La lingua italiana affonda le sue radici molto lontano: il percorso comincia dal latino ed è destinato a non terminare.

Una definizione precisa della lingua italiana reciterebbe: “L’italiano è un idioma del gruppo romanzo occidentale che discende dal latino parlato nel territorio chiamato Romània“. Analizziamo, quindi, le tappe cruciali dell’evoluzione della lingua, partendo proprio dal mondo della latinità.
1) Disgregazione del latino parlato in età tardoantica
In principio fu il “latino lingua d’uso”. Il percorso evolutivo della nostra lingua parte dal cosiddetto “plebeius sermo”, il quale non indica la lingua posseduta dai parlanti meno istruiti della società romana, bensì un livello linguistico informale/familiare proprio di tutti i latini. Ne dà una testimonianza anche Cicerone, che, riferendosi allo stile utilizzato nelle sue stesse lettere, usa proprio questa espressione. In epoca tardoantica, dunque, così come riporta anche la preziosa testimonianza di Sant’Agostino, il latino parlato va incontro a una serie di mutamenti, indice di un suo vero e proprio collasso linguistico. Cadono le desinenze tipiche dei casi (da panem si passa indistintamente a pane); la sintassi topologica diviene bloccata (il ruolo sintattico di una parola dipende dalla sua posizione); non è più possibile distinguere la quantità delle vocali (la distinzione tra ŏs, osso e ōs, bocca sarà determinata dall’apertura o meno della vocale); nascono gli articoli determinativi; in alcune parole scompaiono delle sillabe causa debolezza articolatoria. Il latino assume una veste sempre più lontana dalla sua forma originaria e si avvia a diventare un idioma completamente diverso.

2) Il latino circa romançum
Dalla disgregazione del latino lingua d’uso scaturisce quello che gli storici della lingua chiamano “latino circa romançum”: un vero e proprio laboratorio linguistico di epoca altomedievale da cui nascono gli idiomi romanzi che conosciamo, compresi i vari volgari parlati nella penisola italiana. Per spiegarci meglio, basterà citare un documento che, di certo, ciascuno di noi ha incontrato almeno una volta nel proprio percorso scolastico: il placito di Capua (960), uno dei cosiddetti “placiti cassinesi”:

Sao ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte Sancti Benedicti.
Il periodo qui riportato si trova in un documento notarile, un placito per l’appunto, conservato nell’abbazia di Montecassino, ma originario della città di Capua. La lingua utilizzata per la stesura di questo atto è il latino, al quale però si contrappone la testimonianza qui riportata, scritta in una lingua palesemente differente dal latino. L’assenza di desinenze per distinguere il caso, le forme sincopate (possette) , le nuove consonanti (ko, kelle) , quindi, ci dimostrano come alla fine del X secolo fosse realtà un’esperienza linguistica – prettamente orale – già molto lontana dalla lingua di Roma. Ed è da questi presupposti che nascono le lingue volgari in cui, ad esempio, si esprimono i grandi autori medievali.
3) I siciliani e i grandi trecentisti toscani
Ruolo chiave nella creazione di un primo standard linguistico, seppur solo a livello letterario – e dunque scritto – è quello della scuola poetica siciliana. Attiva tra il 1230 e il 1250 alla corte palermitana di Federico II di Svevia, è da essa che parte l’esperienza letteraria “italiana”, in particolar modo grazie alla creazione di uno schema fisso sul piano contenutistico e lessicale. La poesia di argomento amoroso degli autori federiciani, infatti, lascia in eredità un quantitativo di termini e immagini poetiche che vengono dapprima nobilitate dagli stilnovisti – in particolare da Petrarca – per poi rimanere centrali nell’ambito della lirica amorosa sino all’Ottocento. Intorno al XIX-XX secolo, infatti, si assiste finalmente al lento declino di forme come augello, veglio, speme, aura, pria, reo. C’è da fare però una precisazione: affermare che coi siciliani si impone un primo modello linguistico non deve farci credere che il volgare siculo e quello toscano – principale erede della sua tradizione letteraria – fossero poco dissimili : ad appianare le enormi differenze tra questi idiomi, infatti, è il ruolo dei copisti toscani, che, per migliorare la comprensibilità delle opere siciliane a lettori toscani, operano degli adattamenti fonomorfologici non indifferenti.

4) Bembo e le “Prose della volgar lingua”
Più che attribuire il ruolo di “padre della lingua italiana” a Dante, che si esprimeva in una lingua ben lontana sintatticamente da quel che parliamo oggi – converrebbe sottolineare il ruolo eccezionale di Pietro Bembo nel percorso costituente del nostro idioma. Estasiato dalla lirica di Petrarca e dalla prosa boccacciana, il cardinale veneziano decide nel 1525 di lasciare il segno nella storia della lingua italiana: pubblica, infatti, le “Prose della volgar lingua”, un dialogo suddiviso in più libri nei quali auspica la creazione di una lingua letteraria comune a tutti gli autori italiani esemplata sui due giganti del trecento toscano. La tesi di Bembo, detta arcaista, si incastra nel cosiddetto dibattito sulla “questione della lingua” , finalizzato proprio a decidere quale fosse l’opzione migliore per la creazione di un idioma letterario scritto – non orale – comune. Inoltre, in quanto autore di una revisione del Canzoniere di Petrarca, di cui ammoderna la fonetica e la punteggiatura, Bembo fornisce un contributo “formale” nell’ambito della stampa (memorabile la sua collaborazione con l’officina veneziana di Aldo Manunzio). Per la chiarezza delle sue posizioni linguistiche e per la fama degli autori sui quali fonda la sua idea di lingua letteraria comune, ben presto la posizione del cardinale diventa quella più rilevante nel dibattito: poco dopo l’uscita delle “Prose” infatti, sono molti gli autori che adeguano le proprie opere al canone bembiano, come testimoniato dalla riedizione del Furioso da parte di Ariosto nel 1532.

5) La riforma manzoniana
Ultimo grande momento di codificazione della nostra lingua – da lì in poi suscettibile a variazioni perlopiù lessicali – è la grande riforma manzoniana legata all’edizione quarantana de “I Promessi Sposi ” . Volenteroso di adattare la lingua del proprio capolavoro al fiorentino parlato in senso sincronico, quindi coerentemente con l’uso coevo, a seguito dell’uscita della ventisettana, Manzoni procede chiedendo consulenza a parlanti fiorentini: tipografi, tragediografi, istitutori, ecc.. Il movimento correttorio di Manzoni, tuttavia, non provoca dei radicali cambiamenti negli aspetti portanti della lingua. Già da tempo, infatti, l’italiano – perlomeno quello utilizzato dai pochissimi che ne avevano la facoltà – si mostrava già come un idioma stabile nelle sue strutture sintattiche. Le variazioni del Manzoni sono, quindi, di tipo fonomorfologico o lessicale: si eliminano forme settentrionali o toscanismi letterari, in favore, ad esempio, di fiorentinismi. È bene specificare, comunque, che ben prima degli interventi manzoniani, il modello di italiano precedente – quello di Bembo – era stato oggetto di aspre discussioni, soprattutto alla luce del diffondersi della più agevole e meno contorta prosa scientifica e della critica illuminista all’Accademia della Crusca, che proprio sulla lingua voluta da Bembo aveva modellato il primo “Vocabolario della lingua italiana”. Ben presto, comunque, anche l’italiano manzoniano viene soppiantato da schemi alternativi: tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, infatti, è la koinè burocratico-giornalistica, la lingua degli amministratori e dei quotidiani, ad imporsi, soprattutto grazie alla sempre più dilagante diffusione della radio.

Il processo, comunque, non accenna ad arrestarsi: in futuro il nostro idioma sarà sempre sottoposto a pressioni correttorie in virtù, ad esempio, dell’influenza delle lingue estere, o , in generale, di interferenze culturali di vario tipo. L’evoluzione di una lingua procede sulle gambe dei propri parlanti, ed è per questo che i punti sopracitati non sono altro che un piccolo capitolo di una storia destinata ad allungarsi.