Gas tossici, massacri e violazione di accordi internazionali. Origine e sviluppo di un controverso termine popolare.

“Fare un ambaradan”, quante volte lo abbiamo sentito in connessione ad una situazione di confusione, di baraonda. Eppure non tutti sanno che tale espressione origina da una delle pagine più scure delle storia italiana.
La battaglia dell’Amba Aradam
Siamo nel contesto della guerra d’Etiopia (ott. 1935 – mag. 1936), la presa della capitale Addis Abeba era ostacolata solamente dalla barriera naturale del monte Amba Aradam, presidiato dalle truppe abissine. L’esercito italiano, comandato dal generale Badoglio, era fermamente convinto di poter riuscire a portare a casa la vittoria. L’attacco ebbe inizio il mattino del 10 febbraio sorprendendo gli etiopi. L’utilizzo degli aerei di ricognizione permise di localizzare le posizioni militari sull’altura e di organizzare un piano d’attacco lungo i punti deboli della formazione.
La preparazione offensiva venne preceduta da una scarica di granate per allentare le difese etiopi, oltre che al massiccio uso di gas venefici in pieno contrasto alle disposizioni della Società delle Nazioni. L’inaspettato accerchiamento dell’Amba Aradam creò scompiglio nell’esercito difensore, spingendo il generale ras Mulughietà a tentare di sbloccare la situazione prendendo di petto gli italiani. Tutti gli sforzi non bastarono per evitare l’inevitabile. L’ultimo contingente rimasto a presidiare l’altura, cercò invano di resistere alla scalata italiana, ma la sera del 15 febbraio la posizione venne presa. Badoglio era riuscito a portare “Il Tricolore sull’Amba Aradam”.
La vittoria ebbe luogo grazie soprattutto all’uso sconsiderato di armi chimiche durante e dopo l’assedio dell’Amba Aradam. L’odio verso lo straniero, rese terra ed aria il campo d’attuazione dello sterminio di militari e civili. Infatti, dopo la resa etiope l’esercito italiano continuò a massacrare le colonne in ritirata con proiettili all’arsina e al fosgene. Le sostanze tossiche utilizzate provocarono infiammazioni, vesciche e piaghe alle mucose oculari e polmonari, distruggendo le cellule con cui venivano in contatto. L’aviazione, dal suo canto, si occupò di avvelenare campi e bestiame con l’iprite, in modo da distruggere dall’interno la resistenza, colpendo direttamente i civili.

La nascita del detto
Il nostro caso non è di certo l’unico, numerosi sono i detti popolari che hanno un preciso riferimento storico. Si pensi ad esempio a “fare un quarantotto”, collegato ai moti rivoluzionari che scossero l’Europa nel 1848, oppure a “fare le cose alla carlona” che invece deriva dal modo di vestire trasandato di Carlo Magno. “Ambaradan“ o Amba Aradam dunque? partiamo con un’analisi della trasformazione del termine. Come si sarà capito, Amba Aradam è un altopiano montuoso facente parte dell’attuale Etiopia. In lingua locale, “amba” sta a significare una generica altura dalla vetta mozzata, chiamata dagli italiani durante il conflitto “cappello da prete”.
Ciò che sappiamo della battaglia basta per far capire la connessione esistente tra i due nomi. La caoticità della ritirata abissina e i continui massacri italiani rimasero impressi ai soldati ritornati in Italia, arrivando al punto di riferirsi a delle situazioni confusionarie “come se fosse ad Amba Aradam”. Il passo adesso è breve per arrivare alla nostra attuale forma contratta. Secondo il fenomeno fonetico della crasi, le due vocali vanno a convergere in una sola, unendo le due parole originarie. Diversamente, la sostituzione della “m” finale con una “n”, è dovuto all’utilizzo del termine in funzione del parlato piuttosto che dello scritto, arrivando facilmente ad errori di pronuncia di questo tipo.

Problemi etici
Il termine “ambaradan”, forse per ignoranza della sua origine, è andato diffondendosi non solo come detto, ma anche come nome di generici esercizi di vendita in tutta Italia. D’altronde, si tratta un espressione popolare, sulla bocca di tutti, quasi simpatica, quindi perché non usarla per fini commerciali? avranno pensato i proprietari. Ma cosa dire delle numerose “Via dell’Amba Aradam” sparse in lungo e in largo per il nostro paese?
Quella più in vista è senza dubbio la centralissima strada di Roma così intitolata, passante per piazza San Giovanni in Laterano. Nel giugno 2020, questa, è stata protagonista ritardataria di quell’ondata di rivolta sociale contro ogni statua, testo o intitolazione di strade legate in qualche modo al passato colonialista europeo. Se infatti l’imbrattamento della statua di Indro Montanelli a Milano, rappresenti solo la punta dell’iceberg di tale processo, il caso della “Via dell’Amba Aradam” è sicuramente passato inosservato ai più.
Alcuni attivisti nella notte tra il 18-19 giugno, hanno apposto una targa con una proposta, se così si può definire, per una nuova intitolazione alla strada. I nomi scelti a sostituire la voce originale, sono quelli di George Floyd, l’uomo afro-americano ucciso dalle forze dell’ordine a Minneapolis, e Bilal Ben Messaoud, il migrante morto a Porto Empedocle dopo essersi tuffato da una nave quarantena. Il revisionismo storico, giusto o sbagliato che sia, non avrà certo qui delle risposte. Tuttavia, voglio concludere con una piccante citazione di Simone Vazzana, “La Stampa”, 17 maggio 2017:
“Per capire il paradosso, cosa pensereste se vi ritrovaste a percorrere un’ipotetica “via Auschwitz” nel cuore di Berlino?”
