Se frate Girolamo Savonarola fece presa con la persuasione e la durezza dei suoi sermoni, ultimamente Éric Zemmour è altrettanto disinibito.

La figura di Éric Zemmour, ultimamente, ha attorno a sé una grande attenzione mediatica. Dopo l’estate, infatti, è vicina la sua candidatura alle prossime presidenziali in Francia. La sua nomea è dovuta all’ambiguo – e pungente – contenuto delle sue dichiarazioni, capaci di far presa sul pubblico. Sei secoli prima, Girolamo Savonarola ottenne, similmente, l’attenzione cercata. Il chiodo fisso fu la durezza nelle prediche. Mirò, infatti, ad accattivarsi l’attenzione dei fiorentini. Girolamo si dimostrò anche una persona equilibrata ed affabile, generosa e compassionevole.
L’essere caustici come mezzo di persuasione
Éric Zemmour è scrittore e editorialista de “Le Figaro”, conduttore televisivo dai toni abrasivi, e autore di libri che hanno fatto discutere. Ha acquisito la nomea di fautore del politicamente scorretto. La notorietà proviene dal clamore delle sue redazioni e dal successo di “Face à l’Info”, il suo talk show, in onda tutti i giorni sul canale televisivo CNews, che ha registrato ascolti record.
Le posizioni di Zemmour sono talmente radicali, che spaziano dalla teoria della sostituzione etnica, all’anti-abortismo. E non è finita: guardano all’azzeramento dei diritti degli omosessuali e alla nostalgia dell’epoca del colonialismo francese.
Zemmour è considerato il principale responsabile della retorica sessista e razzista. I suoi spettacoli quotidiani veongono, plausibilmente, pre-registrati, e controllati prima di andare in onda. Le dichiarazioni, tuttavia, sembrano aver incontrato il favore di buona parte dell’opinione pubblica. L’eco delle sue parole è rivolto alle ondate migratorie e all’islamizzazione radicale, che minaccerebbero l’identità del Paese. Fa parte, altresì, del programma un’ipotetica riscrittura della storia. Durante un intervento in televisione, ha rilasciato che il nord d’Italia dovrebbe essere francese. A fronte di questa dichiarazione, egli non rileverebbe alcuna differenza, culturale/architettonica, ad esempio, fra le città di Nizza e Milano.

Un frate riformatore
Spostiamoci alla fine del XV secolo, periodo nel quale spiccò Girolamo Savonarola, religioso, politico e predicatore italiano. Appartenente all’ordine dei frati domenicani O.P., profetizzò sciagure per Firenze e per l’Italia, propugnando un modello teocratico per la Repubblica fiorentina, instauratasi dopo la cacciata dei Medici del 1494.
Nel 1482, i suoi seguaci si organizzarono nella setta penitenziale dei “piagnoni“, così chiamati per le lacrime versate durante i suoi sermoni. Le sue parole riuscirono, col tempo, a risvegliare il timore delle punizioni ultraterrene. Il senso del peccato, tipico dell’uomo medievale, tornò ad annidarsi nelle anime dei fiorentini, ammonendoli contro le insidie della via più larga ed agevole.
Fustigatore di corruzione e decadenza della Chiesa, predicò la penitenza come sola via di salvezza. Contrario a ogni lusso, che ritenne fonte di depravazione, fece processare i dissoluti, e organizzò i cosiddetti “roghi delle vanità. Il 27 aprile 1491 pronunciò in Duomo la “terrifica predicatio“. Attaccò con veemenza il clero corrotto, soffermandosi sulla compravendita delle cariche ecclesiastiche. Denunciò la cupidigia dei sovrani, i quali oppressero il popolo con le tasse. Condannò le depravazioni e i vizi delle popolazione, come la sodomia, molto diffusa a Firenze.
Si convinse, inoltre, di possedere il dono della profezia. Negli scritti sviluppò una teologia della profezia cristiana, e annunciò, in nome di Dio, flagelli per l’Italia e per la Chiesa. Esaltando il proprio spirito profetico, su cui avrebbe ironizzato Machiavelli nei “Decennali”, Savonarola inveì contro gli astrologi, i quali ritennero di conoscere l’avvenire in maniera ineccepibile.
Gli effetti della schiettezza
La qualità della loro persuasione trova testimonianza nelle rispettive influenze sui cittadini, nei due tempi storici. Tuttavia, entrambe le figure sentono il prezzo del loro estremismo. Nel caso contemporaneo, soggetti di alta notorietà, come Jean-Marie Le Pen, fondatore del partito di destra “Front national”, hanno invitato Zemmour a lasciar perdere. Troppe sono le fumosità uscite dalla sua bocca. Tuttavia, questo pare non fargli cambiare idea. Dopo il periodo estivo, salvo improbabili ripensamenti, ufficializzerà la sua candidatura all’Eliseo, convinto di avere le carte in regola per intraprendere una carriera come Presidente della Repubblica francese.
La vicenda del frate domenicano originario di Ferrara vede, invece, un problema di principio. A voler mescolare la religione e la politica c’è il rischio che si corrompa la prima. Al tempo stesso, si rischia di fare della cattiva politica. Bisogna avvalersi, quindi, della religione come strumento di governo, senza rimanerne vittima.