Spesso non c’è nulla di meglio di una morte eroica e in giovane età per rendere immortale un personaggio di qualsiasi narrazione. Achille ne è l’esempio più eclatante, ma lo stesso accade nell’anime Demon Slayer.

Accade spesso che personaggi di pari valore ottengano, nel corso del tempo, un apprezzamento diverso, spesso a favore di quello che ci ha rimesso la vita. Oggi esamineremo questo rapporto alla luce delle vicende di Achille e Rengoku Kyojuro, personaggio di Demon Slayer.
La morte di Rengoku
Rengoku Kyuojuro è un personaggio dell’anime campione di incassi Demon Slayer, tratto dall’omonimo manga, che fa la sua apparizione più importante nel film “Il treno Mugen”. Nell’universo di Demon Slayer è un pilastro, ossia uno tra i più forti spadaccini ammazzademoni. Già la sua sola abilità con la spada è stata sufficiente a farne un personaggio molto amato, ma forse sono stati anche il suo carattere affabile e i suoi modi gentili a conquistare il pubblico in prima battuta. Quello che ha però reso immortale la memoria di Rengoku all’interno della serie, rendendolo un vero e proprio fan favorite, è stata la sua valorosa morte in battaglia, per mano di un demone fortissimo. Il valore dimostrato e la sua fedeltà fino all’ultimo alla sua missione hanno oscurato la sua debolezza di fronte al nemico, rendendo la sua, se possibile, una bella morte, nel fiore dell’età, un esempio e un momento iconico della storia, forse un vero e proprio spartiacque rispetto a quanto visto fino ad allora.

La morte di Achille
Analoga sorte è toccata ad Achille, il più forte tra gli eroi greci nella guerra di Troia. Dopo aver sconfitto Ettore, principe di Troia e primo difensore della città, Achille cade per mano di Paride, che lo colpisce al tallone, suo unico punto debole. Quella di Achille è una morte tra le più celebri nel mondo mitologico greco, anche grazie alla sua connessione con quanto profetizzato all’eroe: avrebbe potuto scegliere tra una vita lunga e senza gloria, o una breve ma con il suo nome che sarebbe riecheggiato per l’eternità. Il nostro eroe, secondo i canoni dell’epoca, non ci pensa due volte e sceglie la seconda opzione, che lo porterà a morire, giovane e bello, sotto le mura di Troia. È proprio questa morte improvvisa e per certi versi inaspettata a rendere immortale la sua figura e la sua storia.
Morte che rende immortali
In quasi ogni tipo di racconto o narrazione, dalle più antiche alle più attuali, possiamo notare come una morte in circostanze eroiche generi grandissimo riverbero nel tempo. È il caso di Achille, ma per rimanere dentro l’Iliade anche di Ettore, caduto di fronte a un guerriero molto più forte di lui, e di Rengoku di Demon Slayer. La morte contribuisce a rendere eterni questi personaggi e a fissarli nell’immaginario collettivo molto più saldamente di altri di pari valore. Basti pensare a tanti altri personaggi del mito greco, la cui fine meno epica di quella di Achille, li ha resi meno iconici di quest’ultimo, seppur non inferiori a lui in quanto valore. Pensiamo a Diomede, Perseo o Teseo, tutti eccellentissimi guerrieri, autori di epiche imprese contro mostri e dei stessi, ma con una morte meno spettacolare, per certi versi. Se in passato morti di questo genere rendevano immortali, ora, con l’avvento di serie tv, film e saghe di libri, i personaggi in questione diventano fan favorite. Ovviamente, né nell’uno né nell’altro caso è sufficiente una bella morte, ma sono sempre necessarie altre caratteristiche come il valore, la bontà d’animo e così via. Ma una fine gloriosa, spesso accompagnata da un ultimo messaggio pregno di significato, è da sempre una via facile per essere ricordati.