Quella strana epoca che scombussolò il mondo: il sessantotto rappresentato nel film ”la chinoise” di Godard

Il ”sessantotto” è stato un anno molto particolare per tutto il mondo, perché ha segnato in qualche modo una cesura, una frattura con tutto ciò che c’era stato prima. Insomma uno status quo che doveva essere distrutto, un bigottismo della società borghese conservatrice che doveva essere cambiato.

Tutto sembrava intonato allo slogan francese “il est interdit d’interdire”, quindi: vietato vietare. Un qualcosa di rivoluzionario sembrava infatti dovesse stravolgere tutto in un attimo, e non poteva essere vietato.

In questo articolo vorrei trattare del ”sessantotto” e tutto ciò che l’ha fatto scaturire, riferendomi poi più nello specifico al Maggio francese; inoltre vorrei parlare di un film che in qualche modo sembra rappresentare l’euforia di quei tempi, la chinoise di Jean-Luc Godard, facendo anche una rapida introduzione sulla Nouvelle Vague.

LA CONTESTAZIONE E LE SUE PREMESSE STORICHE

Il dopoguerra ha visto un cambiamento sociale radicale in Europa. Insomma, quegli uomini che avevano superato le angherie e le ingiustizie sociali dell’ultima rivoluzione industriale di fine ottocento, che avevano vissuto nella miseria delle due guerre mondiali, ora si ritrovano in una società completamente diversa. Una società dove l’abbondanza è un qualche cosa di normale, il consumo è uno stile di vita e la fame e la miseria paiono legate soltanto a vecchi racconti.

In tutto ciò i giochi economici e politici sembrano dettare legge. Infatti dopo la dottrina Truman del marzo del 1947 e la creazione di un piano economico, volto a risollevare le economie degli stati europei, lacerati dalle guerre, il piano Marshall, si viene a creare un bipolarismo internazionale tra Unione Sovietica e Stati Uniti. Di fatto il piano non fungeva solo come misura economica di aiuto caritatev0le degli Stati Uniti verso gli stati europei, ma anche come mezzo per poter avere un controllo egemonico sull’Europa occidentale.

conferenza di Yalta

Infatti, in questo tira e molla tra le superpotenze c’era come fine quello di ottenere una sfera di influenza economico-politica maggiore rispetto alla potenza avversaria. Già prima della fine del conflitto, nel febbraio 1945, nella conferenza di Yalta, dove i tre ”grandi” (Roosvelt, Churchill e Stalin) si incontrarono per decidere cosa fare dopo la guerra, si era delineata l’idea di una divisione del continente in sfere di influenza, lasciando a ciascun popolo la libertà di decidere quale. Nel triennio 45-48, però, queste sfere di influenze si trasformarono in blocchi contrapposti, quindi in alleanze politico-militari controllate dall’una o dall’altra superpotenza.

Allora l’espressione di Churchill ”cortina di ferro” comincia a profilarsi in un qualche cosa di concretamente possibile. Un ”limes” tra Urss e Usa, che portava due modi differenti, quasi opposti a trovarsi divisi. Questo confine sarà il muro di Berlino, che dividerà i due mondi dal ’61 fino all’89 e sarà quel limite mai valicato per uno scontro frontale, ma che però rimarrà sempre un po’ il simbolo di ciò che è stata la guerra fredda.

Ma ciò che davvero sta alla base di tutto è la contrapposizione tra due ideologie molto differenti tra loro, il comunismo e il capitalismo. Se da una parte le politiche economiche di stampo keynesiano, quindi politiche economiche espansive e il conseguente successo del New Deal, accanto anche al Piano Marshall di cui parlavo prima, allettavano il mondo, dall’altra parte troviamo un’economia totalmente statale, che si organizza in piani quinquennali, volti al soddisfacimento del bisogno del cittadino. Un bisogno che però rimane essenziale, non sfocia mai nel consumismo.

Entrambe le superpotenze poi, dietro allo sfavillio della loro idea di perfetta società, avevano i cosiddetti scheletri nell’armadio. Se da una parte, quella americana, si vede nel periodo 1950-1954 una caccia alle streghe anticomunista promossa dal senatore McCarty, dall’altra troviamo una repressione terribile della popolazione, che portò a ondate di processi con pene capitali o deportazioni nei gulag, che nel 1950 raggiunsero la vetta di 2,8 milioni di detenuti.

Poi ci furono le rivoluzioni comuniste in tutto il mondo, si pensi a quella in Cina di Mao Zedong del 1949, la Corea, che viene occupata nel 1950 da truppe sovietiche a nord e da truppe statunitensi a sud, e che dopo una cruentissima guerra (oltre 2 milioni di morti) si vede divisa in una Corea del Nord comunista e una Corea del Sud capitalista. Oppure si pensi anche alla rivoluzione comunista cubana del 1959. Naturalmente poi tutti questi stati furono annoverati nella cerchia della sfera di influsso sovietica.

Gli anni ’60 e ’70 videro poi la guerra fredda in tutte le sue forme, dalla gara spaziale alla minaccia di guerra nucleare, fino a guerre vere e proprie che però venivano combattute in paesi remoti e il Vietnam ne sarà l’esempio più lampante. Infatti si verrà a delineare una guerra tra il nord del paese filosovietico e il sud del paese filoamericano.

La guerra in Vietnam e la sua brutalità sarà uno dei tanti argomenti portati in piazza dalla folla giovanile in protesta nel sessantotto europeo. La contestazione, la controcultura, la polemica verso i valori, i consumi e gli stili di vita della società occidentale paiono in quell’anno animare i giovani europei e americani. Inoltre, in questa lotta alla società borghese e consumista, si fecero largo rivendicazioni di carattere utopistico/marxista, che portarono i giovani studenti alla ricerca di un’alleanza con la classe operaia.

manifestazione

Il Maggio francese fu il culmine di tutta questa agitazione giovanile. Infatti per le strade di Parigi nel maggio del 1968 ci furono delle manifestazioni così imponenti che quasi sembrava dovesse accadere una vera e propria rivoluzione. Inoltre le manifestazioni francesi si caratterizzano per il loro carattere fortemente politico-ideologico, che si declinò in una aspra critica al sistema capitalistico. La soluzione poi offerta dai giovani anticapitalisti non poteva concretizzarsi attraverso delle riforme, ma soltanto attraverso un rovesciamento rivoluzionario.

Il protagonista della contestazione era l’operaio massa, divenuto figura assai presente nella grande industria. Di fatto era quel lavoratore che non era specializzato e di conseguenza era addetto alla catena di montaggio. Lavoro che si rivelava monotono, alienante e poco salariato. Allora le richieste erano tante, dall’aumento dei salari alle richieste di servizi sociali, dalla diminuzione delle ore lavorative all’aumento dei diritti e così via.

Ma la contestazione in qualche modo riuscì ad esulare dalla semplice manifestazione in piazza, infatti penetrò anche nelle arti in generale, anche nel cinema.

LA NOUVELLE VAGUE

giovani della nouvelle vague intenti a riprendere qualche cosa

La Nouvelle Vague (nuova onda) è un movimento cinematografico nato alla fine degli anni ’50 in Francia. Un cinema che si pone come scopo quello di tradurre, con una tendenza idealistica e moralizzante, la realtà della generazione della contestazione. La Francia di quell’epoca era travagliata da una profonda crisi politica, dalla guerra d’Algeria e dal clima di terrore della guerra fredda che regnava in tutta Europa. Allora la ”nuova onda” doveva in qualche modo rappresentare con la cinepresa l’inquietudine, la voglia di cambiamento e la voglia di novità di questa nuova generazione che si trovava a fare i conti con un mondo assai scostante. I temi centrali erano la politica, la società, il marxismo e tutto ciò che animava la generazione della contestazione, sempre però con un tono idealista e moralizzante.

La Novelle Vague doveva poi rappresentare la realtà nella sua immediatezza, e il modo in cui prende vita. Infatti tutto doveva essere così com’è, senza effetti speciali, senza copioni, quasi fosse un documentario. I film, poi, venivano girati con mezzi di fortuna, per strada, negli appartamenti, proprio perché tendevano ad una rappresentazione sincera della realtà.

I fondatori del movimento sono Truffaut, Jean-Luc Godard, Chabrol, Rivette, Rohmer, un gruppo di cinefili che si riuniva alla Cinématheque Française per guardare e discutere di film e per scriverne recensioni. Nella ”Cinématheque” venivano proiettati i ”film maledetti” perché tendenzialmente erano film di grandi cineasti che non erano ancora stati compresi in Europa. Allora si guardavano film di registi dal calibro di Rossellini, Jean Renoir e Alfred Hitchcock.

La loro critica cinematografica poi non si limitò soltanto ad una disquisizione tra amici, ma divenne per loro un vero e proprio lavoro di giornalismo. Infatti quasi tutti scrivevano per una rivista cinematografica molto in voga a quell’epoca, Le Cahiers du Cinéma, che raccolse tutti gli esponenti della Nouvelle Vague e ne divenne un vero e proprio manifesto.

 

LA CHINOISE DI JEAN-LUC GODARD

Uno dei film che mi sembra ritragga in maniera perfetta l’epoca della contestazione è la Chinoise di Jean-Luc Godard, che come ho detto prima è stato tra i fondatori della Nouvelle Vague.

Ci troviamo a Parigi, nel 1967, un anno prima del fatidico ’68, un gruppo di cinque ragazzi si stabilisce in un appartamento lasciato vuoto dai genitori di una dei ragazzi, Veronique. Questo isolamento li porta a riflettere e parlare del comunismo, soprattutto del maoismo. Infatti i ragazzi condividono tra loro una fede maoista radicale, tanto che il loro appartamento verrà riempito di slogan maoisti scritti sui muri e libretti rossi sugli scaffali.

I protagonisti sono: Veronique, studentessa di filosofia, Guillame, attore di teatro, Henri, laureando in chimica, Kirilov, pittore e Yvonne, fervente comunista. Inoltre spesso nel film farà qualche apparizione uno studente di colore di nome Omar, il quale terrà lezioni di marxismo-leninismo.

Il film è tutto incentrato sulle discussioni dei ragazzi, soprattutto su discussioni di carattere ideologico. Addirittura, Veronique, che è legata sentimentalmente con Guillame, arriverà a chiedersi come trasformare il loro rapporto in una qualche pratica rivoluzionaria. Infatti ogni cosa per loro deve essere volta alla rivoluzione e arrivano addirittura a giustificare la lotta armata per perseguire gli obbiettivi di essa.

Nel corso poi delle discussioni, Henri verrà espulso dal gruppo perché considerato troppo poco estremista e Kirilov, come il personaggio dei Demoni di Dostoevskij dal quale prende il nome, si suicida.

I ragazzi rimasti, invece, decidono di fare un atto di dimostrazione rivoluzionaria, l’assassinio del Ministro della Cultura dell’Unione Sovietica in visita a Parigi. Veronique, alla quale viene dato il compito dell’esecuzione, sbaglia stanza di hotel e uccide la persona sbagliata. Poi però non demorde, ci riprova e questa volta porta a termine la sua missione e fugge via.

Quando poi i genitori di Veronique tornano a casa dalle vacanze, quella fervida fede ideologica che ha portato i ragazzi a compiere un atto così terribile come l’omicidio sembra del tutto smorzarsi ed affievolirsi, tanto che nel finale del film sembra che i giovani in qualche modo cambino totalmente mentalità e vogliano una vita normale e borghese.

 

Il film certo ha una trama un po’ contorta e scostante in alcuni punti, ma in qualche modo ci testimonia quella generazione animata dalla voglia di rivoluzione radicale in tutti i sensi. Lo stesso libretto rosso di Mao Tse-Tung, proprio in quell’anno, nel 1967, arriverà ad essere in Francia un vero e proprio best seller. Il maoismo infatti sarà molto in voga tra gli studenti in quegli anni.

Ma la cosa che più mi pare interessante di questo film è il contrasto tra la vita borghese dei ragazzi e le loro idee completamente antiborghesi. I ragazzi sembrano vivere in un mondo tutto loro, lontani dalla realtà di cui fanno parte e nella quale partecipano, insomma vivono in una specie di contraddizione. La voglia di cambiamento allora non assume solo dei connotati di carattere ideologico come sembrava voler dimostrare ad una lettura superficiale il film, ma si profila in una sorta di grido generale volto semplicemente a manifestare un risentimento contro tutto ciò che veniva prima di loro.

Il radicalismo così estremo allora diventa semplicemente un mezzo per acuire quel grido, rendendolo il più potente possibile.

Certo, non voglio poi con questo commento sminuire il sessantotto, perché di fatto alcune rivoluzioni di carattere sociale ci furono, però è da notare come una protesta di una portata così ampia, disinteressata molto spesso ad un dialogo costruttivo con le istituzioni, diventi poi niente altro che un qualcosa destinato ad affievolirsi, proprio come il maoismo radicale dei ragazzi della Chinoise.

Allora la protesta, se così si può intendere, deve essere volta a ottenere dei risultati reali, e questi risultati si possono realizzare solo col dialogo. Il semplice conflitto, permeato sul disinteresse ad ascoltare il diverso, è destinato a spegnersi nel nulla o nella tragedia, come nel caso dell’omicidio nel film.

Allora mi auguro che le nuove generazioni riescano a protestare in maniera costruttiva e davvero cambiare in meglio la società, ma lo si può fare solo attraverso il dialogo.

   Vladislav Karaneuski  

 

 

 

 

 

 

 

 

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