L’opera di Sofocle rappresenta una delle più particolari e complesse dell’intera letterature greca classica. Per la prima volta la tragedia è popolata da esseri umani in senso stretto, tormentati da dubbi, timori e paure. E’ il tramonto della figura eroica tipica dell’età arcaica, integra ed invincibile, adesso i personaggi sono pieni di pathos, sono dotati di un proprio sentire e sono soggetti all’azione severa del destino che incombe costantemente su di loro. Rappresentativa è la vicenda di re Edipo, che soffrirà terribilmente senza mai capirne davvero il motivo.

Sofocle rappresentò una delle personalità più importanti ed influenti dell’età periclea. Egli fu uomo politico, stratega, poeta e mille altre cose, ma soprattutto fu un uomo, con tutte le conseguenze del caso. Il poeta ebbe una vita lunga, ricchissima di esperienze, ma nonostante ciò egli, che pur poteva ritenersi grande, si rese conto di essere minuscolo di fronte all’immenso gioco della vita. Questo caratterizza Edipo, protagonista di quella che è ritenuta la tragedia più paradigmatica dell’intero teatro greco: l’ “Edipo re”.

La Trama

La tragedia si apre con Edipo, al massimo della propria potenza di re, impegnato a debellare la peste che infuria nella città da lui governata: Tebe. Dunque, disperato, il sovrano ordina a Creonte, fratello di sua moglie Giocasta, di andare ad interrogare l’oracolo di Delfi. Dal responso vien fuori che la ragione del male che attanaglia la città è che l’omicidio del precedente re di Tebe, Laio, era rimasto impunito e che la peste sarebbe stata debellata solo qualora fosse stato identificato ed esiliato l’assassino. Dunque il sovrano interroga l’indovino Tiresia per scoprire il colpevole e vien fuori che si tratta di egli stesso: Edipo. Il protagonista allora si imbestialisce, arriva addirittura ad accusare il cognato Creonte di essere d’accordo con l’indovino per spodestarlo dal trono. A questo punto entra in scena Giocasta che seda il dibattito fra i due uomini consigliando ad Edipo di lasciar perdere indovini e oracoli, infatti anche a Laio, del quale lei è vedova, era stata fatta una profezia che alla fine non si era avverata: egli infatti, sarebbe dovuto morire per mano di suo figlio, ma così non è stato. Qui Edipo comincia ad assumere un atteggiamento turbato. Egli infatti divenne re di Tebe per caso, proprio fuggendo da una profezia simile. In gioventù Edipo era stato il principe ereditario di Corinto dalla quale fuggì perché gli venne profetizzato che un giorno avrebbe ucciso il padre e generato figli con la madre. Durante il suo cammino giunse a Tebe dove, sconfiggendo un mostro che attanagliava la città da tempo immemore, fu proclamato re in sostituzione di Laio, appena morto. Dopo una serie di vicende si ha la conferma che Edipo non è in realtà figlio dei sovrani di Corinto ma di Laio e Giocasta. Il vecchio re di Tebe, infatti, alla luce della profezia che indicava il figlio ancora neonato come il suo futuro assassino, prende la dura decisione di farlo uccidere da un servo il quale, mosso a pietà lo consegna invece ad un pastore che a sua volta lo affida ai sovrani di Corinto. Questo bambino non è altri che Edipo, vittima di un destino beffardo e malevolo che lo ha portato alla realizzazione della profezia dalla quale stava fuggendo. Egli allora, macchiato del sangue del padre e colpevole di avere avuto rapporti incestuosi con la madre, dopo il suicidio di questa si acceca e va in esilio volontario affermando che dopo questa vicenda i suoi occhi non potranno più vedere il bello.

Il messaggio sofocleo

Al principio della tragedia Edipo è un eroe, ha salvato Tebe e adesso la governa nel migliore dei modi. Di colpo la sua vita si trasforma in un incubo, tutte le sue certezze vengono messe in discussione ed infine distrutte. Ma perché egli è stato destinato a soffrire tanto? Nessuno lo saprà mai.

Qui sta uno dei punti fondamentali dell’”Edipo re” e dell’opera di Sofocle in generale. Al contrario delle vicende narrate dai suoi predecessori, nelle quali la punizione era diretta conseguenza di un torto commesso, adesso l’uomo soffre senza mai spiegarsi il perchè. L’essere umano è completamente in balia del destino, dal quale, come messo in evidenza dalla tragedia, non si può sfuggire. Quante volte ci siamo chiesti “Perché proprio a me?”? L’equilibrio delle nostre vite è appeso a un filo e Sofocle è abilissimo nel mostrarcelo. Edipo, in qualità di re, governa incontrastato le vicende umane all’interno di Tebe, ma chi governa il sovrano? Il destino nella mentalità greca rappresentava una forza talmente potente che ad essa dovevano piegarsi perfino gli dei. Il protagonista è dunque vittima e al contempo carnefice involontario e non può far altro che suscitare, in fondo, tenerezza. Edipo è l’uomo, così forte ma così fargile, piuma nell’aria in balia del vento della vita. Verso la fine della storia c’è un punto di rottura, Edipo rimane completamente “solo”. Nel momento in cui anche Giocasta si rende conto della realtà dei fatti, il protagonista rimane l’unico a non avere ancora capito, o meglio a non voler capire. Egli passa improvvisamente da un mondo fatto di stabilità e certezze ad un momento in cui egli è l’unico a non intendere più nulla sulla sua stessa vita. Tuttavia è proprio il nostro essere sottili come carta a renderci umani secondo Sofocle, in fin dei conti cosa significa vivere se non stare continuamente sospesi fra la meraviglia e la tragedia? Siamo dei funamboli sospesi nel vuoto senza nemmeno scorgere la meta, ognuno a modo suo, ognuno con le proprie paure siamo impegnati nella traversata. Intraprenderla con leggerezza, questo solo importa, senza macigni sul cuore, senza pensarci troppo, prendendola come viene. Edipo alla fine ha della storia perso l’equilibrio, ma prima di cadere è stato il re.

“Proprio quando io non sono niente, allora divento veramente uomo.”

-Sofocle

a cura di Andrea Arrigo

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