Un viaggio nella Bologna solidale, resistente, rossa. Dentro Làbas, il collettivo che propone il modello alternativo dei diritti, del rispetto, dell’integrazione, sottraendo alla fatiscenza e al degrado gli ambienti inutilizzati dal comune.

L’ingresso del Làbas

Esiste un confine, non ben delineato, che separa il bene dal male, il giusto dallo sbagliato. È un limite labile e vacuo, come quello che separa il buono dall’eroe, l’antagonista dal perfido oppositore. È un gioco di prospettiva, e come ogni gioco fa divertire chi vince; come ogni prospettiva, si concede in una veste o in un’altra a seconda del punto d’osservazione. E allora qualcuno chiama buono il cattivo o cattivo chi prova ad esser buono, ma sono realtà circostanziate, soprattutto nella misura in cui ci si rende conto che per fare qualcosa di buono, alle volte, serve essere un po’ cattivi, serve oltrepassare quel limite.

Questa potrebbe essere una storia di delinquenti, di ragazzotti che distruggono le vetrine e occupano gli immobili di proprietà comunale in nome della rivoluzione proletaria. Oppure la storia di ragazzini che giocano insolenti a guardie e ladri, o che si divertono emulando le imprese di Robin Hood. Ma non sarebbe una storia vera, non nell’uno né nell’altro caso, perché questa è una storia di princìpi, di solidarietà, di ragazzi che prendono il degrado e lo trasformano nello spazio in cui rigenerare i degradati, anche a costo di rimetterci personalmente. Questa è la storia dei ragazzi di Làbas.

 Làbas è il collettivo politico che il 13 novembre 2012 ha occupato l’ex Caserma Masini, sita in via Orfeo a Bologna, mutando un luogo destinato alla fatiscenza e al degrado in una struttura rivitalizzata. L’obiettivo era quello di restituire alla comunità uno spazio pubblico, trasformandolo in un qualcosa di molto più nobile rispetto alla caduta nella spaccatura tragica dell’oblio cui era destinato. Una struttura di 9000 metri quadri adibita in luogo in cui realizzare il sogno di un presente contrapposto alla miseria, al precariato, ad una realtà xenofoba ed elitaria, aggrovigliata nella sua autologica gerarchia che non lascia spazio agli ultimi. Nasce così un luogo di ritovo in cui si srotolano le attività sociali più varie che vedono la collaborazione con studenti, lavoratori precari, pensionati, migranti speranzosi in una mano per riniziare una nuova vita, bambini alle prese con l’asilo completamente gratuito.

Dal giorno dell’occupazione della Caserma famosa per le torture ai partigiani e in stato di abbandono dal lontano ’97, il collettivo ha realizzato opere di bonifica, la sostituzione dell’asfalto con un orto, la promozione di progetti ricreativi tra i quali l’asilo, la produzione di birra artigianale, pranzi aperti al quartiere, balli, corsi di tango e via discorrendo. Un impegno che ha trovato la solidarietà del quartiere, come tetimoniato dalle donazioni degli abitanti: materassi, vestiti, cibo e libri, grazie ai quali è stato possibile realizzare una biblioteca che vantava oltre 2000 volumi messi a disposizione dei numerosi studenti che accorrevano quotidianamente nella struttura.

I tratti che costituiscono il contorno in cui s’inserisce la figura del collettivo, delineano uno spazio di autogestione e riprogettazione in dialogo col territorio e la sua comunità, sino all’8 agosto 2017, giorno dello sgombero.

Lo sgombero della caserma

La polizia in tenuta antisommossa tenta di entrare nello stabile caricando gli attivisti con l’uso di manganelli: una scena vista e rivista a Bologna, nell’anno in cui anche l’università fu presa d’assalto con una violenza inaudita. Seguono tre ore di scontri e barricate, tra lo sgomento degli abitanti del quartiere consapevoli della perdita di una realtà d’aggregazione sociale unica nel suo genere. Terminati gli scontri lo stabile è sigillato, destinato alla creazione di un albergo di lusso come previsto dalla Cassa Depositi e Prestiti che aveva richiesto lo sgombero.

A distanza di quasi un anno da quei momenti, i ragazzi del collettivo tornano nella caserma. Ad attenderli, l’ombra di ciò che è stato e non c’è più. Un dizionario abbandonato su un tavolo; una pianola a terra; gli occhi di un peluche di LaBimbi, l’asilo sociale gratuito, stanti, immagine evocativa di un passato fermo alle 7 del mattino dell’8 agosto 2017.  Non c’è traccia di un albergo di lusso né di parcheggi come previsto dal Poc, ma lo spettro di una caserma che torna a vivere la solitudine e il degrado da cui era stata sottratta. Lo sfondo si tinge delle scritte sessiste presenti sui muri, non l’unico segno tangibile di scorribande all’interno della struttura dopo la chiusura, considerando gli escrementi sul terreno. Una nuvola di fumo che travolge anche la vigilanza privata, pagata 100mila euro per offrire un servizio h24. Tutto il resto è macerie: uova, cartoni di latte, sedie distrutte, grovigli di tubi di plastica, sporcizia e degrado, lo stesso contro cui per quasi 5 anni aveva combattuto il collettivo, dando linfa vitale ad un luogo che viveva del ricordo della tragedia partigiana e poco più.

‘Non c’era alcuna fretta di sgomberare la caserma’, commenta amareggiato qualcuno di loro, manifestando un risentimento che non ha prevalso sulla voglia di continuare a perpetrare la propria lotta per favorire l’integrazione e aiutare chi ne ha bisogno. Motivo che ha portato in piazza oltre 10.000 persone tra attivisti, ragazzi, famiglie, abitanti del quartiere e gente d’ogni ordine e grado che ha partecipato alla manifestazione #RiapriamoLàbas del 9 settembre 2017. La partecipazione così numerosa ha costituito il primo tassello di una ricostruzione che ha visto il collettivo occupare poi l’ex convento San Leonardo di Vicolo Bolognetti, riproponendo la sfida all’abbandono, al degrado, alla speculazione immobiliare del comune.

Migliaia di persone chiedono la riapertura del Làbas

Questa non è la storia di Robin Hood o di criminali che rompono le vetrine dei negozi e occupano i territori del comune. Questa è una storia di ragazzi semplici che si sviluppa nel terreno della contingenza: di ciò che è in un modo, ma potrebbe essere in un altro. È la storia che contiene tutto e il contrario di tutto. È la storia di chi non smette mai di credere in qualcosa e trasforma uno spazio vuoto, buio, degradato, nel luogo in cui rigenerare chi, per un destino avverso, è finito ad esser vuoto, buio e degradato.