Il Mondiale giapponese è ormai alle spalle. L’Italia ha fallito l’appuntamento con la storia, lasciando ai rivali serbi il tetto del mondo e accontentandosi di un argento su cui versare le lacrime amare di chi ha infranto i sogni contro un muro chiamato Mihajlovic che sul 9-8 serbo segna il decisivo sorpasso verso la vittoria finale. Paola Egonu è intervistata dal Corriere della sera sugli spalti del Pala Igor Gorgonzola, mentre le ragazze dell’Igor Volley Novara escono dopo l’allenamento. Con 324 punti realizzati nel mondiale ha conquistato l’appellativo di ‘miglior opposta al mondo’, oltre all’affetto di una popolazione risvegliatasi improvvisamente innamorata di uno sport declassato sempre nelle categorie preferenziali inferiori. Persino il vicepremier Matteo Salvini abbandona per un momento le basi xenofobe per sondare il terreno filantropico del ‘dedico la vittoria a tutti, bianchi o neri che siano’, e Mattarella – che dei moti oscillatori dei politici come specchio della società sa qualcosa sin dai tempi dell’impronunciabile ed erroneo ‘impeachment’- invita la squadra al Quirinale auspicando che tutta la nazione possa prendere esempio dalla coesione delle azzurre. La 19enne ha gli occhi del mondo addosso, e verosimilmente li avrà ancora per poco stando ai notori difetti di memoria storica del tricolore che porta al petto, ma ad allungare la proiezione di celebrità giungono in soccorso le prime pagine dei giornali a seguito delle dichiarazioni rilasciate a bordo campo durante l’intervista. La giornalista chiede cosa abbia fatto subito dopo la conquista dell’argento mondiale e la Egonu con naturalezza risponde: «Sono tornata in albergo e ho chiamato la mia fidanzata. Piangevo e lei mi ha consolata, mi ha detto che le sconfitte fanno male, ma sono lezioni che vanno imparate. E che ci avrei sofferto, però, poi, sarei stata meglio». La ragazza forte, dalle risposte schive e perentorie e la postura serrata, piange sulle spalle di una ragazza e immediatamente arriva la domanda sbalordita e sillabata ‘F-i-d-a-n-z-a-t-A?’ ‘Sì’Lo dice con grande semplicità’Lo trovo normale’. Potrebbe finire qui, perché il muro che qualche settimana fa ha inchiodato le azzurre a un passo dall’oro adesso crolla insieme a tutte le pareti reali o sociali in cui per secoli sono stati rinchiusi ‘gli invertiti’ e i sessualmente anormali, come sino a qualche decennio fa erano appellati i moderni omosessuali. Invece la notizia passa di mano in mano e tra una battuta e l’altra si consuma la palla rovente lanciata con genuinità dalla Egonu e viene destoricizzata, decontestualizzata, perdendo l’innocenza di una rivelazione inserita nel vapore invisibile delle emozioni di un’adolescente in favore della collocazione nitida del nero su bianco della carta stampata. Poi la schiacciata, col pallone che rimbalza di testata in testata, di sito in sito, sempre più ovalizzato, sempre più dissimile dall’originale e alla fine quel che rimane è la parola fidanzata, l’alone dell’omosessualità, ancora il volto di un eroe che salta i due metri della rete ma non più nel tempio profano di un campo da gioco, quanto invece nell’olimpo degli dei dalle missioni ultraterrene. Finalmente qualcuno è riuscito a raccontare la normalità. Ma quel che importa è la normalità o la parvenza di normalità?

Paola Egonu

La notiziabilità di un fatto abbraccia notoriamente i criteri più variegati, dalla quantità delle persone coinvolte alla qualità dell’accaduto, dal luogo d’imputazione dell’evento alla connotazione del suo lettore, e che la decisione ponderata in un bilanciamento di costi- benefici abbia dato esito positivo con la pubblicazione non solo sui siti e i giornali di gossip ma sulle principali testate, è indicativo di una notizia ben più importante della tendenza sessuale valutata in sé: l’omosessualità scandalizza. È la percezione sensoriale dell’altro all’impatto con la notizia ad assumere rilevanza, e non la dimensione fattuale dell’amore come antidoto e motore di ogni azione. Appare ipocrita tralasciare completamente i parametri spazio-temporali di una società moderatamente progressista come quella odierna, che dai tempi della rivoluzione digitale ha fatto i conti con uno slancio innovatore non trascurabile sebbene impegnato costantemente nell’impresa di uscire dal guscio conservatore. E allora se da un lato l’avvento di una nuova concezione dell’individuo pensato come persona dotata di intrinseca dignità e la progressiva estensione dei diritti umani farebbero pensare a un corso lineare della storia, d’altra parte i costumi d’un tempo non si sono mai lacerati del tutto. Il connubio tra gli strascichi religiosi e la paura degli effetti dell’universale accettazione dell’anormale nell’involucro della normalità allontanano il diverso, considerato lesivo dell’immagine che la società ha di se stessa. La conferma è nella ripresa di un fatto che non sarebbe diventato notizia se non avesse suscitato un certo clamore, lo stesso che è riservato nelle trasmissioni televisive domenicali ai popolari ‘coming out’ delle celebrità. La trattazione mirata di una tematica sensibile quale l’amore non in quanto omosessuale ma nella sua accezione sentimentale, sposta il fulcro della questione evidenziando la volontà di denominare ‘normale’ ciò che si percepisce ‘anormale’ in un estremo tentativo di autoconvincimento che bypassa il processo dell’uso della ragione per la comprensione della realtà circostante.

Esito finale è la verità calata dall’alto, letta ancora una volta attraverso il filtro delle convenzioni e delle istituzioni a cui siamo abituati e che dunque associamo alla macrocategoria del giusto, del razionale. Per capire le reazioni del lettore medio basta leggere i commenti sottostanti all’articolo, da cui si evince anche la necessità di parlare, di discutere, di indagare la realtà con uno sguardo periferico che inglobi punti di vista discordanti e dunque strani, per scoprire la normalità delle concezioni avverse. Ma per farlo non serve gettare tutto al macello. Paola Egonu ha sussurrato in mezzo alle urla, ma il suo grido silenzioso si è perso nella bolgia quotidiana costringendo al manicheismo medio del tifo da palazzetto: da un lato i suoi sostenitori, dall’altro la schiera omofoba che non si limita a dissentire. Bisognava forse lasciar parlare l’amore,  la genuinità di quel ‘sì, lo trovo normale’ e gli occhi di una ragazza decisa in cui si sarebbero riscontrati quanti nella vita hanno il dono della sensibilità. Per gli altri non ci sarebbe stato spazio. La dimensione incorporea del fatto amoroso deve sfuggire alle reclusioni da prima pagina perché amare è normale, settorializzare l’amore no.

Pierfrancesco Albanese

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