Il modo in cui Italo Svevo e Giuseppe Berto affrontano il tema del disagio esistenziale pone le basi per un interessante confronto fra due romanzi psicanalitici per eccellenza.

“La coscienza di Zeno” di Italo Svevo e “Il male oscuro” di Giuseppe Berto sono fra i romanzi più rappresentativi della letteratura italiana del Novecento. Sono accomunati dai temi della malattia interiore e della crisi esistenziale: l’intreccio romanzesco coincide con le tappe di un lungo e complesso viaggio nei meandri della mente dei due protagonisti, per i quali raccontare il proprio disagio diventa il mezzo per cercare una qualche forma di riscatto o auto-comprensione. Tuttavia, i due autori trattano i temi menzionati con approcci e modalità diversi, che riflettono la sensibilità e le tendenze delle rispettive epoche storiche.
La malattia di Zeno e il male oscuro di Berto
All’inizio de “La coscienza di Zeno”, il protagonista, Zeno Cosini, si sottopone a una terapia psicoanalitica per curare una presunta nevrosi. La psicoanalisi, una novità al tempo in cui Svevo scrisse il romanzo, gioca un ruolo centrale nel romanzo, venendo presentata in modo ironico e critico. Zeno non crede fino in fondo all’efficacia della terapia, e questo lo porta, nel corso della narrazione, a confondere talvolta l’auto-analisi con l’auto-giustificazione e l’auto-assoluzione dalle colpe di cui egli stesso si accusa. In Svevo, la psicoanalisi diventa strumento narrativo per esplorare la disarmonia del protagonista con se stesso e il mondo circostante, in altre parole il suo disagio esistenziale, che non si risolve mai del tutto.
Ne “Il male oscuro”, il protagonista, alter ego dell’autore Berto, racconta di come affronta la propria malattia psichica e fisica, che si manifesta come ansia, depressione e vere e proprie crisi di panico. Anche qui la psicoanalisi gioca un ruolo fondamentale, ma viene trattata in maniera molto più angosciosa, quasi sofferta: il protagonista fa ricorso alla terapia per cercare disperatamente una via d’uscita dal suo malessere. La narrazione è dolorosamente sincera e cruda, e non lascia spazio all’auto-indulgenza o all’umorismo che invece spiccano in Zeno. La malattia di Berto sfiora l’ossessione, e gli impedisce di trovare finalmente pace.
Lo stile narrativo: l’ironia e il flusso di coscienza
“La coscienza di Zeno” è costruito come un falso diario: Zeno narra in prima persona gli eventi della sua vita, ma Svevo non si identifica con lui. Il lettore percepisce subito che Zeno non è un narratore affidabile: le sue versioni dei fatti sono spesso incongruenti, influenzate dal suo continuo bisogno di giustificarsi e, al contempo, dall’incapacità di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Il linguaggio di Svevo è caratterizzato da una sofisticata ambiguità, attraverso la quale l’autore rende ancora più evidente la contraddittorietà del protagonista.
“Il male oscuro”, invece, è un lungo monologo interiore, un flusso di coscienza dove il protagonista riflette senza filtri sulla sua vita, sulle sue relazioni familiari e sociali, sulla carriera di scrittore fallito, e soprattutto sulla sua malattia. Lo stile di Berto è nervoso, frammentario, a tratti delirante, e riproduce perfettamente lo stato mentale alterato del protagonista. A differenza di Zeno, il protagonista di Berto non cerca di giustificarsi o di convincere il lettore: è completamente immerso nel proprio dolore, e la narrazione assume subito una dimensione tragica.

L’autobiografismo e il rapporto con la realtà
“La coscienza di Zeno” non è un romanzo autobiografico: Zeno condivide con il suo autore alcuni tratti, come l’appartenenza all’alta borghesia e l’impiego nell’ambito del commercio e della ragioneria. Tuttavia, Svevo mantiene una certa distanza dal suo personaggio, che è al tempo stesso vittima e carnefice delle proprie sventure. Ne “Il male oscuro”, invece, l’identificazione tra autore e protagonista è totale: Berto racconta la propria esperienza con la malattia con una sincerità brutale, in maniera cruda e tagliente. Il romanzo diventa una sorta di confessione, in cui l’autore mette a nudo la propria anima, esplorando ogni dettaglio del proprio disagio psichico. Berto cerca nella scrittura un modo per esorcizzare il suo male, rendendo la narrazione un atto terapeutico.
Il contesto storico in cui i due romanzi sono stati scritti influisce profondamente sulla loro struttura e sulle loro tematiche. “La coscienza di Zeno” è un romanzo sulla crisi dell’uomo borghese all’inizio del Novecento, un periodo di profondo mutamento sociale e culturale, in cui la fiducia nel progresso scientifico e industriale comincia a vacillare. Zeno è un uomo in crisi, un inetto che cerca di adattarsi a un mondo in cambiamento senza mai riuscirci del tutto; la sua malattia è il simbolo dell’alienazione dell’individuo moderno.
“Il male oscuro” si colloca nel secondo dopoguerra, in un’Italia che sta vivendo la fase del boom economico, ma, allo stesso tempo, è segnata da un profondo disagio sociale. Il protagonista di Berto vive in un mondo in cui il successo materiale e l’affermazione personale sono diventati obiettivi imprescindibili, e, pur provandoci, non riesce a conformarsi a tali standard. Il suo malessere si può interpretare come sorta di reazione alla superficialità e all’ansia da prestazione della società moderna. Berto, a differenza di Svevo, non si limita a osservare e criticare il cambiamento: lo vive sulla propria pelle, e ne soffre profondamente.
