Un viaggio all’interno dell’architettura del ricordo, tra “Le città del mondo” di Vittorini e i ricordi dell’autore.

Valerio De Caro è un giovane architetto ennese, attualmente segue il corso di dottorato “Tecnologie innovative per l’ambiente costruito” presso l’Università Kore di Enna. “Il paesaggio della memoria”, il suo primo libro, è un’osmosi continua tra architettura, paesaggio ed emozione, ed è proprio a partire da queste tre componenti che inizia il nostro viaggio per la Sicilia.
L’intervista
Iris: Com’è nato “Il paesaggio della memoria”?
Valerio: Il libro nasce con il progetto della mia tesi di laurea, quando la chiesi al professore Maurizio Oddo, che ha scritto l’introduzione del libro, andai da lui con un’idea ben chiara: volevo che la mia tesi risentisse in qualche modo dell’eco dei miei ricordi infantili a Pantalica, del fiume, delle lunghe passeggiate che facevo lì da bambino, della ferrovia dismessa diventata anch’essa un sentiero da percorrere; il professore mi disse consiglió di leggere “Le città del mondo” di Vittorini, che è stato uno dei miei compagni di viaggio in questa avventura letteraria.
Quando un architetto vuole raccontare un paesaggio descritto in un’opera ha due scelte: leggere un testo, assimilarlo, interpretarlo, e progettare basandosi sul testo; oppure lasciare che sia il progetto a raccontarsi.
L’architetto così diventa narratore, e, nel caso di Vittorini, è il narratore che si fa architetto, raccontando le città, descrivendole, dandogli un’anima; Turri scriveva del paesaggio come teatro di cui l’uomo e attore, Vittorini scriveva di personaggi che vivono le città, fuggono dalla miseria e cercano posti nuovi, belli, che fanno persone belle.
I: Cosa vuol dire per te “memoria”?
V: Per me è tutto ció che ci resta, il ricordo è estremamente personale, in architettura è “il sedime del progettare”, perché per progettare, per parlare, per comunicare col mondo, abbiamo bisogno di ricordi.
Oltre ai segni e alle regole cosa c’è? C’è quello che la critica molte volte dimentica: l’architettura come creazione, ed è proprio l’atto creativo a farsi spazio tra le cose che permangono, luoghi e anfratti che si cristallizzano con la memoria.

I: Perchè definisci il paesaggio come prodotto di libertà e contemplazione? Che ruolo ha la campagna in tutto ció?
V: Prendiamo ad esempio Turri, che si occupa di territorio, lui dirà che solo se conosci bene il paesaggio, allora sarai in grado di progettare.
Non puó esistere progettazione senza tutti i segni della nostra memoria, senza i nostri sensi, ecco perché il paesaggio è importante, ecco perché progettare è un atto di libertà.
La campagna è il territorio in cui gli uomini rurali, architetti senza regole, hanno progettato quando si sono stanziati lì per necessità, il paesaggio rurale rappresenta il massimo che era possibile fare con la minima risorsa.
I: Che importanza ha il giardino nel progetto?
V: La prima parola che mi viene in mente pensando al giardino è musicalità.
Paolo Orvieto parla delle “Cittá del mondo” in “Paragone”, una rivista, dicendo che Vittorini dà grande importanza alla musicalità; dalla banda che passa per le viuzze dei paesini, al mormorio della folla, tutto è descritto dando una grande importanza alla componente sonora, anche attraverso l’utilizzo di suoni onomatopeici: è la parola a renderci partecipi del rumore dell’acqua o del sussurrare delle foglie, della musica o della voce del popolo.
Tutto si muove perfettamente come in una grande orchestra, creando una danza continua tra il teatro/mondo, l’uomo protagonista, la memoria narrante, e il suono accompagnatore; perché quindi non riportare questa perfetta armonia in architettura?