Quando e come un’opera d’arte (non) prende vita.

Secoli fa Ovidio raccontò una storia che più di altre è emblema dell’amore dell’artista per la propria creazione. Un amore che non è semplice ammirazione, bensì potente incantesimo capace di dar vita a ciò che vita non ha.
Soffio di vita
Questo racconto ha inizio in un atelier tra scalpelli, schizzi e pennelli. Pigmalione, giovane scultore e padre delle opere che arricchivano l’atelier stesso, inizia a soffermarsi sempre di più su un’opera, una statua in avorio da lui stesso realizzata. Pigmalione la osserva, si avvicina, la esamina, l’accarezza. Inizia a pensare che nessuna donna al mondo potrà mai essere più bella di questa sua creazione. Proprio per questo, qualche tempo più tardi recatosi alle celebrazioni in onore della dea Afrodite, Pigmalione chiede implicitamente alla dea di convertire quella sua statua in una ragazza vera, una donna in carne ed ossa. Al suo ritorno in atelier, come ogni giorno Pigmalione si avvicinò alla statua per ammirarla e accarezzarla, ma nel passare le dita sul viso suo si accorse che il freddo e pallido avorio aveva lasciato spazio a una tiepida e morbida pelle che in toto percorreva il corpo di colei che autori più moderni chiameranno Galatea. I due ebbero una figlia di nome Pafo come l’omonima città di Cipro nella quale si erge un tempio dedicato a colei che con il suo soffio di vita aveva dato vita alla bella Galatea: la dea Afrodite.

Realtà e immaginazione
Il potere degli dei non viene, invece, affatto preso in considerazione ne “Il capolavoro sconosciuto” di Honoré Balzac. In questo racconto breve il soffio vitale è ben più nascosto, al punto da diventare quasi impercepibile ad occhi diversi da quelli del creatore dell’opera stessa, Frenhofer. Maestro di pittura, grande esperto d’arte e unico allievo del pittore Mabuse, Frenhofer incontra Nicolas Poussin e François Porbus, anch’essi artisti interessati al suo genio creativo. È proprio a loro che Frenhofer confessa di star lavorando da sette anni a un dipinto che, pur non definendolo un capolavoro, si rifiutare di mostrare. Dopo mesi di perplessità riguardanti il risultato finale di anni e anni di lavoro, Franhofer decide di rivelare a Porbus e Poussin il misterioso dipinto. I due non solo non riescono a riconoscere nell’immagine rappresentata la donna descritta dall’artista, ma dubitano anche della lucidità dello stesso Frenhofer e della sua capacità nel riuscire a distinguere un vero capolavoro tra tante opere. Al contrario della storia di Pigmalione, nel racconto di Balzac non c’è lieto fine: Frenhofer morirà quella stessa notte dopo aver bruciato tutti i suoi quadri.
Genio creativo
Perché soffermarsi su queste due storie e non su altre…se mai tratti da fatti realmente accaduti? Perché non parlare del rapporto tra Musa e artista citando la Venere di Botticelli, “La Venere di Urbino” di Tiziano o “La naissance de Vénus” di Cabanel? Perché non parlare delle tecniche concrete che hanno portato alla nascita di queste opere? Beh, perché le storie di Pigmalione e Frenhofer vanno ben al di là delle tecniche concrete. Vanno al di là della tipologia di pennello, delle sfumature di colore o degli effetti di chiaro-scuro. Sono storie che parlano della capacità dell’artista non tanto di creare materialmente, quanto di dar vita alle proprie opere…di dare la vita per le proprie opere. Donar loro quel soffio vitale, divino o immaginario che sia, in grado di far risplendere la loro stessa opera del génie créatif che dietro di essa si nasconde.