Giovanni Pascoli ci spiega perché la vertigine dei sentimenti ha plasmato la storia

Che ci piaccia o no, siamo fatti di sentimenti. Ecco come il modo in cui sentiamo il mondo ha plasmato la storia degli uomini.

“Il grande regno delle emozioni” potrebbe sembrare il titolo di un film d’animazione. Ci potrebbe ricordare il celebre Inside Out della Pixar, dove il cervello umano era raffigurato come una grande torre di controllo e potevamo assistere all’interazione e al susseguirsi di rabbia, gioia, tristezza e paura. In effetti, è così che siamo fatti. Anche se non è proprio tanto semplice comprendere e immaginare il funzionamento dei sentimenti, ci tocca ammettere che sono questi a segnare l’esistenza umana. Così il grande regno delle emozioni, più che il titolo di un film, è il soggetto attivo della storia. La storia di ognuno di noi, e quella collettiva dell’umanità, fatta di passato, presente, e futuro.

Storia sentimentale del mondo

I sentimenti hanno plasmato gli ultimi tremila anni“: lo afferma Richard Firth-Godbehere, storico della Queen Mary University. Da circa dodici anni egli affianca nei suoi studi la storia delle emozioni a quella delle idee, certo che siano le emozioni e le percezioni umane a segnare e governare il corso della storia. Il suo saggio “Storia Sentimentale del mondo” è un tentativo di analisi degli ultimi tremila anni alla luce di queste consapevolezze, e con l’intenzione di analizzare gli eventi non esclusivamente nella loro dinamica ma soprattutto nella loro percezione e nel modo in cui hanno agito sui popoli e nelle epoche. Psicologia e studio del linguaggio sono alla base di questo studio del versante emotivo della storia umana, studio che prende avvio dalle civiltà antiche e giunge ai sentimenti dell’epoca governata dalle macchine. La storia, insomma, non ragiona. Chi la vive e chi la fa, sì.

La storia non ragiona

La considerazione da cui è partito Firth-Godbehere non era solo inerente all’idea che fosse possibile realizzare un racconto del modo in cui le emozioni hanno influenzato la storia, ma anche alla consapevolezza che questo fosse un ambito storiografico troppo spesso ignorato. Il fatto che non esista uno schema dietro agli avvenimenti più assurdi della storia, come ad esempio il nazismo del Novecento, è una chiara prova del fatto che sono i sentimenti a governare le epoche e che questi sono tanto vasti e imprevedibili da necessitare uno studio approfondito e spesso trascurato. Un esempio potrebbe essere la trasformazione dell’amore in terrorismo per i fanatici. Lo storico ha definito l’amore come una cosa molto buona, che può far fare cose pessime. È con l’amore che si spiegano le crociate. È possibile? Che sia l’amore o la rabbia il sentimento maggiormente determinante nella storia, comunque, certo è che nessuna delle emozioni può essere considerata come un caso a se stante. È la storia dei sentimenti e della loro evoluzione, a dominare gli eventi. Può esserci infatti tanto amore dietro alla rabbia, o molto più spesso tanta paura. Esistono poi la speranza, la tristezza, e c’è anche il rancore. Tutte queste potrebbero anche derivare dall’amore, però. Un sentimento da non trascurare, poi, è il desiderio: ad esempio è dal desiderio di possesso che è nato lo stato Nazione. Inoltre, un punto da tenere in considerazione è inerente al modo in cui uno Stato possa plasmare le emozioni: è successo ad esempio durante la Guerra Fredda, quando il sentimento di amore per la patria è stato manipolato da Russia e America.

La vertigine di Giovanni Pascoli

Sui sentimenti dell’uomo e sulla sua condizione nel mondo si è interrogato profondamente Giovanni Pascoli nel poemetto “La vertigine”, che racconta il senso di vertigine che prova l’uomo nel realizzare l’immensità del cosmo.

Si racconta di un fanciullo che aveva perduto il senso della gravità…

L’uomo è convinto di stare sulla terra in posizione eretta. Non potrebbe pensare il contrario, dal suo punto di vista. Ma qual è il punto di vista del poeta, che solo riesce a sentire come un fanciullo nell’ottica pascoliana? Visti da una prospettiva distaccata dalla concretezza della terra, gli uomini appaiono penduli, aggrappati disperatamente alla superficie, ed esposti al rischio di cadere in cielo. La terra, dalla sua, appare informe e volante, sospesa nell’abisso con gli uomini. Se nessun appiglio è in grado di reggere, quale può essere la meta del viaggio sulla terra? Le emozioni più varie si susseguono nella vita degli uomini, e la governano completamente, ma a capo di tutte c’è la paura. Dell’abisso, di cadere, della fine del viaggio. Alla fine del poema di Pascoli c’è l’evocazione di un Dio, che spoglia di speranza pare solo l’ipotesi lontana di un salvataggio che resta comunque poco probabile:

“La sosta! Il fine! Il termine ultimo! Io,
io te, di nebulosa in nebulosa,
di cielo in cielo, in vano e sempre, Dio!

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