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Gruppi e pregiudizio: gli esperimenti di Sherif

Gruppi e pregiudizio: gli esperimenti di Sherif

Il termine pregiudizio viene dal latino pare, prima e iudicium, giudizio. Il termine può essere utilizzato con valenza di significato diversa. L’aspetto caratteristico è il rimando ad un giudizio prematuro. Si tratta quindi di una serie di atteggiamenti e comportamenti attuati basandosi su argomenti parziali o insufficienti, non avendo quindi una piena conoscenza. Il pregiudizio non è soltanto individuale, ma può essere rivolto anche a gruppi.

Noi e Voi

L’intergruppo è definito ingroup, rispetto al quale si colloca un outgroup. Il primo, l’intergruppo, è la rappresentazione mentale del gruppo. E’ il noi a cui ciascun membro del gruppo si riferisce e per il quale investe le proprie risorse. L’outgroup è l’ambiente esterno, quello che è visto come un voi. Secondo Muzafer Sherif le dinamiche intergruppo non possono essere spiegate solo in relazione ai problemi di frustrazione o aggressività personali. Questo era quanto sostenuto dall’ipotesi della frustrazione-aggressività. Secondo questa ipotesi la frustrazione porta all’aggressività, la quale sfocia nel pregiudizio. Per Sherif, invece, per comprendere le dinamiche intergruppo è necessario considerare le proprietà dei gruppi ma anche le conseguenze dell’appartenenza al gruppo sui singoli individui.

Secondo Sherif la presenza di un bene comune promuove la collaborazione tra gruppi. www.google.it

La teoria del conflitto realistico di Sherif

Secondo questa teoria, la presenza di risorse limitate aumenta i conflitti intergruppo e l’etnocentrismo. Con quest’ultimo termine ci si riferisce alla tendenza di utilizzare come prototipo di valori il proprio gruppo  e giudicare gli altri a partire da questo. Questo è stato osservato bene con gli esperimenti svolti al campo estivo. Tra il 1948 e il 1952 diversi adolescenti americani erano invitati a trascorrere due settimane in questi campi estivi in realtà gestiti da Sherif e collaboratori. L’esperimento prevedeva diverse fasi. La prima fase implicava lo svolgimento di attività che coinvolgevano tutti i partecipanti. La seconda fase consisteva nella divisione dei ragazzi in due gruppi distinti. Questo implicava la fine delle attività comuni e la separazione degli amici più stretti. La terza fase era quella in cui veniva introdotta la competizione utilizzando premi e sanzioni. Un esempio è il torneo a premi. Già in questa fase iniziarono ad emergere diversi aspetti salienti. Il primo tra tutti è il rapido deterioramento delle relazioni intergruppi. Iniziarono a formarsi stereotipi negativi dell’altro gruppo e a presentare ostilità. Il secondo aspetto saliente è l’aumento di coesione all’interno di ciascun gruppo. Infine si osservò che le tensioni tra i gruppi continuavano anche dopo la conclusione delle attività competitive. A questo punto si arriva alla quarta fase, quella in cui è introdotto uno scopo sovraordinato per i due gruppi. In altre parole veniva individuato un obiettivo utile alla collettività. Ad esempio il camion che trasportava il cibo per il campo estivo è rimasto impantanato. La risoluzione di questo problema, utile ad entrambi i gruppi, implicava il contributo di entrambi. Quindi da un lato un bene comune, dall’altro la necessità di cooperare.

Conclusioni

Sembrerebbe quindi che gli scopi competitivi siano quelli che innescano il conflitto tra i gruppi mentre gli scopi sovraordinati conducono a cooperazione. Tuttavia, questi obiettivi raggiungibili solo grazie alla collaborazione da parte di entrambi i gruppi, non eliminano completamente i conflitti. Infatti se i due gruppi falliscono i conflitti possono anche peggiorare.

Delfina Ruggero

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