Che rapporto esiste fra l’alcol e il pensiero critico?

Filosofia e ragione sono una coppia inseparabile, due profondi alleati. Per questo bevande come il vino sembrano attentare a ogni pensiero filosofico. Ma, come vedremo, non è sempre così.
Un equilibrio fra ragione ed ebbrezza?
Pensiamo solitamente che l’alcolico sia ciò che, più di ogni altra cosa, annebbi la nostra facoltà razionale e porti alla luce il lato più istintivo dell’essere umano. Diciamo che “beviamo per dimenticare”, non certo per pensare. Una cosa esclude l’altra. Anche nella culla della filosofia, la Grecia antica, si nascondono due facce, o dimensioni, che Friedrich Nietzsche chiama apollineo e dionisiaco: la prima prende il nome di Apollo, il lato equilibrato, razionale e armonioso della Grecia. La seconda da Dioniso, che simboleggia l’ebbrezza, l’eccitazione, la follia degli Elleni. Due lati di un unico popolo. Nietzsche mostra come questi, nella storia, lottino l’uno contro l’altro. Allora, è vero che l’equilibrio e la razionalità sono qualcosa di completamente opposto all’ebbrezza del vino di Dioniso? Eppure, Nietzsche mostra che un delicato equilibrio questi due istinti, per un breve periodo, lo hanno trovato. Come? Cercando di rimediare l’uno ai limiti dell’altro.
Secondo il filosofo, l’ebbrezza non è una sensazione illusoria, semmai essa è capace di superare le illusioni di cui è fatta la realtà, rompendo le formule nella quale spesso la si ingabbia. La razionalità di Apollo, che, se lasciata da sola, può opprimere la verità con i suoi schemi, ha bisogno dell’ebbrezza , capace di dare all’uomo un’esperienza di unità con il mondo e la natura, spogliandolo dalla soggettività nella quale vive ogni giorno, ma che, a sua volta, necessita dell’apollineo per frenare gli eccessi dovuti a questa momentanea rottura degli schemi.
Il talento di Socrate
Il rapporto fra l’alcol e la filosofia era stretto già per chi, nella Grecia antica, ci ha vissuto: il filosofo Massimo Donà, nel suo Filosofia del vino, mostra che il razionale Platone considera il vino come la premessa adeguata di ogni argomentazione filosofica. Per noi, oggi, che vediamo l’alcol come una fonte di svago, può sembrare assurdo. Ma il vino è la bevanda con cui si accompagnavano le varie discussioni. Colui il quale sa sfruttare al meglio gli effetti del bere non può che essere, per Platone, il suo grande maestro Socrate: descritto come un grandissimo bevitore. Tuttavia, lui non è come chiunque altro: mentre tutti, alla fine dei banchetti, rimangono ubriachi fradici e assonnati, incapaci di affrontare un dialogo qualsiasi, a lui ciò non accade. Socrate sembra immune dagli effetti dell’alcol, nonostante il grande consumo: lui continua a parlare, mentre gli altri sembrano non poterne più, trascorrendo la sua giornata come sempre.

Una ragione troppo sobria
Qual è il suo segreto? Perché a noi vengono un sacco di pensieri confusi e un gran mal di testa, e a lui no? L’alcol e i suoi effetti non spariscono come per magia, il punto è che Socrate sfrutta diversamente le potenzialità del vino, usandole per avere un’esperienza di se stessi diversa, come un’occasione per cercare il proprio io, senza mai perdere il senso della misura che è tipico dei greci. Come scrive Donà:
“Non si ubriaca, non esce di senno, non va fuori di sé. Al contrario, quel sé che si interroga e dubita e interroga gli altri, sembra venire rafforzato dagli effetti del bere. Egli appare convinto che lo stato di ubriachezza cui si era soliti associare la più radicale impossibilità di essere veramente se stessi offra piuttosto la possibilità di una più autentica manifestazione di ciò che davvero si è. Nel vino dunque è la verità, anche la verità del proprio io”.
Anche nel Novecento, un esistenzialista come Jean-Paul Sartre non rifiutava mai una festa con del buon vino, consapevole del fatto che, con la moderazione adatta, si può avere soprattutto in queste situazioni un’esperienza filosofica, di riflessione differente, attraverso domande e idee confuse che spariscono nella stessa maniera in cui sono apparse.
La sfida sta nel vedere in un atto che giudichiamo solitamente come uno “staccare il cervello”, un allontanamento dai pensieri, una possibilità di scoprirsi. Porre domande su noi stessi, sulla nostra vita, e sul senso di ciò che ci circonda, senza il peso che queste possono, alcune volte, portare. Scrive Donà:
“Nessuna autentica esperienza di verità ha mai realmente sopportato – sebbene si siano adottate le strategie più diverse per dimostrare il contrario – le univoche strettoie in cui spesso ci racchiude il dominio di una ragione troppo sobria per essere davvero credibile”.