Un’insolita apparizione fantasma: Euripide mette in scena la tragedia di “Ecuba”

Poco dopo la ricorrenza di Halloween analizziamo il personaggio del fantasma, molto frequente in letteratura, tramite una storia piuttosto insolita.

Incubo, J. H. Fusseli, 1781

Quanto è antica l’ossessione e la passione per tutto ciò che si lega al regno dell’oltretomba? Scopriamolo leggendo Eschilo, uno dei più grandi tragediografi del mondo antico.

NASCITA, SVILUPPO E STORIA DI UNA FORTUNATA IDEOLOGIA

Il termine fantasma deriva dal latino “phantasma”, a sua volta di derivazione greca: il verbo φαντάζω (mostrare) è infatti formato da una radice che esprime l’idea di “apparire” e “mostrare” e connotava la manifestazione soprannaturale che, con il tempo, ha ristretto il suo significato fino ad indicare la sola apparizione di un defunto. Nella tradizione orientale e in quella greco-romana l’apparizione dei fantasmi non veniva associata al sentimento della paura. Ci si riferisce ad essi come a presenze incorporee, spesso caratterizzate da alcuni elementi macabri o sinistri: il sudario, l’acefalia, la luminescenza o il rumore di catene che strisciano; anche le circostanze delle apparizioni sono caratterizzate da elementi tetri ricorrenti quali l’ora notturna o i luoghi lugubri e isolati.

Amleto e il suo doppio

FANTASMA: ESPRESSIONE MATERIALE E VISIBILE DI UNA PAURA INTERIORE

Nella cultura popolare i riferimenti ai fantasmi sono molteplici: grazie alla letteratura, all’arte ed alla cinematografia siamo portati ad immaginarli come deboli riflessi di anime ormai trapassate, spesso rappresentate evanescenti o vestite di bianco. Per quanto i fantasmi siano personaggi presenti soprattutto nel panorama horror-gotico, non si tratta necessariamente di figure malvagie: gli spettri, ad esempio, possono manifestarsi per soccorrere i loro cari in momenti di difficoltà, per essere una guida in un cammino difficile, come è stato per Dante con il fantasma di Virgilio; essi possono poi tornare in vita per esigere vendetta, come il fantasma di Amleto ha chiesto di fare al figlio; ma possono anche essere presenze terrificanti, fonte di disordini, come nel caso del “Fantasma dell’opera”. Gli spettri fanno la loro comparsa già nella letteratura delle origini: fin dai tempi di Omero, che riflette il pensiero della cultura greca, i morti che non ricevevano sepoltura erano condannati ad un eterno vagabondare: ne l’“Iliade” lo spettro di Patroclo appare all’amico Achille rimproverandolo di non avergli reso onori funebri e chiedendo quindi di essere sepolto: “Tu dormi, Achille, e ti dimentichi di me. Non ti scordavi di me quando ero vivo, ma ora che sono morto ti scordi di me. Sono disteso fuori dal portale dell’Ade e le altre ombre non mi permettono di unirmi a loro oltre il fiume. Dammi sepoltura al più presto, in modo che anch’io possa passare”.

LA MENTE VEDE I FANTASMI QUANTO E’ SPAVENTATA O SENZA SPERANZA

Le opere dell’antichità classica pullulano di fantasmi e presenze ultraterrene che influenzano la vita sulla terra: dal fantasma che appare a Bruto per presagirgli un destino funesto nel suo imminente scontro con Antonio e Ottaviano, al fantasma di Laodamia che torna sulla terra per passare un’ultima notte con il suo amato Protesilao. Una storia assai meno conosciuta è quella di Ecuba, narrata da Euripide tra il 425-424 a.C.: qui, l’esercito acheo, espugnata Troia, si è accampato e, proprio nella tenda di Agamennone, si trovano Ecuba e la figlia Polisena, prede di guerra. Durante la notte, è proprio un fantasma, quello di Achille, a dare inizio alla vicenda: egli vuole che Polisena sia sacrificata sulla sua tomba. L’opera si incentra sulle struggenti suppliche di Ecuba, una madre che vuole impedire la morte della figlia: ma nessun appello al buonsenso e al buon cuore riesce a fare presa. La donna chiede di “non strapparmi mia figlia dalle mie braccia, non portarla a morire: i morti sono già abbastanza. […] Lei è per me città, nutrice, bastone, guida della strada. […] Abbi pietà, abbi compassione”. Ma prontamente la donna si sente rispondere che “ora che Troia è stata conquistata dobbiamo dare in sacrificio tua figlia all’uomo migliore dell’esercito, dato che lui ce lo chiede, […] non sarebbe un disonore tenerlo caro come amico da vivo e quando è morto non trattarlo più come tale?”. Polisena affronta così la morte con una fermezza che nei greci desta rispetto e ammirazione. Dall’autore di “Medea” non ci si poteva aspettare di certo un finale differente; secondo gli antichi, è solo così che la Grecia poteva prosperare: si diceva infatti che “Quando si prendono decisioni giuste anche la sorte rispecchia questa giustizia” e se la giustizia prevede che un’innocente sia uccisa perché lo vuole un fantasma non c’è modo di sottrarsi al suo volere.

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