Settantasette edizioni del Festival di Venezia, oltre cento anni di storie raccontate sullo schermo… ma il Cinema come è arrivato a questo punto?
Ieri sera si è chiusa la 77esima edizione del Festival del Cinema di Venezia. Un’edizione sicuramente diversa, che rimarrà nel cuore e nella mente di tutti. In piena pandemia, il Cinema sembra aver gridato al mondo che non ha alcuna intenzione di fermarsi. È infatti da oltre cento anni che racconta la sua storia, e non sembra ancora intenzionato a voler vedere la scritta ”The End”.
Festival di Venezia 77
Ieri sera la giuria capitanata da Cate Blanchett ha consegnato i premi della 77esima edizione del Festival di Venezia. Con la premiazione si è chiuso anche questo Festival, che ha visto primeggiare ”Nomadland” della regista Chloé Zhao. La Coppa Volpi viene invece affidata alle mani di Pierfranceso Favino e Vanessa Kirby.
Un’edizione particolare, circondata dalla minaccia del Covid-19, che ne ha mutato indubbiamente la fisionomia. L’offerta ha sentito la mancanza delle grandi proiezioni americane degli anni precedenti, le star hanno -forse- percepito l’assenza dei fan ad accoglierle sul red carpet. Le regolamentazioni anti-assembramento hanno impedito ai sempre molti curiosi di salutare i propri artisti preferiti. Quest’anno, tutti si sono dovuti accontentare delle immagini dei fotografi. È infatti stata la fotografia la finestra che ha permesso al pubblico di superare quel muro di due metri attorno al red carpet.
Artisti come Greg Williams hanno mostrato agli occhi interessati del mondo i behind the scenes del Festival, immortalando attrici come Tilda Swinton o Cate Blanchett nei loro momenti più umani. Scatti in bianco e nero, tra i corridoi degli hotel e i muri delle varie stanze, che incorniciano i pochi attimi di intimità che i riflettori non sono riusciti ad illuminare. Un gioco di luci e ombre che è riuscito ad aprire le porte di una celebrazione al Cinema forzatamente più appartata, ma forse anche per questo estremamente più assordante di tante altre.

Esisterebbe un Festival con i film dei primi tempi?
Ma il Festival di Venezia, così come tutti gli altri, deve la sua esistenza all’evoluzione del Cinema. Se ci si fosse fermati al kinetoscopio di Edison o al cinematografo dei Lumière, nulla di tutto questo sarebbe mai stato possibile. Il problema non risiede tanto nella tecnologia, quanto nella concezione del Cinema stesso. Ai tempi dei fratelli Lumière, i film erano estremamente brevi e sicuramente non narrativi. Attraverso il cinematografo non venivano mostrate storie, bensì immagini in movimento. L’attenzione era incentrata proprio nell’evolversi dalla staticità della macchina fotografica.
La prima proiezione a pagamento del 1895 vede una scena di un treno che esce dalla stazione. Una delle prime registrazioni riguarda degli operai mentre escono dalla fabbrica in cui lavorano. La macchina rimane fissa davanti al portone: l’unico movimento è quello delle gambe dei lavoratori. Un film molto diverso rispetto a quelli che intendiamo noi oggi. Un Cinema che voleva mostrare la sua capacità di registrare immagini e riprodurle ad un grande pubblico. Di fatto, è stata proprio questa la rivoluzione attuata dai Lumière.
Partendo dalle macchine precedenti, come il kinetoscopio, la lanterna magica o il mondo nuovo, i due fratelli si sono sforzati di rendere possibile non solo immortalare un’azione, ma renderla visibile ai più. La fruizione della maggior parte di questi supporti era individuale. I due francesi hanno reso possibile la magia di sedersi in sala e godersi un film con gli amici, più che quella di vedersi un film e basta.

La vocazione narrativa del Cinema
Senza nulla togliere al genio dei Lumière, bisogna aspettare qualche anno e qualche altro artista per vedere una storia rappresentata sul grande schermo. I film del 1895 erano poche immagini che intrattenevano il pubblico per un periodo brevissimo di tempo. Fino al 1905 circa, il Cinema era infatti solo un altro modo di stupire le persone. In questo periodo si ha il ”Cinema delle Attrazioni”. Le riprese erano sicuramente più ”movimentate” rispetto a quelle mostrate al Grand Café di Parigi quel lontano 12 dicembre 1895, ma continuavano a mancare di narrazione. L’interesse era puntato sui dettagli, sull’inusuale che poteva sorprendere gli spettatori nelle fiere; sull’innovazione tecnologica più che su quella espositiva.
È con George Méliès che la narrazione inizia a sbarcare nel mondo del Cinema. Nel 1902, il suo film ”Le Voyage dans la Lune” è uno dei primi a raccontare una storia, in questo caso un adattamento di un romanzo di Jules Verne. Da qui i cineasti si rendono conto della naturale vocazione narrativa delle loro produzioni. Il Cinema lascia così le sue origini di semplice evoluzione della fotografia e di oggetto creato per stupire e impressionare, e diventa una forma d’arte con le medesime capacità della letteratura. È infatti da questi anni che nascono le prime sale e le prime figure professionali legate all’ambiente industriale del Cinema.
Il Festival di Venezia è l’erede della mente dei Lumière, ma anche di quella di Méliès, che ha visto nel cinematografo una possibilità nuova. Se la storia si fosse fermata ai primi anni del Cinema, noi oggi non potremmo applaudire nella Sala Grande della Biennale. Ovviamente è un discorso scontato: probabilmente non esiste qualcosa che è stato creato per gli scopi di cui ci si serve ora. Nonostante questo, è interessante notare come solo con il tempo si possa arrivare a raggiungere fini che inizialmente non venivano minimamente considerati. Chissà se i Lumière si aspettavano ”Nomadland”. Allo stesso modo, è curioso pensare quanto la fotografia, imprigionata nella sua staticità, sia ancora oggi un’ottima modalità per vedere il mondo e, a suo modo, per raccontare storie. Malgrado l’arrivo del Cinema, senza la fotografia non si potrebbe vedere oltre i muri, metaforici o fisici che siano.
