Giovanni Falcone venne spesso accusato di diffondere falsità: il fatto di non essere stato ucciso delegittimava ciò che diceva. Lo stesso avviene adesso con Saviano, come spiega nella sua graphic novel.

In “Cose di Cosa Nostra” Falcone racconta per la prima volta la struttura della mafia. Narra la storia delle famiglie, la guerra, i simboli dei mafiosi siciliani. Con “Gomorra” Saviano, in ugual modo, svela i segreti della camorra; una realtà mai denunciata prima così nel dettaglio. Così come Falcone non fu a lungo creduto e ammirato da molti, Saviano incappa oggi in situazioni molto analoghe: essere vivi delegittima ciò che si racconta.
La diffidenza per chi è “ancora” vivo
Da pochi mesi è uscita l’ultima opera di Saviano: una graphic novel intitolata “Sono ancora vivo”. In essa è raccontata la sua vita: un’autobiografia che, tra i diversi temi trattati, denuncia la diffidenza degli haters e delle persone comuni nei suoi confronti. Le accuse che gli sono rivolte sono le stesse che colpivano anche Falcone: se quello che racconta fosse realmente vero, allora perché non è stato ancora ucciso? Perché vive?
Diffidenza. Si tende a credere a qualcuno solamente quando questo muore. Per citare un passo di “Sono ancora vivo”:
Quando muori, tutto si interrompe, compreso il fastidio che si prova verso chi prende posizione, verso chi denuncia, verso chi si espone. […] I più feroci dicono “Non parlavo bene di lui, ma ci siamo sempre stimati”.
Così è successo a Falcone; nonostante negli ultimi mesi prima della catastrofe ricevesse a casa messaggi anonimi di minacce di morte, insulti, lamentele dai vicini del quartiere per il rumore che produceva l’elicottero della sua scorta, un isolamento sempre più pressante… Nonostante tutto quando egli morì ogni odio cessò. Si cominciò a parlare di Falcone come di un martire. Come di qualcuno che si era sacrificato per fare il bene dello Stato, della Sicilia, dei cittadini. Di tutti noi. La supposta falsità delle sue denunce, l’astio, l’ira per quello che veniva definito uno “sputtanamento” di una delle regioni più belle d’Italia… Tutto svanito. La morte significò la rinascita della sua persona. Una prova della verità. La conferma della giustizia dei suoi valori.

L’uccisione come martirio, la vita come castigo
Cosa Nostra uccise Falcone per porre un freno alle informazioni che stavano trapelando sempre più tra i cittadini comuni. Per porre un freno alle denunce, ai processi, alle luci che la portavano sempre più alla ribalta. Dopo più di un secolo si stava togliendo il masso per studiare con una lente d’ingrandimento la miriade di insetti nascosti al di sotto. Non avevano però calcolato l’effetto mediatico che avrebbe comportato la sua uccisione. Si affermò ancora di più quell’immagine che la morte del magistrato, secondo i mafiosi, avrebbe dovuto cancellare. L’omicidio di Borsellino poco più tardi, così come il resto dei loro collaboratori, rese ancora più evidente il loro “errore”. Da quel momento si fece molta più attenzione nel modo in cui si colpiva: ora preferiscono diffamare il nome della persona, minacciare o uccidere i famigliari. Tattiche che hanno il fine di rendere solo, sfigurare, annichilire il proprio avversario. Non è un caso che proprio questo procedimento sia utilizzato anche dalla camorra, come ben sottolinea Saviano proprio in “Gomorra”.
Un giorno la moglie di un boss della camorra venne a sapere che si stava progettando l’esecuzione di Saviano. Per paura di essere accusata di complicità , essendo il marito già in carcere, denunciò il fatto; in seguito arrivò la lettera anonima alla redazione di un settimanale; in essa si descriveva un summit che si era tenuto in un centro scommesse a Casal di Principe. Si erano radunati tutti i rappresentanti dei diversi clan: si votò se lasciar vivere o uccidere Saviano. Optarono per la prima: “Sennò a Saviano lo fanno santo”, dicevano. Non volevano commettere lo stesso errore che la mafia, più di dieci anni prima, aveva commesso con Falcone. Non volevano renderlo un martire.
“Sono ancora vivo”
Così cominciò la “vita-non-vita”, come la definisce lui stesso, di Saviano. Una vita sotto scorta che ormai va avanti da 15 anni. Una vita fatta di case occupate per poco tempo e senza possibilità di scegliere l’arredamento o cosa tenere, di spostamenti, di paura, di falsi attentati. Una vita di restrizioni e mancanza di libertà. Una vita piena di difficoltà e, purtroppo, anche di persone che odiano, disprezzano, diffidano di lui. “É troppo pessimista”, “Guadagna dalla merda che getta su Napoli e sull’Italia”, “Gli dobbiamo pure pagare noi la scorta”. Tutte cose che colpirono anche Falcone; così si uccide la fama, il nome. Chiunque abbia mai letto, o preso anche solo per un istante sul serio il lavoro di Saviano, sa quanto ami Napoli. Chiunque sia anche solo leggermente istruito sul mondo che queste persone denunciano sa che senso abbia tutelarle. Sa che è lo Stato che si deve occupare della scorta per il semplice motivo che si sta salvaguardando la libertà di parola di un uomo che sta combattendo per rendere il Paese più giusto. La questione è concettuale, morale.
Il destino in cui è incappato Saviano è indissolubilmente legato alla parola. I boss hanno paura della diffusione dei messaggi che egli veicola perché raccontano storie; queste diventano racconti di vite intere, di un luogo, di un Paese. Ci fanno comprendere che quella ferita è anche la nostra ferita, che ci riguarda, che anche noi siamo immersi irrimediabilmente in quel mare di sterco che siamo sempre abituati a guardare, giudicando, da lontano. La parola porta a conoscenza. Conoscere significa smettere di sottostare alla violenza delle mafie. Ecco cosa rappresenta Saviano per la camorra: la prova vivente del loro fallimento. E allora gridiamolo assieme a lui, uniamo la nostra voce a quella delle vittime di mafia, dei giornalisti, dei magistrati che rischiano ogni giorno la loro vita per renderci persone migliori: maledetti bastardi, siamo ancora vivi!
