Margherite anti-sovietiche

Nel blocco occidentale, specialmente negli USA e in Gran Bretagna, gli anni ’60 vengono ricordati come un decennio di innovazione culturale ed espansione delle frontiere sociali, come la pop art, le nuove sonorità del rock o il movimento pacifista hippie. L’impatto culturale delle nuove correnti artistico-sociali fu così forte che, come la maggior parte dei fenomeni di questo tipo, sfociò nel famoso ’68, anno di insurrezioni studentesche contro la superstruttura statale, di cui la più famosa è quella parigina.

Ma tutto ciò non era un’esclusiva del mondo a sinistra del Muro. Anche le generazioni più giovani del blocco sovietico cominciarono a mobilitarsi, affrontando la censura e la brutalità della polizia. Fra i diversi paesi, l’esperienza cecoslovacca è una delle più lampanti. L’energia della Primavera di Praga dovette essere fermata con un’invasione da parte di quattro paesi del Patto di Varsavia (di cui la stessa Cecoslovacchia faceva parte). Nel ’68, Unione Sovietica, Bulgaria, Polonia e Ungheria invasero la nazione partendo dalla Germania Est, ricordando al popolo cecoslovacco ciò che già successe durante l’espansione del terzo reich.

Il sentimento anti-sovietico, comunque, si respirava già da tempo. Difatti, la Primavera cominciò quando Alexander Dubček venne eletto segretario del KSČ. La classe politica cecoslovacca si accorse, a differenza dell’Unione Sovietica, che per il benessere del paese e per garantire la continuità del Partito vi era bisogno di allentare la presa sulla libertà di espressione artistica e sulla vita privata dei cittadini. Il riformismo di Dubček andò così ad alimentare un decennio di finissima produzione artistica, la Nova Vlna, cioè la New Wave il cui epicentro era la capitale ceca.

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La Primavera di Praga sconvolse l’equilibrio del blocco sovietico europeo. Il periodo di riforme avvenuto fra il 5 gennaio e il 21 agosto del 1968 fu poi schiacciato militarmente da quattro degli otto paesi del Patto di Varsavia.

Sedmikrásky, di più di un film surrealista

Indubbiamente, il capolavoro che meglio rispecchia il decennio della Nova Vlna è Sedmikrásky (ing. Daisies, ita. Le Margheritine). Scritto e girato da Věra Chytilová due anni prima la Primavera, nel 1966, si posiziona come un brillante progetto di pop art rivoluzionaria. Fra le scene del film, imbevuto di surrealismo e modernismo nei colori delle scene, nel cambio da technicolor a bianco e nero, nel taglio dei fotogrammi e nelle inquadrature, oltre che al contenuto e ai dialoghi.

Fin dal vero inizio si comprendono le intenzioni dell’artista, proponendo una serie di esplosioni e scene di guerra che richiamano alle atrocità del Vietnam, conflitto contemporaneo all’uscita del film. Subito dopo vediamo le protagoniste, Marie I e Marie II, in una sauna. Quest’ultima comincia dicendo: “Non riesco a fare nulla per bene. Una bambola. Sono una bambola. Capisci?”, cigolando come, appunto, una bambola di legno ad ogni minimo movimento.

Il dialogo continua, poi, su come il mondo sia andato a male e che, quindi, anche loro siano marcite con il mondo. Decidono quindi di prendere parte a questo processo di entropia globale e darsi completamente a un divertimento eccessivo e libertino. Si ritrovano così in un giardino pieno di margherite con un melo al centro, che richiama al Giardino dell’Eden. Il parallelo con la cacciata dalle grazie dell’Eden è cristallino, ma in questo caso le due Marie non cominciano una vita misera e piena di fatiche.

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Marie I, una delle due protagoniste del film. In questa scena Marie I comincia a dubitare della sua stessa esistenza. Sarà Marie II a rassicurarla, per poi cantare insieme “Noi esistiamo!” a ripetizione marciando come dei soldati.

Trovo che da qui il seguito del film lavori su diversi livelli. Per esempio, le scene raffiguranti le ragazze andare per svariati appuntamenti con uomini visibilmente più benestanti e ricchi, sono sia il ribaltamento della figura della donna come subalterna, destinata a essere sobria e in casa, sia il volere di entrambe di comportarsi esattamente come il mondo e la società vogliono che si comportino. Cioè, divertirsi finché giovani, ma trovare un marito benestante. Non possono diventare scienziati o artisti e non possono farcela da sole senza un marito che le mantenga. Si comportano, quindi, esattamente come delle ‘bambole’, così come Marie I si sentiva all’inizio. Ma le ragazze lo fanno non ‘nel modo che le si addice’. Le scene al ristorante sono piene di cibo ingurgitato e sprecato, discorsi a bocca piena, molto alcol e sfacciataggine, suscitando stupore e indignazione ad ogni appuntamento.

Il culmine del loro comportamento, poi, si vede quando Marie I lascia un uomo a dichiararle disperatamente il suo amore al telefono. Il tutto mentre taglia degli alimentari di forma fallica con l’altra Marie. Il povero innamorato viene a servire come estremizzazione della loro indipendenza. Marie I non si cura nemmeno di rispondere, ma lascia le sue lamentele andare avanti come sottofondo alla sua noia.

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Marie II, altra protagonista. Qui la scena ritrae uno dei vari appuntamenti in cui le ragazze sfruttano la presenza di uomini più benestanti per divertirsi e farsi la cena di lusso.

L’anti-comunismo dietro i dialoghi

Ma il film non presenta soltanto la volontà femminista di Chytilová. Dietro le righe dei dialoghi e nelle scene del film è nascosta una forte critica alle condizioni nelle quali lo stalinismo, anni prima, ha gettato la Cecoslovacchia. I ristoranti di lusso servono a ricordare che tali posti esistono nonostante la stragrande maggioranza della popolazione muore di fame e di stenti.

Intrufolatesi in un palazzo, scoprono un banchetto ancora immacolato, pronto per una serata di gala. Dopo aver sistemato i piatti sul tavolo e ricreato un’atmosfera festiva cominciano a lanciarsi il cibo a vicenda e ad utilizzare il tavolo come fosse una passerella per un’esibizione di moda. Ne sfilano sopra e si ritrovano a giocare sedute sul candelabro che pende dal soffitto. Ma da qui il film ci porta repentinamente a una scena in cui le ragazze vengono ‘punite’ per i loro misfatti e costrette a fare su e giù nell’acqua di un fiume. Solo allora si manifesta la redenzione delle due ragazze, giurando di non essere più cattive aggrappate a un tronco per non annegare. Si ritrovano quindi nella sala del banchetto di nuovo, dove cominciano a sistemare alla meno peggio il caos che hanno creato, mentre si ripetono l’un l’altra e a se stesse: “Siamo veramente felici, siamo veramente felici, siamo veramente felici”.

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Il candelabro che poi sarà la causa della loro morte.

Qui Chytilová vuole darci l’impressione di due militanti del partito, o di due casalinghe, che sanno perfettamente dove deve risiedere la loro felicità: nel loro dovere. Ma che anche il Partito predilige l’apparenza sul contenuto. La sala è ancora un casino, ma le ragazze hanno seguito gli ordini dopo la loro punizione. Questo è importante per il Partito. Non che tutto sia pulito, ma che gli si obbedisca. Ma stese sul tavolo, dopo la grande fatica, Marie I riflette: “Ma non siamo veramente felici”. Al ché la compagna risponde che possono immaginare di esserlo e Marie I se ne convince. “Ma non importa!” è poi la conclusione di Mare II, come di una rivelazione finale. In fondo, che loro siano felici o meno, il loro dovere è fatto.

Dopo l’ultima battuta il candelabro cade, capiamo che le Marie vengono schiacciate e vediamo di nuovo scene di guerra ed esplosioni. Così finisce il film, con un’ultima frase della stessa Chytilová:

Questo film è dedicato a tutti coloro la cui sola fonte di indignazione è un nonnulla che viene calpestato.

Marco Rossi