Parliamo di nonni: i più noti autori novecenteschi li raccontano in poesie rare e sconosciute

Analizziamo alcune poesie insolite e sconosciute per svelare un lato tenero e malinconico che accomuna i poeti italiani.

Che i poeti si ispirino al reale ed alla propria biografia per comporre i propri versi è ormai appurato, vediamo come le figure dei nonni sono state trattate nella letteratura poetica del secolo scorso.

QUANDO LA POESIA SI ISPIRA ALLA REALTA’

Si cade spesso in errore quando si pensa alla figura del poeta come eterea e distante dagli altri uomini; è giusto sottolineare che i poeti godono sì di un dono che risiede nella musicalità ed espressività delle loro parole, ma bisogna ricordare che sono umani e, per questo, per dare vita ai loro versi, attingono alla quotidianità ed alle proprie esperienze. Capacità del poeta è, appunto, elevare il quotidiano ad universale. Proprio come una fortunata maggioranza di noi è cresciuta con le figure dei nonni onnipresenti, anche per alcuni autori è stato lo stesso e, proprio per il sopracitato motivo, va da sé che anche i nonni diventino soggetti poetici, pur trattandosi di poesie molto poco conosciute. Di un autore, spesso si studia la figura genitoriale poiché può averne influenzato la personalità o l’infanzia, come è stato per le madri descritte da Saba, Ungaretti, Montale o Pasolini. Di nonni, invece, in letteratura se ne trovano vari, specialmente nella prosa: basti pensare al nonno di Laurie di Piccole Donne o a quello dei Malavoglia. Più raro è invece trovare poesie che parlino di nonni, ma a questa mancanza hanno rimediato figure quali Pascoli, D’annunzio e Gozzano, fornendoci ritratti più o meno aderenti alla realtà.

“IO DA BAMBINO, NESSUNA DONNA EBBI SI’ CARA QUANTO LA NONNA”

Perfino un poeta magniloquente e pomposo quale Gabriele D’Annunzio, per la sua amata nonna ha saputo trovare parole semplici e concrete, lontane dalla grandiosità del suo estetismo e che perfettamente si adattano alla descrizione di una persona così pura quale la nonna. Egli dipinge in “In memoriam”, composta tra il 1879 e il 1880 per la di lei dipartita, una figura dolce che raccontava fiabe e coccolava il nipote. La lirica è esemplificativa del fatto che, perfino un poeta fiero come D’Annunzio, non ha potuto fare a meno di ricordare malinconicamente il semplice e indissolubile legame che intercorre tra nonna e nipote. Un poeta che tutti conosciamo per essere stato estremamente legato al nucleo familiare è Giovanni Pascoli: egli cercò per tutta la vita di ricostruire quel “nido” che era stato smembrato con l’assassinio del padre, la morte della madre e di due fratelli. Per quanto ci si concentri, con ragione, sulla figura paterna o su quella delle due sorelle a cui era più legato, Ida e Maria, anche la nonna di Pascoli è diventata soggetto di una composizione poetica che reca il titolo de “La nonna”, composta nel 1898 e contenuta nei “Canti di Castelvecchio”. La nonna viene dipinta come colei che dice sempre “sì” ai nipotini, un “sì” che, alle volte, è dato dalla stanchezza e dalla vecchiaia, ma dietro questa tutt’altro che semplice lirica si nasconde la Morte, presentata senza fronzoli, che porta con sé la nonna “nell’ultimo sì”. L’anziana, malata di un tremolio identificabile con il Parkinson, chiede alla Morte di risparmiare il bambino, seppur malato, e prendere lei al suo posto. La Morte acconsente. Potrebbe sembrarci parodico il fatto che la Morte preferisca il flebile lume dell’anziana ad una giovane vita, ma quello che Pascoli vuole sottolineare è una concezione anticristiana che nega la vita dopo la morte e il “brivido blando” del corpo della nonna vuole essere indicatore dell’assenza di speranza in una resurrezione dei defunti. Qui dolcezza ed amarezza convivono e si intrecciano: la nonna, che agli occhi degli adulti appariva così svagata e assente era invece tenace e decisa a strappare alla Morte il nipotino, offrendo se stessa in cambio e dando così prova di amore incondizionato.

“C’E’ UN NONNO IN DISPARTE, CHE GIOCA ALLE CARTE”

Un poeta malinconico e crepuscolare è Guido Gozzano che, nella sua prima raccolta poetica, “La via del rifugio” del 1907, canta del nonno, tanto presente nella sua infanzia da ritrovarlo perfino nella sua assenza. Come suggerisce il titolo, l’opera vorrebbe essere un viaggio volto alla ricerca di un rifugio, dato, per Gozzano, da fede religiosa e amore, destinazioni che si riveleranno però impossibili da raggiungere: nel IV dei “Sonetti del ritorno” il poeta ripensa al nonno, alle sue parole e a come, nel presente, ogni elemento lo ricordi. E’ proprio nel presente, dopo vent’anni, che il poeta si accorge di non aver ancora superato la sua perdita e rivive ora le azioni del nonno in prima persona, conscio della disillusione data dall’ultimo verso: “Ma tu sei morto e non c’è più Gesù”. Questi poeti, seppure così diversi stilisticamente tra loro, hanno restituito l’idea di un’infanzia comune, dominata dalla gioia e dall’amore per i nonni e dei nonni che hanno perduto ed il cui lutto rimarrà sempre, almeno in parte, insuperato, dando luogo al ricordo di una dolcezza che nel tempo permane.

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