Il Superuovo

Il film “Se mi lasci ti cancello” e Montale riflettono sull’importanza dei ricordi

Il film “Se mi lasci ti cancello” e Montale riflettono sull’importanza dei ricordi

È giusto conservare gelosamente i propri ricordi o è meglio liberarsi dal peso della memoria per ricominciare una nuova vita? Meglio rimuovere le esperienze dolorose e conservare solo quelle felici oppure abbiamo bisogno talvolta di immergerci nel nostro passato, qualunque esso sia?

Kate Winslet e Jim Carrey in una scena del film (da www.wikipedia.org)

Quante volte abbiamo desiderato eliminare dalla nostra mente momenti spiacevoli del nostro trascorso che tornano a tormentarci o anche momenti gioiosi che ci riempiono di malinconia perché ormai non più possibili? Il film “Se mi lasci ti cancello”, diretto da Michel Gondry, e il poeta Eugenio Montale invitano ad una riflessione profonda su queste tematiche e sul fatto che in fondo per essere davvero noi stessi necessitiamo dei nostri ricordi.

Rimuovere i ricordi per ricominciare in “Se mi lasci ti cancello”

Il film “Se mi lasci ti cancello”, il cui titolo originale è “Eternal Sunshine of the Spotless Mind”, è incentrato sulla storia d’amore fra i protagonisti Joel Barish e Clementine Kruczynski. I due all’inizio della pellicola si incontrano su una spiaggia ed iniziano poi a conoscersi, ignari del fatto che fino a pochi giorni prima avevano una relazione. La ragazza infatti, dopo un litigio, si era rivolta alla clinica Lacuna Inc. per ottenere la cancellazione totale di Joel e del tempo passato insieme dalla sua mente. Quando lui si rende amaramente conto di essere un estraneo per Clementine e viene a conoscenza della procedura da lei attuata, decide di sottoporsi alla stessa pratica. Consegna tutti gli oggetti legati alla loro relazione amorosa, in modo che gli esperti della clinica possano creare una mappa della sua mente e individuare tutti i ricordi da rimuovere. Tuttavia la notte in cui viene sottoposto all’eliminazione di quella parte del suo passato legata a Clementine, Joel si rende conto che non vuole più essere privato di tutto ciò che la riguardava. Inizia allora a opporsi con tutte le sue forze per custodire qualche stralcio dell’amata, cercando di nasconderla nei ricordi dell’infanzia (non mappati). Tuttavia il pronto intervento del dottor Howard, direttore della clinica, garantirà il successo dell’operazione e il mattino seguente Joel si sveglia con la mente svuotata da ogni traccia di Clementine. Solo in seguito i due scoprono di essersi reciprocamente cancellati e nonostante il dolore provato in passato, che li aveva spinti a quella scelta, decidono di riprovare a costruire il loro rapporto.

Il ruolo fondamentale della memoria nella raccolta “Le occasioni”

“Le occasioni”è la seconda raccolta poetica dello scrittore novecentesco Eugenio Montale e risale al 1939. Nei componimenti presenti domina la ricerca di salvezza dalla monotonia e insensatezza della realtà. Il tentativo impossibile di evasione da quella condizione di aridità che prosciuga l’anima, a cui il poeta aveva dato il nome di “male di vivere” nella precedente raccolta “Ossi di seppia”. L’occasione è infatti un istante di grazia, d’eccezione, un’epifania come quelle descritte da Joyce, che forse può, per un attimo, rendere liberi dalla prigione dell’esistenza svelandone il senso. In un tempo che, nella sua futilità, si ripete ciclicamente queste occasioni sono spesso dei ricordi di momenti di vita piena che, come lampi, si manifestano improvvisamente. Si trattano per lo più di situazioni vissute con le donne amate dal poeta, le quali, nonostante l’assenza, si lasciano intravedere in oggetti banali o addirittura appaiono solennemente in tutta la loro valenza salvifica. L’io dell’autore è quindi costantemente lacerato nello sforzo vano di far emergere i ricordi per sottrarli all’inesorabile nulla che lo circonda e arriva ad intaccare la parte più intima dell’animo.

Montale e la continua tensione per recuperare i momenti intensi

Non recidere, forbice, quel volto,
solo nella memoria che si sfolla,
non far del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.

Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di Novembre.

Questa poesia appartenente alla seconda sezione della raccolta, intitolata “Motteti”, esprime l’affanno del poeta che, in una sorta di supplica rivolta alla forbice del tempo che tutto frammenta, vorrebbe poter conservare nitida l’immagine della donna amata. Egli, come Joel nel film sopraccitato, desidererebbe disperatamente strappare il volto amato dal vortice oscuro dell’oblio che risucchia inesorabilmente il ricordo delle persone care. Montale chiede con angoscia che quel viso non venga dissolto in “nebbia”, che non diventi quindi evanescente, inafferrabile e non più visibile. Tuttavia, come rivelato nella seconda quartina, si tratta di una richiesta inesaudibile. Il calare istantaneo del freddo che raggela il cuore, il colpo netto dell’accetta che recide l’acacia e fa cadere il guscio da cui fuoriesce la cicala in estate, simbolo dei ricordi lieti, annunciano la recisione dolorosa di quel passato. Così la pienezza della rimembranza affoga nella fanghiglia (“belletta”) di Novembre amalgamandosi all’inconsistenza di tutte le cose, al grigiore vuoto della vita.

 

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