Poco dopo la ricorrenza di Halloween analizziamo il personaggio del fantasma, molto frequente in letteratura, tramite una storia piuttosto insolita.

Quanto è antica l’ossessione e la passione per tutto ciò che si lega al regno dell’oltretomba? Scopriamolo leggendo Eschilo, uno dei più grandi tragediografi del mondo antico.
NASCITA, SVILUPPO E STORIA DI UNA FORTUNATA IDEOLOGIA
Il termine fantasma deriva dal latino “phantasma”, a sua volta di derivazione greca: il verbo φαντάζω (mostrare) è infatti formato da una radice che esprime l’idea di “apparire” e “mostrare” e connotava la manifestazione soprannaturale che, con il tempo, ha ristretto il suo significato fino ad indicare la sola apparizione di un defunto. Nella tradizione orientale e in quella greco-romana l’apparizione dei fantasmi non veniva associata al sentimento della paura. Ci si riferisce ad essi come a presenze incorporee, spesso caratterizzate da alcuni elementi macabri o sinistri: il sudario, l’acefalia, la luminescenza o il rumore di catene che strisciano; anche le circostanze delle apparizioni sono caratterizzate da elementi tetri ricorrenti quali l’ora notturna o i luoghi lugubri e isolati.

FANTASMA: ESPRESSIONE MATERIALE E VISIBILE DI UNA PAURA INTERIORE
Nella cultura popolare i riferimenti ai fantasmi sono molteplici: grazie alla letteratura, all’arte ed alla cinematografia siamo portati ad immaginarli come deboli riflessi di anime ormai trapassate, spesso rappresentate evanescenti o vestite di bianco. Per quanto i fantasmi siano personaggi presenti soprattutto nel panorama horror-gotico, non si tratta necessariamente di figure malvagie: gli spettri, ad esempio, possono manifestarsi per soccorrere i loro cari in momenti di difficoltà, per essere una guida in un cammino difficile, come è stato per Dante con il fantasma di Virgilio; essi possono poi tornare in vita per esigere vendetta, come il fantasma di Amleto ha chiesto di fare al figlio; ma possono anche essere presenze terrificanti, fonte di disordini, come nel caso del “Fantasma dell’opera”. Gli spettri fanno la loro comparsa già nella letteratura delle origini: fin dai tempi di Omero, che riflette il pensiero della cultura greca, i morti che non ricevevano sepoltura erano condannati ad un eterno vagabondare: ne l’“Iliade” lo spettro di Patroclo appare all’amico Achille rimproverandolo di non avergli reso onori funebri e chiedendo quindi di essere sepolto: “Tu dormi, Achille, e ti dimentichi di me. Non ti scordavi di me quando ero vivo, ma ora che sono morto ti scordi di me. Sono disteso fuori dal portale dell’Ade e le altre ombre non mi permettono di unirmi a loro oltre il fiume. Dammi sepoltura al più presto, in modo che anch’io possa passare”.
LA MENTE VEDE I FANTASMI QUANTO E’ SPAVENTATA O SENZA SPERANZA
Le opere dell’antichità classica pullulano di fantasmi e presenze ultraterrene che influenzano la vita sulla terra: dal fantasma che appare a Bruto per presagirgli un destino funesto nel suo imminente scontro con Antonio e Ottaviano, al fantasma di Laodamia che torna sulla terra per passare un’ultima notte con il suo amato Protesilao. Una storia assai meno conosciuta è quella di Ecuba, narrata da Euripide tra il 425-424 a.C.: qui, l’esercito acheo, espugnata Troia, si è accampato e, proprio nella tenda di Agamennone, si trovano Ecuba e la figlia Polisena, prede di guerra. Durante la notte, è proprio un fantasma, quello di Achille, a dare inizio alla vicenda: egli vuole che Polisena sia sacrificata sulla sua tomba. L’opera si incentra sulle struggenti suppliche di Ecuba, una madre che vuole impedire la morte della figlia: ma nessun appello al buonsenso e al buon cuore riesce a fare presa. La donna chiede di “non strapparmi mia figlia dalle mie braccia, non portarla a morire: i morti sono già abbastanza. […] Lei è per me città, nutrice, bastone, guida della strada. […] Abbi pietà, abbi compassione”. Ma prontamente la donna si sente rispondere che “ora che Troia è stata conquistata dobbiamo dare in sacrificio tua figlia all’uomo migliore dell’esercito, dato che lui ce lo chiede, […] non sarebbe un disonore tenerlo caro come amico da vivo e quando è morto non trattarlo più come tale?”. Polisena affronta così la morte con una fermezza che nei greci desta rispetto e ammirazione. Dall’autore di “Medea” non ci si poteva aspettare di certo un finale differente; secondo gli antichi, è solo così che la Grecia poteva prosperare: si diceva infatti che “Quando si prendono decisioni giuste anche la sorte rispecchia questa giustizia” e se la giustizia prevede che un’innocente sia uccisa perché lo vuole un fantasma non c’è modo di sottrarsi al suo volere.