Può l’arte mostrare l’altra faccia della società? Vediamolo attraverso le opere del “Pitocchetto”

L’arte è capace di mostrare ciò che siamo stati, talvolta in modo diretto e senza filtri, questo è il caso del “Pitocchetto”.

Autoritratto di Giacomo Ceruti, XVIII sec., Pinacoteca di Brera.

Giacomo Ceruti nacque a Milano nel 1698 dove morì nel 1767. Negli anni ‘20 si spostò a Brescia, dove con una forte capacità di dipingere la realtà, immortalò i pidocchi della società:  donne, orfani e mendicanti, da qui il soprannome di “Pitocchetto”.

Le donne

Sembrerà strano partire dalle donne, ma nell’epoca di cui stiamo parlando, nessun pittore si sarebbe immaginato di catturare con l’inchiostro semplici lavoratrici tessili. La scena che riporta il “Pitocchetto” è piuttosto conviviale, vediamo infatti come le adulte cerchino di insegnare alle bambine come svolgere la mansione, quella rappresentata è una realtà al di fuori dei classici canoni artistici e sociali. Si vede infatti come alcune delle donne guardino stranite verso di noi, non abituate com’erano a vedere qualcuno interessato a loro, si potrebbe dire che abbiano provato anche un leggero timore, “attaccate”, se così si può dire, all’interno del proprio spazio privato, al sicuro da occhi indiscreti. 

Questo è un fatto centrale quando si parla di storia delle donne, la loro marginalità sul piano sociale non può che portare a rivolgimenti talvolta tragici come si vedrà. La sorte di una donna era strettamente legata a quella di un uomo, basta aprire un manuale di storia per veder associato qualsiasi nome femminile ad uno invece maschile, nel ruolo di madre, moglie o sorella che sia.

Il lavoro femminile si svolgeva in ambito domestico, non si trattava solamente di badare alla propria casa, ma, nel caso del settore tessile, spesso venivano commissionati dei lavori con il quale potessero tirar su qualche moneta, seppur poche che fossero. L’impossibilità di un’indipendenza economica, soprattutto in caso di morte del marito, portava le donne ad un futuro certo, quella della povertà e dell’accattonaggio, lo storico George Huppert riporta il caso della tessitrice francese Jeanne Michon della città di Lione la quale, rimasta vedova, si ritrovò con nulla più di un letto, un lenzuolo e una logora coperta.

Giacomo Ceruti, Donne che lavorano,  anni ‘20 del ‘700, Collezione privata.

I bambini orfani

Quello degli orfani può essere un tema ostico, che riesce a smuovere gli animi anche di chi non è interessato alla storia, talvolta quest’ultima propone degli sguardi alla società passata che non sono troppo distanti da quella odierna, specie in alcune parti del mondo. L’opera qui sotto riportata mostra una scena che può far tenerezza, si vede infatti un bambino con il sorriso stampato sulla faccia mentre mostra contento il contenuto della sua cesta. Un contenuto, fatto di pesci e aragoste, prodotti non proprio alla portata di tutti, come poteva un semplice bambino averne una cesta piena? 

Probabilmente quello era un orfano, costretto ad una vita di carità e di piccoli furti che gli permettevano di sopravvivere seppur in condizioni non certo degne. Bisogna però fare un passo indietro per capire come quel bambino, inteso in forma impersonale, fosse arrivato a quel punto. Abbiamo già detto come le donne vivessero marginalizzate e impossibilitate ad una vita solitaria per assenza di indipendenza economica, e già così il loro futuro non poteva avere certo strade diverse dalla povertà, ma la situazione poteva peggiorare nel caso della nascita di un figlio. Quella di una madre era una condizione in cui, le possibilità di trovare lavoro come domestica di una qualche famiglia altolocata scendevano e di molto, motivo per il quale l’abbandono dei neonati fu la diretta conseguenza.

Si pensi che a Valladolid, in Spagna, il 10% dei bambini nati ogni anno venivano lasciati sui gradini delle chiese, per poi essere trasportati negli orfanotrofi cittadini. Chi si occupava del trasporto guadagnava per ogni neonato arrivato a destinazione, quindi si capisce bene come dovessero essere trattati pur di racimolare qualche moneta in più. Lo storico G. Huppert riporta una testimonianza dalla Parigi del XVIII sec., secondo cui i trasportatori:

“Portano i neonati sulle spalle in una cesta imbottita che ne può contenere tre. I piccini stanno in piedi nelle loro fasce e respirano dall’alto  L’uomo si ferma soltanto per mangiare e bere e per far succhiare loro un po’ di latte [da una spugna]. Quando apre la cesta, ne trova spesso uno morto e termina il viaggio con gli altri due, impaziente di liberarsi del suo carico”

Giacomo Ceruti, Ragazzo con cesta, prima metà del XVIII sec., Palazzo Pitti, Firenze.

I mendicanti

Salvatore Settis e Tomaso Montanari parlano delle opere del “Pitocchetto” come di “un’ umanità violata e negata”, guardando l’opera proposta non si può che non essere d’accordo con loro. Si tratta di una rappresentazione straziante della condizione dei mendicanti, sono persone vestite di stracci, persone anche se visibilmente in là con gli anni, di difficile inquadramento data la loro condizione, d’altronde basta andare in una grande città di oggi per vedere senzatetto di mezza età ma con il viso di un anziano per via degli stenti

Un filo rosso che collega passato e presente riguarda il modo in cui spesso i mendicanti vengono e venivano visti, il timore nei loro confronti era dovuto alla loro stessa situazione, la volontà di sopravvivenza e il fatto di non avere niente da perdere, li spingeva sovente ad atti estremi e disperati. C’è da dire che non tutti i mendicanti erano visti allo stesso modo: le vedove, i vecchi e in special modo i bambini – i quali potevano anche essere presi sotto l’ala protettrice di qualche bottegaio per essere aiutato nei lavori – erano in qualche modo intesi come vittime piuttosto che responsabili della propria condizione.

Ancora G. Huppert ci riferisce di una conversazione avvenuta nel 1580 tra il sindaco di Bordeaux e un capo pellerossa condotto in Francia e approdato a Rouen. A pensarci sarebbero mille le domande – così come altrettante le risposte possibili – che si sarebbero potute porre a chi proveniva da una realtà totalmente diversa da quella francese di fine ‘500, ebbene, al capo indiano venne chiesto quale fosse la cosa che più lo colpì, la risposta potrebbe sorprendere. Non dobbiamo pensare ai palazzi o alle cattedrali, lui senza esitazione disse di essere stato colpito da ciò che aveva osservato nelle vie di Rouen, un forte contrasto tra le persone ben pasciute e avvolte in calde vesti da un lato e dall’altro la massa di uomini e donne mezzi morti di fame che non avevano indosso altro che stracci, senza capire il motivo per cui i mendicanti non afferrassero alla gola gli altri.

Giacomo Ceruti, Tre mendicanti, 1736,  Museo Nacional Thyssen-Bornemisza, Madrid.

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