Nel centottantesimo anniversario del primo utilizzo di un anestetico “moderno” durante un’operazione chirurgica, ripercorriamo la sua storia fra algologia e dolore fisico-spirituale, per rispondere alla domanda “cosa è il dolore?”.

Che sia l’anestetico d’effetto di Donatella Rettore o un pugno in testa (uno, strano e primitivo, metodo per indurre la narcosi), lo studio del dolore ha colto l’interesse di numerose menti per molti secoli. L’anestesia come la conosciamo oggi è solo il raggiungimento di anni ed anni di interesse medico (e non solo) rivolto verso l’argomento della sofferenza, fisica, spirituale, mentale.
ANESTETICI E STORIA: UN BREVE EXCURSUS
In un articolo di Focus pubblicato il 30 Marz0 2022 (link al testo), Claudia Giammatteo parla di anestesia da un punto di vista storico molto interessante. Il problema dell’anestetizzare i pazienti sarebbe, infatti, un tema discusso sin dai tempi degli Assiri e degli Egizi. Le tecniche che sono state utilizzate nel corso dei secoli sono delle più disparate: ad oggi, leggere di botte in testa (o alla mascella) come metodi utilizzati quotidianamente dai medici antichi fa quasi nascere un sorriso sul nostro volto. La realtà è quella di una disciplina che ha cercato in tutti i modi di alleviare il dolore di coloro che dovevano essere sottoposti a strazianti procedure curative, che fosse con la violenza o con l’utilizzo di espedienti naturali.

NARCOTICI: LODE ALLA VITA “ANESTETICA”
Ancora una volta, l’etimologia può venire in nostro soccorso. La Treccani legge: “narcosi”, dal greco νάρκωσις, “torpore”, è “lo stato di incoscienza […] provocato da particolari farmaci (detti narcotici)”.
È riconosciuto da numerose fonti l’utilizzo antico di oppioidi, cannabinoidi e alcol come anestetici. Questi “strumenti” controversi hanno sicuramente assunto un significato diverso nel nostro tempo, rendendosi partecipi di quella pericolosa tendenza all’anestetizzare l’esistenza degli uomini. Galimberti scrive dell’abuso di alcol nei giovani con queste parole (link all’articolo):
“Inebriandosi, si cerca un rimedio a una vita non alimentata da alcuna passione, e l’anestesia che procura è la via cercata per non esserci in un mondo, il nostro, che vive la condizione giovanile più come un problema che come una risorsa.”
Per il filosofo, il rifugio negli agenti narcotici (che sia ricorrere ad un eccessivo utilizzo di alcol o cadere nella dipendenza da droghe pesanti) sarebbe il sintomo di una società che mette sotto accusa il futuro. La paura dell’incertezza – l’angoscia, per render contento Kierkegaard – e la fuga dal dolore cercano rifugio in una “vita an-estetica”, sicuramente lontana dal richiamo antico al valore del dolore (e del “momento negativo”, Hegel-parlando).
L’APOLOGIA AL DOLORE
Evitando di cadere nell’inutile retorica della Snowflake Youth, “gioventù fiocco di neve”, e tenendo conto delle parole di Galimberti, si potrebbe volgere lo sguardo ad una visione positiva del dolore, mossa da filosofi antichi e contemporanei.
Per un’apologia al dolore, bisogna tener conto della sua universalità: così Peter Singer muove le sue accuse contro lo specismo, invocando la sofferenza come una condizione condivisa in tutti gli uomini e in tutti gli animali. Il dolore si fa strumento per unire, manifestandosi come un’esperienza condivisa.
Ancora: è ineccepibile per molti lo sguardo di Nietzsche nei confronti del “momento tragico”. Sintetizzando l’opera magna “La nascita della tragedia”, l’autore ripercorre la storia della tragedia antica paragonandola al percorso dell’umanità, persa nella ricerca della ragione. Il mondo ha deciso di ignorare il dionisiaco, il “negativo”, e demonizzarlo: la via per la libertà è quella che non ci pone catene, quella nella quale si riconosce la figura dell’Oltreuomo, capace di accettare ogni stato, anche quello della sofferenza.
Per ricordarci di come la felicità sia nel dolore, potrebbero soccorrere le struggenti parole di Dostoevskij:
“A volte l’uomo è straordinariamente, appassionatamente innamorato della sofferenza.” – Delitto e Castigo, 1866.