SEX&THEEGG: PRINCIPESSE DELLA PARITÀ E ALTRI ORRORI, CRONACHE DAL FRONTE DEL DATING MODERNO

Nel 2025 abbiamo abbassato così tanto le aspettative che ora un uomo che organizza davvero un appuntamento sembra uscito da una favola. Spoiler: sta solo facendo il minimo.

Gli appuntamenti hanno sempre avuto una specie di codice non scritto. Non parliamo di quelle convenzioni vittoriane che oggi ci sembrano uscite da una serie tv – tipo il fatto che una donna non potesse essere nella stessa stanza di un uomo senza un chaperone presente come testimone, o che mostrare una caviglia in pubblico fosse considerato praticamente pornografia. No, parliamo di quella cosa elementare chiamata “buon senso”: chi invita, organizza. Chi propone un’uscita, ha un piano. Chi vuole fare bella figura, fa uno sforzo minimo per non sembrare un barbone emotivo con accesso a internet.
Ma a quanto pare, quel manuale d’istruzioni è andato perso da qualche parte tra l’avvento dei social media e la pandemia. O forse è stato deliberatamente gettato nel cassonetto insieme all’idea che corteggiare qualcuno richieda più di tre messaggi su Instagram e la speranza che l’algoritmo faccia il resto del lavoro.

PORTA VINO, PORTO ORRORE

Domenica pomeriggio. Sto scorrendo Instagram con quella pigrizia post-brunch quando mi arriva un messaggio di Samantha: «Devo parlarti di una cosa che mi è successa ieri sera. No, aspetta, parliamone dal vivo. Porta vino, porto orrore.»
Due ore dopo siamo sul mio divano, e Samantha ha già iniziato quello che posso solo definire un catalogo ragionato dei disastri maschili del dating contemporaneo.

«Ok, partiamo dai classici» esordisce tracannando metà bicchiere. «Categoria numero uno: i Principi Azzurri della Parità Selettiva. Quelli che ti portano fuori a cena e alla fine ti dicono “facciamo a metà?”. O peggio, quelli che ti chiedono i soldi della benzina perché ti hanno dato un passaggio. BENZINA.»

«No, aspetta» la interrompo quasi sputando il vino. «I soldi della benzina? Sul serio?»

«Giuro. E sai qual è la parte migliore? Quando gli fai notare che forse dovrebbero pagare loro, ti rispondono con: “Avete voluto la parità, no?”»

Ecco, questa frase. Questa maledetta frase che viene tirata fuori ogni volta che un uomo vuole giustificare la sua spilorceria spacciandola per femminismo. Come se la parità di genere significasse “ora posso essere uno cheapskate e chiamarlo progressismo”.

«La parità» dico riempiendo i bicchieri «non significa che diventiamo tutti tirchi. Significa che se io ti invito, pago io. Se tu mi inviti, paghi tu. Non è fisica quantistica.»

«ESATTO!» urla Samantha. «Ma questi sono gli stessi che poi, quando gli conviene, tirano fuori la carta del gentleman. Decidono quando essere femministi e quando essere cavalieri a seconda di cosa gli fa comodo.»

«Ma vogliamo parlare di quelli che hanno completamente abdicato al concetto di organizzazione?» Samantha è lanciata. «Quelli che ti scrivono “ci vediamo?” e quando dici di sì, ti rispondono “puoi venire tu così non allungo per passare a prenderti?”»

Mi fermo un secondo. «Quindi ti stanno invitando fuori chiedendoti di fare tu la fatica?»

«Precisamente. Ma aspetta, non ho finito. Poi ci sono quelli che come primo appuntamento ti invitano a casa loro. O peggio, si invitano a casa tua. “Che ne dici se passo da te per un calice di vino?” Come se il primo appuntamento fosse il momento perfetto per testare l’intimità dei nostri salotti.»

«E se per caso accetti di vederli dopo cena?» continua. «Arriva la proposta geniale: “facciamo un giretto in macchina?”»

«Un giretto in macchina» ripeto lentamente. «Nel 2025.»

«E sai cosa mi chiedo? Come cazzo ci si veste per un giretto in macchina? È casual? È elegante? Ti prepari come per una cena e finisci a fissare il cruscotto di una Panda del 2003 che sa di deodorante alla vaniglia scaduto.»
È come se avessero preso tutti gli appuntamenti romantici della storia del cinema e li avessero passati attraverso un filtro di pigrizia estrema. Via col Vento? No, troppa organizzazione. Meglio un giretto in macchina.

IL LIMBO DIGITALE

«Ma possiamo parlare dell’altra categoria?» chiede Samantha. «Quelli che ti scrivono su Instagram per settimanr…»

«Aspetta, di questi ne so qualcosa» la interrompo. «Me ne è capitato uno che per mesi mi ha risposto alle storie, mi scriveva “dobbiamo assolutamente vederci”, “sarebbe bello fare un weekend da qualche parte”.  Quando finalmente gli ho detto “ok, organizziamo qualcosa”, è sparito nel nulla. Silenzio cosmico. Poi, due settimane dopo, mi scrive alle sei del pomeriggio: “ci sei per un caffè tra 20 minuti?” Così, de botto. Come se non avessi una vita, impegni, la necessità base di prepararmi.»

«E poi ci sono quelli con le battute a sfondo sessuale» continuo. «Ti rispondono alle storie pensando di essere chissà chi, fanno commenti imbarazzanti, e quando gli dici che non hai nessuna voglia di vederli dopo questa dimostrazione di classe, si offendono pure. “Ma perché? Stavo solo scherzando! Non si può più dire niente oggi?”»

«Esatto!» dice Samantha. «Come se il problema fosse la nostra mancanza di senso dell’umorismo.»

«O quelli inconcludenti» aggiungo «che ti rispondono alle storie a caso per mesi – tipo commentano ogni foto scollata come fossero critici d’arte – e quando gli fai notare che sono completamente inconcludenti, si lamentano. “Ma io ti parlavo!” Sì, amore, parlavi del mio seno in bella vista su ig, non esattamente la base per una conversazione.»

LA SAGA DELLA NONNA

«Ma devo raccontarti l’apoteosi» dice Samantha. «C’era questo tizio che mi ha tartassata per mesi. “Dobbiamo vederci”, “quando sei libera”, “organizziamo”. Finalmente fissiamo un appuntamento. Giorno stabilito, ristorante scelto. Io mi preparo, aspetto che scriva, le ore passano.»

«E lui?»

«Sparito. Zero messaggi. Aspetto le 22, un amico mi scrive che passa a prendermi lui per bere una cosa dopo cena. E indovina quando si fa vivo?»

«Non dirmi…»

«Tre di notte. Messaggio: “Scusa, la nonna è caduta dalle scale, ho avuto il cellulare scarico tutto il giorno, non potevo avvisarti”.»

Resto in silenzio. «La nonna. Caduta dalle scale. Cellulare scarico. Tutto il giorno.»

«Tutto il giorno» conferma. «Perché ovviamente in tutto l’ospedale non c’era UN caricatore. Ma aveva l’energia per scrivermi alle tre di notte.»

IL GRANDE RESET

Mentre ci versiamo l’ennesimo bicchiere, mi rendo conto che stiamo parlando di qualcosa di più profondo della semplice incompetenza maschile. Le app e i social hanno democratizzato l’accesso alle persone ma non hanno democratizzato il rispetto. È come se tutti pensassero di avere diritto al tuo tempo, alla tua attenzione, senza dover dare nulla in cambio. Nemmeno la decenza di organizzare un appuntamento come si deve.

«Il problema» dice Samantha «è che siamo diventate opzioni in un menu infinito. Quando sei un’opzione tra mille, perché dovresti fare lo sforzo? Tanto se va male, c’è sempre un’altra ragazza a una storia Instagram di distanza.»

Il punto è che questa mentalità crea un circolo vizioso. Gli uomini fanno sempre meno sforzi perché pensano di avere infinite opzioni. Le donne abbassano le aspettative perché dopo il diciottesimo appuntamento disastroso inizi a pensare che forse il problema sei tu. E così il livello generale continua a scendere, fino a quando “non mi ha chiesto i soldi della benzina” diventa un complimento.

«Sai cosa dovremmo fare?» dice Samantha con l’entusiasmo di chi ha bevuto abbastanza. «Un manifesto. Punto uno: se inviti qualcuno, devi avere un piano più elaborato di “giro in macchina”. Punto due: se scrivi per mesi dicendo di vedervi, devi concretizzare o sparire. Punto tre: la nonna può cadere dalle scale, ma tu puoi trovare un modo per avvisare.»

Rido, ma ha ragione. Non stiamo chiedendo gesti grandiosi o dichiarazioni hollywoodiane. Stiamo chiedendo il minimo: presenza, coerenza, rispetto. Che se qualcuno dice di voler uscire con te, lo faccia davvero. Che se ti invita, organizzi. Che se sparisce, abbia la decenza di ammettere che ha cambiato idea invece di inventarsi tragedie.

«Il punto è» dico finendo la bottiglia «che abbiamo normalizzato comportamenti inaccettabili. Abbiamo abbassato così tanto il livello che ora un uomo che si presenta e paga la cena sembra un principe. Quando in realtà sta solo facendo il minimo.»

«Esatto» annuisce Samantha. «E loro si lamentano che siamo troppo esigenti. Ma non siamo complicate. È solo che abbiamo ancora standard, e questo nel 2025 sembra rivoluzionario.»

IL DIRITTO DI PRETENDERE

Mentre Samantha chiama un taxi, ripenso alla conversazione. Forse il vero problema non sono gli uomini che fanno il minimo. È che abbiamo smesso di credere di meritare di più.
Quando accetti il “giretto in macchina”, quando aspetti un’ora qualcuno che non si presenta, quando continui a parlare con chi ti scrive solo alle tre di notte, stai mandando un messaggio: questo è ok. Il tuo tempo non vale.
Ma forse è arrivato il momento di ricordare che pretendere che qualcuno faccia uno sforzo non ti rende esigente, ti rende una persona che si rispetta. Dire “no” a un appuntamento in macchina non ti rende difficile, ti rende qualcuno con degli standard. E bloccare il tizio della nonna non ti rende cattiva, ti rende intelligente.

Nel grande manuale delle relazioni moderne dovremmo aggiungere un capitolo su una verità scomoda: non tutti meritano il tuo tempo. Non tutti meritano la tua pazienza. E certamente non tutti meritano di chiederti i soldi della benzina dopo averti invitata fuori.
Perché alla fine, se l’unica cosa che puoi offrire è il minimo sforzo, forse non sei pronto per uscire con qualcuno. Forse sei pronto solo per continuare a scorrere Instagram, sperando che l’algoritmo ti trovi qualcuno abbastanza disperato da trovare accettabile quello che offri.
Ma quella persona non sarò io. E se le cose vanno bene, non sarà nemmeno Samantha.

Forse è arrivato il momento di alzare di nuovo l’asticella. Anche solo abbastanza per escludere i giri in macchina, le nonne cadute dalle scale, e i tizi che pensano che commentare le foto del cappuccino costituisca corteggiamento.
Non è chiedere troppo. È solo chiedere il minimo. E il minimo dovrebbe essere il punto di partenza, non l’obiettivo finale.

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