160 anni fa nasceva a Trieste uno degli scrittori più conosciuti e discussi della letteratura italiana: Italo Svevo.

Conosciuto soprattutto per il suo romanzo La coscienza di Zeno, Svevo risulta essere uno dei capisaldi della nostra letteratura. Poco compreso inizialmente si rivela uno scrittore poliedrico e di vari interessi.
Chi vuoi essere?
Italo Svevo è in realtà solo lo pseudonimo, perché il nome dell’autore in questione è Aron Hector Schmitz. Italianizzato poi come Ettore è divenuto Italo Svevo per la sua duplice cultura -italiana e tedesca- acquisita a Trieste, luogo di nascita e di formazione, che fu anche di grande spunto poiché di stampo mitteleuropeo.
Nasce il 19 dicembre del 1861, come veniva prima ricordato, a Trieste. La sua famiglia, di origine e cultura ebraica è composta da altri sette fratelli, mentre altro otto non sono riusciti ad arrivare all’età adulta. Frequenta parte delle scuole con suo fratello Adolfo e prosegue in un istituto professionale, sebbene gli insegnanti non vengano ricordati con molto affetto. Quel che è certo è che, già da questi anni, Ettore sviluppa un certo interesse per la lettura e per la letteratura, facendosi più volte riprendere dal padre perché interessato ad alcuni romanzi francesi.
In relazione al padre ricordiamo la sua volontà di indirizzare ai figli non solo all’apprendimento del dialetto friulano -che veniva parlato normalmente in casa- e della cultura ebraica, ma anche del tedesco, che, a parer suo, era fondamentale per l’ingresso nel mondo del lavoro e per mantenere un certo profilo. D’altronde, un pensiero del genere non può essere biasimato, dato che Trieste era allora sotto l’impero austriaco.

L’interesse per la scrittura e i primi tentativi
L’interesse di Italo Svevo per la letteratura è vivo sin dai primi studi. Come spesso accade per poeti e scrittori italiani e non, anche Svevo ha avuto diversi intoppi nel suo percorso, che hanno prevalso sia nella scrittura delle sue opere, sia nella loro pubblicazione, senza contare i pareri del pubblico e della critica. Prima di diventare uno scrittore infatti, Svevo era un banchiere. Si era dedicato a questa attività facendone il suo lavoro, forse anche per una questione puramente familiare, dato che collaboro anche con il suocero. Nel frattempo inizia una collaborazione con un giornale e riesce a far pubblicare, tra 1888 e il 1890, i suoi racconti Una lotta e L’assassinio di via Belpoggio, scritti in lingua italiana sotto lo pseudonimo “Ettore Samigli”. Successivamente scrive anche un monologo teatrale.
In riferimento alla lingua possiamo aprire un’altra questione: Svevo è italofono per nascita. Parla fluentemente italiano come prima lingua, ma si forma in un ambiente prettamente tedesco, cosa che gli permette di acquisire una certa padronanza della lingua. Solitamente una bivalenza di questo tipo potrebbe creare dei conflitti, ma questa caratteristica vive in Svevo con una certa armonia, tanto da rifletterla anche nello pseudonimo scelto. In ogni caso, si forma tanto sui classici tedeschi che su quelli italiani, prediligendo anche quelli francesi e alcuni scritti di stampo scientifico, con un particolare interessamento per le teorie darwiniste.
Il primo romanzo
È il 1892 ed è l’anno in cui Svevo perde il padre, ma è anche l’anno in cui pubblica il suo primo romanzo, Una Vita.
La critica resta per lo più impassibile, ignorando il lavoro. Nel frattempo incrocia una relazione con una popolana, fino a sposare la cugina Livia Veneziani, dalla quale avrà una figlia, Letizia, che avrà una vita molto lunga ma segnata da lutti e tragedie. Circa sette anni dopo pubblica il suo secondo romanzo, dal titolo Senilità. Anche in questo caso, la critica non dà segnali positivi. Questo lo porta ad abbattersi e a decidere di non scrivere più o quantomeno di non pubblicare. Lavora anche per conto del suocero, ti trovandosi più volte a fare viaggi all’estero, che lo porteranno a conoscere letterati del calibro di James Joyce, suo insegnante e amico, che incoraggerà Svevo a non abbandonare la sua attività di scrittore. Riesce ad entrare in contatto anche con le teoria freudiane, fatto che ben si specchia nel suo romanzo successivo. Le sue teorie -molto famose- come quella dell’inetto hanno un profilo ora molto più delicato e trovano posto non solo nelle sue opere, ma anche tra le pagine della letteratura.
Segue a questo punto la pubblicazione de La coscienza di Zeno che non solo avrà dei riscontri positivi, ma poterà ad una riconsiderazione totale delle opere sveviane e soprattutto dei romanzi precedenti i quali sono considerati un trampolino di lancio per il romanzo prima citato.
Prima di arrivare ad un apprezzamento a tutto tondo però, Svevo deve ancora una volta fare i conti con la critica. In Italia Svevo non sembra avere un posto, non viene apprezzato. Sarà Joyce ad occuparsi della promozione del romanzo, mentre in Italia Montale è il primo ad accorgersi dell’autore. Dopo le positive recensioni su piattaforme di stampo europeo e dell’importante voce italiana di Montale, scoppia il caso Svevo che -come anticipato- porta alla riconsiderazione totale delle sue opere.