“The French Dispatch”: Wes Andersen racconta la sua visione di una redazione giornalistica

L’11 novembre 2021 è uscito nelle sale italiane il nuovo film di Wes Anderson “The French Dispatch”. Il progetto ha debuttato al festival di Cannes 2021 e ora è tra i favoriti per le candidature ai prossimi Oscar. 

Senza svelare troppo della storia per assaporare appieno il gusto di vederla in sala, cerchiamo di analizzare qualche caratteristica di questa promettente opera.

Un’opera antologica

Il film racchiude quattro storie distinte e, per questo motivo, è stato definito proprio antologico. Tuttavia i quattro episodi sono racchiusi in una cornice principale; Anderson, infatti, ci parla di una finta redazione giornalistica che presenta i suoi pezzi di maggiore successo per celebrare la memoria del fondatore. Quando si entra nella sala cinematografica a vedere “The French Dispatch” ci si trova davanti ad un turbinio di personaggi, colori ed emozioni contrastanti. In ciascun episodio si vede la firma unica del singolo giornalista accompagnata, però, dalla presenza instancabile del direttore. La vicenda si svolge nel periodo del dopoguerra in una località francese che non esiste nella realtà. Nella prima scena ci si trova davanti ad una redazione sconvolta dalla morte di Arthur Howitzer Jr., suo fondatore e direttore; egli aveva esplicitamente richiesto la chiusura del giornale al momento della sua dipartita e, per questo, l’ultimo numero in pubblicazione sarebbe stato il suo necrologio.

Il racconto dei giornalisti

Il film è un vero e proprio esercizio di stile: inquadrature originali ma sempre meticolosamente simmetriche; alternanza di scene a colori e in bianco e nero per sottolineare particolari dettagli; continui cambiamenti di narratori e narratrici che possono quasi creare un caos agli occhi dello spettatore. Questa, quindi è un’opera cinematografica che regalerebbe a qualsiasi appassionato di cinema ore di dibattiti e riflessioni. Una caratteristica in particolare, però, su cui ci si vuole soffermare in questo articolo, è il riferimento ai fatti e personaggi della realtà. Il film è un’interpretazione di Andersen del mondo del giornalismo. Ci fa capire che non solo un giornalista si occupa di descrivere notizie di diverso tipo in specifiche rubriche; ma, nella notizia stessa, racchiude una propria visione del mondo. La curiosità ancora più interessante è che si indica una precisa redazione da cui il regista ha preso la sua ispirazione: si tratta del “The New Yorker”. Si può notare nelle grafiche, nelle somiglianze dei nomi e nella dedica al fondatore del giornale Harold Ross. La redazione americana è stata particolarmente lusingata da questo riferimento e si vocifera che anche la prossima opera del regista si svolgerà in uno scenario simile.

La vera storia del “The New Yorker

A questo punto è naturale chiedersi come sia nato il “The New Yorker” e quale sia la sua vera storia. Il primo numero della redazione uscì il 21 febbraio del 1925, fondato dall’editore Harold Ross e sua moglie Jane Grant. Già dalla prima pubblicazione si è vista la connotazione satirica e progressista di questa testata: nella prima uscita era specificamente sottolineato come non fosse il giornale adeguato alle “vecchie signore di Dubuque”. Il settimanale si occupa principalmente di cultura popolare e inserisce anche recensioni di libri e saggi. Nel corso degli anni hanno collaborato anche autori del calibro di Haruki Murakami o Roald Dahl. Uno dei successi più celebri per la redazione è sicuramente la nascita della serie televisiva “La famiglia Addams” che trae spunto dalle vignette dell’illustratore Charles Addams pubblicate proprio all’interno del “The New Yorker”. Si tratta quindi di una delle testate giornalistiche più conosciute nel mondo che ha saputo stare al passo con le novità ormai per quasi un secolo, ha raccontato i cambiamenti nella cultura americana con una propria originale chiave ironica. Non è sicuramente l’unica o la più celebre tra le redazioni internazionali ad essere degna di questa menzione, ma sicuramente Wes Andersen ha saputo scegliere e rappresentare con occhio da maestro  un grande esempio per il giornalismo mondiale.

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