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L’effetto Flynn: connessi diventiamo più ignoranti

L’effetto Flynn: connessi diventiamo più ignoranti

L’intelligenza è un parametro che, fin dagli inizi dello studio della psicologia, si è trovato sotto la lente d’ingrandimento degli esperti: è complicato, infatti, definire in modo definitivo e certo cosa sia questa misura e come possa essere soppesata.
Effettivamente, le intelligenze sono di diverso tipo e non possono essere raggruppate in compartimenti stagni. Sicuramente una delle più importanti è quella definita come “generale” che racchiude il ragionamento astratto e la capacità di inferire la logica.

Una definizione unitaria, dunque, non è stata ancora approvata benché essa si possa definire come la capacità che possiede un individuo di trattare, studiare e risolvere con successo situazioni e problemi nuovi.
Da qui la voglia degli studiosi, fin dai primi del Novecento, di creare determinati e svariati test, utili per calcolare il Quoziente Intellettivo.

Quest’ultimo deriva dall’unione delle prove degli psicologi Binet e Simon con il termine coniato da un terzo studioso: William Stern. Essi diedero vita ad un incrocio studiato e valido per conoscere, parzialmente, il livello di preparazione intellettiva di un individuo comparando età mentale ed età biologica, calcolate tramite un punteggio percentuale.

Innovativa fu l’idea che lo studioso americano Gardner ha voluto introdurre all’interno del dibattito attorno alla difficoltà di stabilire cosa effettivamente sia l’intelletto. Egli, infatti, a seguito di numerosi studi, riuscì a dimostrare l’esistenza di ben nove differenti tipi di intelligenza.
A seconda del contesto e dell’ambiente nel quale l’individuo è chiamato ad agire, una di queste entra in atto. Ciascuna ha sviluppato, dunque, una particolare capacità adattiva. Queste ultime sono: cinestetica, visivo-spaziale, linguistica, esistenziale, musicale, naturalistica, matematica, interpersonale ed intrapersonale.

Il contributo di Flynn e le controversie dello studio

Dalla Nuova Zelanda, però, negli anni 80 del ‘900 giunsero i risultati di uno studio innovativo e abbastanza stravolgente. Lo psicologo dell’Università di Otago, James Flynn, decise di rendere noti i dati da lui raccolti durante i lunghi decenni del secolo scorso.
Egli, infatti, evidenziò un aumento di diversi punti nel Q.I. delle nuove generazioni. Addirittura, in 10 anni, questo valore poteva anche aumentare di ben 3-4 punti, fino ad arrivare agli 8 dei paesi del Nord Europa.
A partire da prima della metà del XX secolo verificò che questo netto innalzamento dei punti ottenuti nel suddetto test potessero significare un conseguente potenziamento dell’intelligenza media.

Sinceramente, sociologi e psicologi hanno cercato delle spiegazioni razionali di questo incredibile picco senza però aver trovato delle certe conclusioni. Infatti, una serie di fattori differenti potrebbe aver spinto così in alto questo parametro. Per esempio, l’istruzione avanzata nei paesi ricchi, un cambiamento del sistema sociale oppure un semplice miglioramento delle condizioni di vita e della nutrizione nei paesi sviluppati.

D’altro canto, però, la ricerca di Flynn ha avuto un riscontro negativo nel 2008.
Degli studiosi di Copenaghen hanno smentito che il QI stesse ancora gradualmente aumentando. Essi, infatti, hanno notato che dalla metà degli anni 90 la tendenza si sia incredibilmente ribaltata: i tassi che Flynn vedeva così marcatamente in aumento, improvvisamente hanno cominciato ad abbassarsi.
Dopo questo le ricerche si sono spostate nei paesi in via di sviluppo e il risultato stupefacente, ma non troppo, è che nei paesi industrializzati la tendenza è in diminuzione mentre si può riscontrare ancora il suddetto “effetto” nei paesi che stanno compiendo il passo che li porterà al completo e totale sviluppo.

Perché in 50 anni la tendenza, in Italia, si sta drasticamente rovesciando

E’ l’anno 1960 quando la TV italiana decide di inserire nel proprio palinsesto un programma del tutto rivoluzionario: protagonista Alberto Manzi; professione: “professore”. Quest’ultimo fu chiamato per alfabetizzare tramite la televisione la popolazione italiana. Egli, infatti, introdusse delle nuove modalità d’insegnamento e la serie di lezioni dal titolo “Non è mai troppo tardi” riscosse un successo davvero inaspettato ed imprevisto.
Quest’ultima andò in onda per otto anni consecutivi e si stimò che oltre un milione e mezzo di ascoltatori riuscirono ad ottenere la licenza elementare grazie a questa vera e propria scuola serale. L’obiettivo dell’istituzione fu infatti quella del voler combattere l’analfabetismo, dilagante in Italia. Il professore fu poi successivamente chiamato anche in America Latina per l’alfabetizzazione dei contadini poveri di quei luoghi.

Interessante il pensiero che Manzi sviluppò riguardo lo sviluppo del bambino: egli, infatti, anche se su richiesta del Ministero dell’Istruzione, si rifiutò di dare un giudizio troppo restringente in termini valutativi delle capacità dei bambini. La cosiddetta “pagella”, infatti, secondo Manzi, era di piccole vedute e avrebbe limitato la crescita esponenziale che avrebbe potuto caratterizzare quel piccolo individuo negli anni seguenti.
Non è un caso, quindi, se legato al QI vi sia il livello di alfabetizzazione e di istruzione assai sviluppato.

Da 50 anni a questa parte, però, la condizione italiana ed europea dei paesi avanzati è cambiata drasticamente. Se questi, precedentemente, han dovuto aumentare il proprio tenore di vita, ora le sfide che devono affrontare sono ben diverse e legate soprattutto alle nuove tecnologie.
Uno studio norvegese uscito di recente conferma queste prime avvisaglie. Sulla rivista scientifica Pnas, infatti, sono stati portati degli esempi pratici che spiegano questa problematica. I punti che potremmo perdere, da una generazione all’altra, potrebbero diventare addirittura 7. I motivi che stanno alle spalle di questa caduta sono innumerevoli: la perdita del contatto sociale, il cambiamento dei giochi dei bambini, la pigrizia, la connessione online dei dispositivi e i social media sono solo alcuni esempi.

Se vogliamo invertire nuovamente questa tendenza dobbiamo decidere di vivere una vita basata sul contatto umano e non sull’illusione che ci viene offerta quotidianamente dagli apparecchi elettronici. Dobbiamo riportare i bambini all’utilizzo di giochi stimolanti perché sono i primi anni di vita quelli fondamentali per lo sviluppo psichico di ogni individuo. Dovremmo, infine, limitare i giochi elettronici ed uscire da casa perché la vita che ci viene presentata sulle console di gioco non stimolano abbastanza il contatto con gli altri e non fanno sviluppare “in toto” tutte le nostre capacità che, se non allenate, potrebbero fossilizzarsi e andar perdute.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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