L’arresto dei religiosi a Minneapolis ricorda la natura coercitiva del diritto romano antico

La recente azione repressiva dell’ICE contro la protesta religiosa negli Stati Uniti offre una lente privilegiata per decostruire l’ordinamento giuridico romano. Attraverso un’analisi comparata delle fonti classiche e della cronaca odierna, emerge come la legge, ieri come oggi, non persegua un ideale di giustizia astratta, ma operi come dispositivo tecnico volto a blindare l’autorità politica contro ogni istanza etica concorrente.

Le immagini dei cento leader religiosi arrestati a Minneapolis per aver intonato inni sacri contro le politiche dell’Agenzia per l’immigrazione (ICE) non costituiscono solo un frammento di cronaca contemporanea, ma rievocano un conflitto archetipico radicato nella storia giuridica occidentale. Lo scontro tra la coscienza morale – che invoca una legittimità superiore – e la procedura statale – che impone l’ordine pubblico – trova la sua matrice originaria nell’esperienza di Roma. La tradizione accademica tende spesso a idealizzare il diritto romano come ratio scripta, oscurandone la funzione primaria di strumento di dominio. Tuttavia, osservando la facilità con cui la normativa federale americana ha neutralizzato la protesta di vescovi e rabbini derubricandola a violazione stradale, si comprende meglio la natura del ius antico. Il diritto a Roma nasce per isolare il potere dai conflitti sociali, creando una “tecnica” inaccessibile che trasforma la volontà del ceto dominante in verità inappellabile. In questa prospettiva, la legge non serve a mediare, ma a silenziare.

Il formalismo come scudo: quando la procedura oscura la sostanza

Ciò che colpisce degli arresti di Minneapolis è la precisione chirurgica con cui lo Stato ha risposto: la protesta morale dei religiosi è stata immediatamente tradotta in una violazione amministrativa. Non si è discusso del diritto alla dignità umana, ma dell’intralcio alla circolazione. Questa tecnica di “neutralizzazione” del dissenso è il cuore del diritto romano più arcaico. Nell’antica Roma, la legge non era un concetto astratto di bene comune, ma un insieme di rituali e formule verbali accessibili solo a una ristretta élite. Chi non conosceva la formula esatta non poteva nemmeno entrare in tribunale.

Questo formalismo non era un eccesso di zelo, ma una barriera politica deliberata. Lo scopo era impedire che le istanze della popolazione potessero incrinare i privilegi dei gruppi dominanti. Il diritto agiva come un filtro: solo ciò che veniva espresso secondo i canoni approvati dall’autorità aveva valore legale.

La gestione dei corpi tra Patria Potestas e sovranità moderna

Un altro punto di tangenza inquietante riguarda il controllo fisico delle persone. La protesta dei religiosi americani punta il dito contro l’ICE e la sua gestione dei migranti, trattati come corpi da spostare, detenere o espellere in base a una logica burocratica. Lo Stato moderno rivendica il diritto di decidere del destino fisico dei singoli in nome della propria sovranità. A Roma, questa logica era ancora più scoperta e brutale, codificata nell’istituto della patria potestas.

Il capofamiglia romano non era semplicemente un genitore, ma un sovrano assoluto all’interno della propria casa. La legge gli concedeva il potere di vita e di morte sui discendenti e il controllo totale sul loro patrimonio. Non era un arbitrio, ma un pilastro dell’ordine statale: lo Stato delegava al padre il controllo sociale dei cittadini. Gli storici dell’epoca sottolineano come questa autorità fosse pressoché illimitata, permettendo al padre persino di vendere il proprio figlio come schiavo, un atto che la legge consentiva di ripetere fino a tre volte prima di perdere definitivamente la potestà. Se nell’antica Roma era il pater a gestire i destini individuali per garantire la stabilità delle famiglie nobiliari, oggi è lo Stato a esercitare una forma di potestà sui migranti per garantire la tenuta dei confini. In entrambi i casi, la norma serve a tracciare una linea di confine tra chi ha diritto e chi è sottomesso, trasformando la gestione dei corpi in un’operazione di polizia perfettamente legale.

L’ombra dell’imperatore e la legge come comando assoluto

Infine, l’episodio di Minneapolis solleva il problema della fonte del potere. I religiosi arrestati invocano una legge superiore (divina o naturale), ma l’autorità risponde con la forza dei mandati esecutivi. Questa transizione verso un potere che si auto-legittima trova il suo modello perfetto nel passaggio di Roma dalla Repubblica all’Impero. Se inizialmente la legge era il frutto di una dialettica, seppur asimmetrica, tra le classi sociali, con il Principato essa divenne la semplice proiezione della volontà di un singolo uomo. I giuristi romani, che in precedenza erano pensatori indipendenti, divennero funzionari del potere centrale. Il loro compito non era più cercare l’equità, ma giustificare tecnicamente le decisioni dell’imperatore. Fu in questo clima che venne codificato il principio cardine di ogni autoritarismo: ciò che piace al sovrano ha valore di legge.

L’idea non è scomparsa con la caduta dell’impero: sopravvive ogni volta che un’agenzia governativa o un apparato esecutivo agisce sulla base di poteri speciali o direttive che scavalcano il dibattito etico. L’arresto dei cento religiosi a Minneapolis dimostra che, quando si decide una linea d’azione, la legge diventa il braccio armato di quella volontà. Roma ci ha lasciato in eredità un sistema formidabile, ma ci ha anche lasciato un avvertimento: la legge non è nata per liberarci, ma per dare un nome civile all’uso della forza.

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