri esseri umani: si parla infatti del cosidetto cervello sociale. Un filosofo recente Doumochel, riprendendo la tesi hobbesiana, ha cercato di stavolgerla, evidenziando come la teoria dell’homo hominis lupus sia stata concepita in un’epoca in cui sicuramente Hobbes era stato influenzato dalla violenza, dalla sete di dominio che imperversava in Europa pe rvia delle guerre di religione. Doumochel a sua volta, ritiene infatti che le emozioni, le passioni umane, dunque anche l’egoismo, siano frutto dell’interazione intraspecifica umana.

Apparente egoismo

D’altronde, a favore della tesi dell’uomo come animal socialis, basta pensare a come oggi giorno per noi sia talmente importante rimanere sempre sintonizzati sui social, all’interno di una comunità, sempre connessi con più persone possibili e come sarebbe impensabile (seppure forse questa è un’estremizzazione della vita dell’animal socialis) vivere senza esserre sempre in connessione con gli altri. Senza far riferimento ai social, è possibile comunque dimostrare come vi siano delle malattie mentali che derivano dall’isolamento prolungato, dunque come l’uomo se si ritrova lontano dai suoi simili per troppo tempo si ammali a livello fisico, proprio a dimostrazione che l’egoismo di fondo tanto decantato da Hobbes probabilmente è solo uno strato superficiale che cela il bisogno genuino dell’altro.

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