La strage di Bologna

Per chi è nato a Bologna il 2 agosto non è una giornata qualunque. Ci sono giorni nella vita di una persona che inevitabilmente hanno una rilevanza maggiore. Giorni segnati sul calendario, attesi con spasmodica apprensione, giorni di festa, ferie, ritrovo. Poi ci sono giorni normali che per diverse ragioni abbandonano il mantello della regolarità e si trasformano d’improvviso in date importanti, assestandosi in cima alle ricorrenze da rimandare d’anno in anno. Il 2 agosto 1980, ad esempio, era un giorno che nessuno aspettava fino allo scoccare delle 10.25. Poi un boato, le urla, il divario tra un prima e un dopo, e in mezzo una febbre che non smette mai di sudare e il 2 agosto d’ogni anno si fa’ sentire sempre più forte. Quello che accade a Bologna in un giorno torrido come sa esserci solo nelle grandi città una mattina d’estate, ha dell’impensabile. Basterebbero i numeri a rendere nitida l’enorme portata di una storia straziante: si parlerebbe dell’85, del 37, del 205, del 982, ma l’esito sarebbe allontanare il fulcro della questione perdendosi in statistiche spersonalizzanti. Il punto centrale è che la strage di Bologna non è una questione di numeri. È una questione di vite distrutte, di bambini e donne dilaniate per la colpa di essere nel luogo sbagliato al momento sbagliato. È la storia di una città sventrata la mattina d’un giorno d’estate caldo e afoso, uno di quei giorni in cui la gente prende il treno e torna a casa dai parenti o fa le valigie per godersi le ferie al mare, e invece si trasforma in un cimitero a cielo aperto, in un inferno senza precedenti. Quresta è la storia di una strage vile e fascista. È la storia della strage alla stazione centrale di Bologna, l’attacco peggiore subito dall’Italia in periodo di pace.

la stazione distrutta

Nella sala d’aspetto della seconda classe sono le 10.25. e la stazione è colma di genitori e bambini, anziani con i figli, lavoratori, viaggiatori fermi dinanzi al tabellone degli orari scrutando i binari e le partenze. Su un tavolino vicino alla porta a mezzo metro da terra, c’è una borsa valigia abbandonata e lì vicino una donna di nome Maria, Maria Fresu, operaia partita da Firenze e diretta a Verona per le vacanze sul lago di Garda con la figlia di 3 anni. La donna guarda la bambina che si divincola nella sala d’aspetto di seconda calsse, quando una bomba esplode dalla valigia. L’intera ala sinistra della stazione si alza e ricade su stessa, distruggendo la sala d’aspetto, i tabelloni, gli uffici, il ristorante, i macchinari. Il muro portante della stazione si frantuma facendo crollare i mattoni del tetto e le pensiline, mentre una nube incendiaria colma di schegge, fiamme, pezzi di cemento, investe dapprima il treno straordinario Ancona-Chiasso fermo sul sesto binario e poi i taxi nel piazzale antistante alla stazione. Il boato tuona in tutta la città, e lo scoppio innalza una colonna di fumo visibile a diversi chilometri. I soccorsi arrivano subito. Una mobilitazione compatta e unitaria si mette in moto alle 10.27 con i taxi che iniziano a trasportare i feriti all’ospedale maggiore. L’autobus 4030 della linea 37 si trasforma in un’infermeria che presterà il prioprio servizio per 16 ore consecutive, mentre da un’auto lasciata di traverso contro il marciapiede esce un dottore trovatosi per caso vicino al posto che si getta nelle macerie cercando di salvare quante più persone possibile. Sul posto i microfoni dei giornalisti de ‘Il Resto del Carlino’ strappano le prime dichiarazioni strazianti dei sopravvissuti che raccontano del boato, di una folata di vento forte, le schegge, i vetri, il dolore. Qualcuno, resosi conto di essere vivo, inizia a correre osservando accanto uomini privi di testa e bambini a cui si scioglieva la faccia. Sul posto giunge subito il Presidente della Repubblica Sandro Pertini mantenendo il profilo basso e con gli occhi pieni di commozione. Dirà: ‘Come posso esprimere lo stato d’animo mio, ve lo immaginate. Ho visto adesso dei bambini laggiù nella sala di rianimazione. Due stanno morendo ormai. Una bambina, un bambino. Una cosa straziante’. I soccorritori scavano tra le macerie, e spostando cumuli di terra, travi, mattoni, fuoriescono i corpi travolti da una nube di polvere. Sono moltissimi e quasi tutti morti. Qualcuno non ha più gli arti, la testa, i sopravvissuti sono ricolmi di sangue ed è impossibile distinguerli. In mezzo le urla, le corse, i vigili del fuoco, i medici che si lanciano nell’inferno cercando di portare in salvo i sopravvissuti. Chi era nella sala d’aspetto della seconda classe, i tassisti fermi dinanzi al piazzale, chi mangiava al ristorante, i bambini che giocavano, i viaggiatori dinanzi al tabellone, gli impiegati degli uffici, chi passava per caso, fumava, camminava, parlava al telefono perse la vita alle 10.25 del 2 agosto 1980 nella strage alla stazione centrale dei treni di Bologna. Perse la vita anche Maria Fresu, dispersa all’inizio. Il suo corpo non venne più ritrovato. Dall’analisi balistica e dei reperti si trovò solo un mucchio di cenere. L’impatto ha polverizzato un corpo. Il corpo di una donna che aspettava in stazione con la bambina di 3 anni. Il corpo di Maria Fresu, operaia partita da Firenze e diretta a Verona per le vacanze sul Lago di Garda. Il resto sono le corse dei parenti, il riconoscimento dei corpi dinanzi all’obitorio dell’Ospedale Sant’Orsola, il volto distrutto di un vecchio con gli occhi persi nel vuoto mentre cammina senza meta trattenuto a stento da un’infermiera. Alla conta definitiva saranno 85 i morti e 205 i feriti. Passato l’urto devastante, i primi soccorsi, il riconoscimento dei parenti, resta una domanda. Chi è stato?

La Procura di Bologna indaga a fondo e le indagini si riversano da subito sull’estremismo di destra grazie a un rapporto della Digos che contiene dei documenti dove si attestano i piani violenti di estremisti vicini alle frange di Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, i Nar. Si parla di disintegrazione del sistema e guerra rivoluzionaria e a partire dal 1969 si erano sussseguite stragi del calibro di Piazza Fontana, l’Italicus, la strage della loggia a Brescia, quella di Peteano e della Questura di Milano. Ma iniziano ad esserci anche i primi depistaggi. Dopo il tentativo di attribuire la deflagrazione alla caldaia del ristorante della stazione, trovata intatta e dunque scartata, il 13 gennaio 1981 nello scompartimento di seconda classe dell’espresso 514 Taranto-Milano viene ritrovata una valigia all’interno della quale si rinviene un mitra e un fucile da caccia, due passamontagna e otto lattine di una miscela di gelatinato più tritolo e T4, esattamente la stessa che ha fatto saltare in aria la stazione centrale di Bologna. Nella valigia si trovano i biglietti con i nomi di Raphael Legrand e Martin Dimitris, francese e tedesco. Si segue la pista del terrorismo internazionale. Si perde del tempo. È un altro depistaggio messo in atto dai servizi segreti italiani. Perchè i servizi segreti italiani?

Sono gli anni di Piombo, periodo in cui non esistono ‘buoni e cattivi’. Esistono apparati statali, politici, forze dell’ordine, il cui compito dovrebbe essere tutelare la sicurezza dei cittadini, ma che finiscono per destabilizzarla. Sono gli anni della P2 di Licio Gelli, una loggia maassonica segreta che contava 982 membri tra i quali 3 ministri, 67 uomini politici di cui 44 parlamentari, 208 ufficiali delle forze armate 18 alti magistrati 27 giornalisti e vari imprenditori.

Licio Gelli, Gran Mestro della P2

Si parlerà di servizi segreti istituzionalmente deviati grazie alla presenza di tutti i vertici delle forze dell’ordine che ne garantivano l’immunità e avevano in mente un progetto d’Italia ben preciso, esplicato nel ‘Piano di Rinascita Democratica’, che prevedeva la presa d’italia piazzando uomini nelle istituzioni, nei principali partiti, nei giornali, un piano volto a favorire anche l’apertura del mercato televisivo a uomini esterni alla rai, cosa che puntualmente avvenne. Sono anni difficili, di attentati, di bombe piazzate nei luoghi affollati, sono gli anni della strategia della tensione volta a spingere il Paese ad una svolta autoritaria in piena guerra fredda, il cui substrato fu riconosciuto opera della Loggia P2. Dopo anni di processi, imputazioni a membri delle forze dell’ordine, allo stesso Gelli, ai servizi segreti, la strage di Bologna ha una verità giudiziaria: è una strage fascista. L’ordigno fu piazzato da Giusva Fioravanti e dalla compagna Francesca Mambro, membri dei Nar, i Nuclei Armati Rivoluzionari. Dietro le sbarre finisce anche Luigi Ciavardini, all’epoca dei fatti 17enne ,vicino alle frange d’estrema destra. Quel che manca in merito alla strage che il 2 agosto 1980 ha sventrato la stazione di Bologna e l’intera Italia risvegliatasi fascista e stragista, è una verità storica lineare che individui i mandanti e le motivazioni per cui 85 persone hanno perso la vita alle 10.25 di un giorno afoso d’estate, un giorno normale. Entrando a Bologna dall’ingresso principale della stazione, le lancette dell’orologio sul piazzale segnano le 10.25. Agli occhi del viaggiatore, una Bologna che ha costruito il presente sulle macerie del passato.

 

‘Quel giorno gli attentatori hanno sbagliato solo una cosa. Hanno sbagliato città’.

Pierfrancesco Albanese