“La miglior conversazione con Stanley Kubrick è silenziosa: ti siedi in una sala, guardi i suoi film ed impari.”

Difficile essere immuni al fascino ed alla forza psicologia che i film di Kubrick esercitano sullo spettatore, analizziamo la parabola di una filmografia così complessa.
“IL MIGLIOR MODO PER IMPARARE A FARE FILM E’ FARNE UNO”
L’operato di Stanley Kubrick, forse il più grande cineasta americano dagli anni Sessanta in avanti, procede in totale autonomia rispetto a qualsiasi movimento organizzato, mantenendo un rapporto conflittuale con l’enorme macchina della New Hollywood. Se da un lato, infatti, il regista lasciò gli Stati Uniti per la Gran Bretagna per girare tutte le sue pellicole da “Lolita” (1962) in poi, dall’altro dobbiamo ricordare che egli lavorò sempre con le maggiori case di produzione cinematografiche e si assicurò una libertà di espressione unica nella storia del cinema proprio grazie alle sue abilità imprenditoriali. La personalità di Kubrick si plasma intorno agli interessi per la letteratura e per gli scacchi, oltre che per la fotografia, alla quale si dedica prima in modo amatoriale poi impiegandosi per la rivista “Look”, rivolta all’americano medio. Bisogna ricordare che la figura di un regista può provenire da diversi ambiti professionali: il teatro, come è stato per Orson Welles, il montaggio per Robert Wise, la critica cinematografica per Truffaut, la pubblicità per Ridley Scott o lo studio accademico per Scorsese, tuttavia un numero veramente esiguo di autori è stato prodotto dalla fotografia e, tra questi, proprio Kubrick è senza dubbio il più rilevante. La grandezza del cineasta si può intuire anche dal fatto che tutti i suoi film, pur essendo di difficilissima comprensione e destinati ad un pubblico elitario, furono grandissimi successi commerciali: basti pensare che molte immagini delle sue pellicole sono divenute parte integrante della cultura di massa, di esempio ne siano le astronavi che sfrecciano nel cosmo sulle note di Strauss tratte da “2001: Odissea nello spazio” oppure lo sguardo folle di Jack Nicholson in “Shining”. Kubrick mai si limitò ad un solo genere cinematografico, prediligendo l’esplorazione di ognuno di essi: dal genere fantascientifico con “2001” e “Arancia Meccanica” al war movie con “Orizzonti di gloria” e “Full Metal Jacket”, dall’horror con “Shining” all’erotico con “Eyes Wide Shut” e così via.

“IO VOLEVO SOLO FARE RIFERIMENTO ALLA DUALITA’ DELL’ESSERE UMANO, SIGNORE”
“Ho sempre ammirato Stanley Kubrick perché andava contro il sistema. Credo ci sia riuscito, a suo modo.” Così Joel Cohen riassume il tentativo, perfettamente riuscito, da parte di Kubrick di delineare le proprie regole: quando egli aderiva ad un genere cinematografico lo faceva infatti soltanto per sovvertirne le regole dall’interno. Si analizzi il caso di “Full Metal Jacket” (1987): qui si impiegano gli stilemi canonici del racconto di guerra a partire dalla struttura ternaria di addestramento, battesimo del fuoco e “maturazione” del protagonista, che, da recluta inesperta, diviene un duro combattente. Tuttavia, mentre gli eroi dei film di guerra classici sono dominati da alti valori morali quali la solidarietà, l’amore per la patria e l’eroismo, i personaggi di Kubrick agiscono in modo delirante, vittime di un apparato volto all’autodistruzione, come si può vedere nel comportamento di un soldato impazzito che, prima di suicidarsi, spara al suo istruttore. L’opera tratta della guerra che ha insanguinato il Vietnam dal 1955 al 1975, mostrata da Kubrick senza veli, in tutta la sua mostruosità: lo stesso regista non si risparmia sull’argomento, dicendo che “pretendendo che non ci sia alcun fascino nella guerra, niente di emozionante, di nobile, si produce nei giovani una certa confusione. La verità è che in guerra molte persone provano piacere, e in seguito ricordano con nostalgia quello che considerano il periodo più importante della loro esistenza. Credo che i sedicenti film contro la guerra in cui tutto è orribile, scandaloso, spaventoso, non mostrino la verità in tutti i suoi aspetti. E tutto ciò che non è interamente vero non funzione bene nel cinema.” Nulla per Kubrick è più vero della dicotomia bene-male insita nell’uomo: i soldati sono divisi, combattuti, incapaci di capire cosa è buono e cosa è malvagio e la più alta rappresentazione all’interno della pellicola è data dal Soldato Joker che, sull’elmo, porta la scritta “nato per uccidere” mentre sul petto porta appuntato il simbolo della pace.

UN VIAGGIO CHE PARTE DALL’ALBA DELL’UOMO VERSO L’INFINITO
Difficile dire quale sia il capolavoro dell’autore ma tra le pellicole che più hanno fatto discutere si trova “2001: Odissea nello spazio” (1968): qui il regista si rifà al genere fantascientifico, che fino ad allora era stato dominato da produzioni di serie B, per dare vita ad una complessa opera filosofica sull’origine della vita ed il destino dell’uomo. La straordinarietà di questa pellicola sta nella costruzione di un testo criptico, vicino all’anti-narrazione, in cui i dialoghi scarseggiano e abbondano immagini e suoni. Si può dire che Kubrick abbia qui reinventato il “cinema del futuro”, dando importanza al genere di fantascienza, agli effetti speciali e allo stesso tempo tornando all’idea originaria del cinema che nasce per stupire lo spettatore. La vita cresce, evolve, ma, soprattutto, si scontra sotto lo sguardo ieratico di un gigantesco monolite che la accompagna in tutte le sue fasi: dall’alba dell’uomo, che inizia con un gesto di violenza da parte di scimmie per assicurarsi la sopravvivenza sino alla “missione Giove” dove a detenere il controllo non sono più gli uomini ma un computer, HAL 9000. Come disse uno degli sceneggiatori “se qualcuno capisce il film alla prima visione allora abbiamo fallito nel nostro intento”, l’opera è versatile e adatta alla speculazione filosofica, del resto l’intento del regista era proprio questo: “ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.”

“QUANDO UN UOMO NON PUO’ SCEGLIERE CESSA DI ESSERE UOMO”
In ultima battuta si guardi al film che, ancora più di “Shining”, ha sconcertato con la sua spietata violenza: “Arancia Meccanica” (1971). Si tratta, come nel caso de “Il dottor Stranamore”, di un racconto bipartito, dove, nella seconda parte del film, il protagonista si trova nelle stesse situazioni della prima, ma di segno inverso. E’ questa la storia di Alex (dal latino a-lex, “senza leggi”) un giovane teppista le cui passioni sono musica classica, droghe ed ultraviolenza che non vede risparmiato proprio nessuno. Ma la vera brutalità in questo racconto distopico è compiuta dallo stato che, tramite il “trattamento Ludovico”, priva Alex della possibilità di scelta, facendolo sentire male ogni volta che prova a compiere azioni eticamente scorrette. Alex non diventa buono. Ad Alex viene imposto di essere buono contro la sua volontà. Questo lo destabilizza a tal punto da tentare il suicidio e divenire da carnefice a vittima. “Arancia meccanica” deve essere un manifesto sull’importanza di poter scegliere, poiché “quando un uomo non può scegliere, cessa di essere un uomo”. Come si può considerare l’operato di Kubrick? E’ risaputo, oltre che evidente, che fosse affetto da una qualche psicosi ma nella sua “lucidissima follia” è ben chiara la volontà di rappresentare il mondo attraverso i suoi occhi che coglievano violenza, corruzione e decadimento morale ovunque; il mondo distopico e cruento che lui presenta non vuole mai estetizzare o osannare la violenza ma sempre condannarla, come se volesse metterci in guardia da noi stessi e da quel potenziale pericolo che è l’uomo. Esagerazione? Probabilmente, il mondo che lui vedeva, non è poi così lontano da quello che ci siamo costruiti.
