Quale è il rapporto tra linguaggio ed emozioni? Come le comunichiamo è uno degli argomenti più studiati dalla psicologia negli ultimi 50 anni.

Le emozioni, secondo quasi tutta la comunità scientifica psicologica, hanno tre funzioni: una adattiva, una di conoscenza e una di comunicazione.
Per esempio la rabbia potrebbe comunicare una difesa del territorio (e non solo un attacco).
Ma come la comunichiamo? Come esprimiamo le emozioni al giorno d’oggi?
Rapporto tra linguaggio ed emozioni
Secondo i costruttivisti le emozioni nascono per comunicare. Questi sostengono che l’espressione dell’emozione non nasca per esprimere uno stato interno (come invece sostengono i funzionalisti).
Tale comunicazione avviene per due canali, quello verbale e quello non verbale; benché quello verbale è quello più evidente, gran parte della comunicazione arriva per comunicare non verbale (tono della voce, sistema prossemico etc.…)
Tuttavia, non è così facile parlare delle proprie emozioni. Infatti, Anolli (2007) afferma che: “le emozioni costituiscono esperienze multiformi che attraversano e pervadono tutto il nostro organismo in ogni suo aspetto. Una complessità talvolta così elevata che diventa difficile persino dare un nome alle proprie esperienze”
Il linguaggio rappresenta quindi una specie di traduttore per le emozioni (una sorta di Google Translate).
Quando il linguaggio non riflette lo stato emotivo, a causa di una pressione sociale, di un ambiente negativo, di una malformazione cronica o di uno o più eventi di natura traumatica, si può incorrere in disturbi come la sindrome pseudobulbare.
La sindrome pseudobulbare è una condizione caratterizzata dall’incapacità di controllare i muscoli del distretto facciale. Spesso chi soffre di questo disturbo può sperimentare episodi di pianto o di riso senza che siano stati provocati da vere emozioni.
Un esempio nel cinema è Arthur Fleck (interpretato dal premio oscar Joaquin Phoenix) protagonista del film Joker (2019) il quale soffre di improvvisi e incontrollabili attacchi di risate, specie in momenti di forte tensione.
Questo può generare molte difficoltà sociali, come potete immaginare, ma non voglio aggiungere altro per chi non ha visto il film.

Rapporto tra linguaggio ed emozioni: le parole
Esistono tantissimi modi per definire le emozioni e variano in modo esagerato in base al contesto.
Galati, in una ricerca sulle 6 lingue neolatine (italiano, francese, spagnolo, catalano, portoghese, rumeno) ha messo a confronto i termini usati nelle rispettive lingue per esprimere emozioni positive, negative e neutre.
Si è rilevata un’omogeneità tra le lingue (intorno ai 100 termini), nello specifico per la proporzione tra i termini riferiti ai tre tipi di emozioni.
Gli studi sul lessico emotivo hanno accertato che, mentre nella lingua inglese ci sono circa 2000 parole che fanno riferimento al lessico emotivo, nel cinese ce ne sono 750 e altre culture arrivano ad averne solamente 10.
Questo indica che un linguaggio possa non usare delle sfumature diverse per segnalare degli stati simili, usandone invece solo uno.
Ciò non indica però che non provino queste sfumature (in Groenlandia ci sono tantissimi termini per dire neve perché la neve è un elemento importante dell’ambiente e per l’adattamento di chi ci vive. A noi ad esempio non interessa la conformazione della neve, a loro sì. Il concetto per le emozioni è lo stesso).
Questo per dire che esiste una grossa variabilità nel lessico tra culture.
![]()
I limiti degli studi sul linguaggio delle emozioni
Purtroppo, però, la psicologia delle emozioni come scienza che studia il linguaggio delle emozioni ha il limite opposto, cioè la maggior parte degli studi sono stati condotti sulla lingua inglese (Anglocentrismo) e hanno considerato il modello di emozione occidentale.
Molte culture non hanno la stessa concezione che abbiamo noi delle emozioni.
Ci sono infatti alcune emozioni che sono proprie di alcune culture e quindi lessicalizzate solo in quella cultura.
Ad esempio “amae” nella cultura giapponese significa una dolce dipendenza di un adulto da un altro adulto. Emozione che nella cultura individualista occidentale non assume l’importanza assunta nella cultura giapponese).
Quindi gli studi sul lessico emotivo sono stati criticati perché non tutte le culture definiscono nello stesso modo i fenomeni emozionali e alcuni addirittura non esistono in tutte le lingue.
Esistono emozioni che sono esperite ma non lessicalizzate, o che per definire quel termine vengono usate delle frasi o giri di parole invece che un termine preciso.
Ne è un esempio “schadenfreude” (in tedesco) che significa gioire per le disgrazie altrui.
Un altro esempio di emozione che non ha una traduzione è “elevation” (in inglese). Essa è un’emozione positiva che si realizza in un’attivazione data dal fatto di assistere a comportamenti virtuosi messi in atto da altri. È un’emozione motivante che aiuta a comportarsi in modo pro sociale.