I figli diventano reato: posizioni sulla maternità surrogata bollata come crimine

La maternità surrogata, tanto dibattuta quanto incompresa, è spesso bollata come un crimine. Ma in verità, non è altro che una risposta pragmatica al desiderio di genitorialità. Perché trasformare in reato ciò che potrebbe essere regolato e vissuto con dignità?

Definire la maternità surrogata come un reato universale è non solo una posizione miope, ma anche un crudele rifiuto del progresso. In un’epoca in cui la scienza ci offre strumenti per superare le barriere naturali della procreazione, scegliere di punire chi vi ricorre è una forma di cieca repressione. L’unica soluzione possibile è la regolamentazione: è il faro che dovrebbe guidare una pratica umana e necessaria fuori dalle ombre dell’illegalità.

Un crimine fantasioso?

La maternità surrogata è oggi considerata da molti un crimine, etichetta che frettolosamente si appone su ciò che non si comprende in toto, su una pratica che, seppur avvolta da dubbi e pregiudizi, potrebbe invece raccontare una realtà diversa, più intima e profonda di quanto il semplice giudizio morale possa cogliere. Si tratta di un atto che, nella sua essenza, è un gesto di generosità e di amore, un atto che si svolge al confine tra ciò che la società accetta e ciò che ancora non riesce ad accogliere. Eppure, la criminalizzazione di questa pratica sembra esprimere più la paura di affrontare un cambiamento che la necessità di proteggerne i contorni etici. La paura di qualcosa che sfida il nostro concetto di “normalità”, un’intolleranza verso la libertà che si esprime in forme non ancora visibili all’occhio della convenzione. Il crimine che la maternità surrogata rappresenterebbe, de facto, non esiste. Non è un crimine aiutare qualcuno a diventare genitore, non è un crimine portare una vita dentro di sé per donarla agli altri. L’inganno sta nel fatto che questa realtà, che potrebbe diventare un gesto di grande valore umano, venga offuscata da preconcetti, da moralismi anacronistici e di posizione. Non sono la pratica stessa e le sue implicazioni etiche a farne un “crimine”, ma il nostro rifiuto di guardarla in faccia, di comprenderla senza pregiudizi, di permettere che diventi parte di una realtà che ci scivola via dalle mani. E ciò che è strano, sconosciuto, pericoloso, è solo un’ombra di ciò che potremmo diventare se solo avessimo il coraggio di liberarcene.

Mother holding the hands of a new born baby. Original public domain image from Wikimedia Commons

Il vero crimine: la clandestinità e l’assenza di regole

La vera minaccia non è la maternità surrogata in sé, ma l’ipocrisia che l’avvolge, il vuoto normativo che le sta dietro, l’assenza di una legge che ne riconosca la legittimità. La criminalizzazione di questa pratica non fa altro che spingerla nell’ombra, nel sotterraneo dove prosperano l’illegalità e la convenienza. Non si sta combattendo una forma di sfruttamento, ma si sta rendendo l’abuso una norma, si sta alimentando un sistema che, lontano da occhi curiosi, sottomette le donne e calpesta i diritti degli individui coinvolti. Ogni volta che la maternità surrogata viene trattata come un reato, non solo si crea una frattura fra la realtà e la legge, ma si spalancano le porte a un mercato nero che prospera nell’assenza di regole. La Genesi (30, 13), per esempio, ci racconta di Lia che, impossibilitata a generare si rivolge a Zilpa, la sua serva, affinché questa generi per lei. Nessuno parla di sfruttamento in quella storia. Perché dovremmo parlare di sfruttamento oggi? La maternità surrogata non è una forzatura, è una scelta consapevole, una decisione razionale che nasce dalla necessità, dalla possibilità di rendere possibile ciò che altrimenti sarebbe impossibile. Criminalizzare questa pratica significa ignorare le necessità reali delle persone, significa non voler affrontare la realtà di famiglie che si formano in modo diverso, ma non per questo meno legittimo. Non regolamentare significa condannare a un sistema cunicolare che perpetua lo sfruttamento e il dolore. La vera immoralità è negare una legge chiara, trasparente e rigorosa, che non solo legittimi la maternità surrogata, ma che protegga tutte le persone coinvolte. Non c’è niente di immorale in una pratica regolamentata, ma tutto è immoralità in una legge che si rifiuta di abbracciare la modernità.

Criminalizzare è ipocrisia, la regolamentazione è giustizia

Etichettare la maternità surrogata come un crimine universale pare più un tentativo patetico di mascherare la realtà dietro un velo di moralismo convenzionale. Non è la maternità surrogata a essere il crimine, ma la cecità di una società che si rifiuta di confrontarsi con le sue stesse contraddizioni, le sue necessità inconfessabili. E la vera tragedia, in questo, è che tale cecità ha il volto della protezione, della presunta salvaguardia della “dignità umana”. Una regolamentazione chiara, decisa, è l’unica possibilità che abbiamo per proteggere i diritti delle madri surrogate, dei genitori che si rivolgono a questa pratica, per fermare l’escalation del mercato nero, per togliere alla clandestinità il monopolio su un atto che, se fatto nel rispetto della legge, non è altro che un gesto di solidarietà, di reciproco aiuto, di collaborazione umana. La vera crudeltà, oggi, è non concedere a chi ha il diritto di procreare in modo diverso dalla tradizione, la possibilità di farlo legalmente.

 

 

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