Mito, arte e leggende si incontrano attraverso le sinuose linee del Laocoonte

La statua del Laocoonte è forse una tra le più conosciute della tradizione greca. Il mito e, soprattutto, la storia del ritrovamento della statua sono oggetto di studi e appassionano gli amanti dell’arte.

L’opera originale greca, probabilmente del periodo ellenistico, era in bronzo. La versione in marmo, oggi conservata ai Musei Vaticani, è una copia romana descritta per la prima volta da Plinio il Vecchio nel I sec. a.C.

Leggende sul ritrovamento

Roma è stata per molti secoli centro culturale e artistico di tutto il mondo. Durante l’età imperiale non era raro che venissero richieste copie in marmo di opere originali greche magari particolarmente famose. Grazie a questa “usanza” oggi abbiamo la possibilità di ammirare almeno le copie dei capolavori in bronzo della scultura greca. Essendo stato letteralmente il punto più ricco del mondo per così tanti secoli, a Roma non doveva essere difficile imbattersi talvolta nel ritrovamento di reperti archeologici di grande valore. La storia del recupero del Laocoonte, in particolare, è impregnata di un’aura quasi leggendaria per le diverse teorie e testimonianze giunte fino a oggi. Diversi autori hanno espresso opinioni in proposito ma cerchiamo di ricostruire quali siano le fonti più affidabili sul fatto. La prima fonte scritta che menziona questo ritrovamento è una lettera del 24 gennaio 1506 da parte di un nobile fiorentino Bonsignore Bonsignori. Egli afferma che qualche giorno prima era stata ritrovata una bellissima statua di marmo presso un vigneto romano. La data e il luogo del ritrovamento, quindi, sono chiare e comunemente accettate ma altre fonti, anche risalenti allo stesso periodo, aggiungono dettagli che possono creare ambiguità.

Una possibile soluzione

Francesco Colafemmina ha pubblicato un saggio in cui parla della vicenda offrendo la sua interpretazione. Il libro, dal titolo “Enigma Laocoonte” e pubblicato da Mimesis, prova a fare luce su alcuni aspetti ancora annebbiati dalla leggenda. Innanzi tutto risolve il problema del luogo fisico del ritrovamento: secondo alcune fonti, infatti, la statua si trovava in una sala sotterranea decorata con mosaici preziosi; secondo altre, avevano scavato per una lunghezza di sei braccia per poterlo tirare su; infine, in alcune lettere, si parla semplicemente di una buca. L’opinione dell’autore, in questo caso è molto chiara perché decide di fidarsi di uno dei protagonisti del ritrovamento: Francesco da Sangallo. Egli era figlio di Giuliano ed era presente quando suo padre riconosce immediatamente la statua dalle descrizioni di Plinio il Vecchio. Giuliano da Sangallo, infatti, era un architetto esperto e un cultore dell’arte, in quel periodo a Roma al servizio di Giulio II. Nell’unica testimonianza di Francesco una innanzitutto il verbo “scendere”, che, secondo Colafemmina, si riferisce al gesto dello scendere da cavallo; inoltre parla proprio di una “buca” che dovettero solo allargare per fare uscire la scultura. Questo mistero, quindi, sembrerebbe chiarito ma ce ne sono parecchi altri. Uno dei più curiosi è la presenza di Michelangelo Buonarroti insieme ai due che in quel periodo, in effetti, si trovava proprio a Roma. Questo evento è abbastanza realistico anche perchè Francesco da Sangallo fu un collaboratore di Michelangelo, ma gli studiosi si chiedono in che misura questa scultura abbia influenzato il genio del celebre artista.

Il mito si fa arte

La statua del Laocoonte è una celebrazione della linea curva ellenistica. I suoi personaggi si intrecciano in una sorta di danza immobile e paiono manifestare apertamente la loro paura. Ma vediamo chi sono questi personaggi e che storia ci racconta questo inestimabile pezzo di storia dell’arte. Questo mito è noto soprattutto grazie a Virgilio che, nella sua “Eneide”, lo descrive tra le vicende più drammatiche  della guerra di Troia. Laocoonte, secondo la sua versione, era un sacerdote di Apollo e nel suo tempio aveva generato i suoi due figli, Antifrate e Timbreo. Egli era stato l’unico Troiano insieme a Cassandra a cercare di impedire l’ingresso del cavallo, dono dei greci, nella città. Aveva anche provato a scagliare una sua lancia contro la costruzione di legno, gesto che fece infuriare la dea Atena, protettrice di Ulisse. Per questo ella mandò sulla terra due enormi serpenti che uccisero lui e la sua famiglia. La scultura racchiude, quindi, la tragedia di un uomo che tentando di salvare la sua patria sacrificò se stesso e i suoi figli.

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