George Gray ci narra l’importanza di uscire dalla propria “comfort zone”

Come Edgar Lee Masters ha dipinto quella paura che ti blocca, impedendoti di agire. 

Che sentimenti si provano al termine di una vita trascorsa all’insegna della paura del rischio? Ci risponde l’incisione sulla lapide di George Gray, un uomo che ha condotto un’esistenza senza uscire mai dalla propria “comfort zone”

Ma cosa si intende per “comfort zone”?

Ultimamente, il termine “comfort zone” o “zona di comfort” si sente usare molto spesso, da persone di un po’ tutte le età.

Ma cosa significa precisamente?

Il vocabolario Devoto-Oli definisce il comfort come: “tutto ciò che concorre a rendere agevole e comoda la vita quotidiana”. 

Effettivamente, in un certo senso, la comfort zone è anche questo: una piccola zona comoda, confortevole, sicura, dove si tende a voler rimanere senza spostarsi.

Essa è dunque un confine immaginario, una circonferenza all’interno della quale sono racchiuse tutte le situazioni ritenute familiari dalla persona che la delinea, quelle sulle quali sente di avere il controllo, e dove lo stress e l’ansia sono ridotti ai minimi termini.

Se questa condizione può infondere sicurezza, bisogna anche considerare il rischio di rimanervi incastrati e statici, senza rischiare mai, tanto è il timore dell’insuccesso e della sofferenza che si teme si possa provare una volta usciti dal proprio “cerchio sicuro”.

La storia di George Gray:

Edgar Lee Masters scrive una raccolta di poesie: “L’antologia di Spoon River” in questa raccolta, ogni poesia racconta, sotto forma di epitaffio, la vita dei residenti della cittadina immaginaria di Spoon River, ormai ospiti del cimitero locale. 

I morti “prendono vita” e narrano le loro storie, ormai senza più paura di un giudizio esterno. 

Così fa George Gray, e questa è la sua poesia.

 

“Molte volte ho studiato

la lapide che mi hanno scolpito:

una barca con vele ammainate, in un porto.

In realtà non è questa la mia destinazione

ma la mia vita.

Perché l’amore mi si offrì e io mi ritrassi dal suo inganno;

il dolore bussò alla mia porta, e io ebbi paura;

l’ambizione mi chiamò, ma io temetti gli imprevisti.

Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.

E adesso so che bisogna alzare le vele

e prendere i venti del destino,

dovunque spingano la barca.

Dare un senso alla vita può condurre a follia,

ma una vita senza senso è la tortura

dell’inquietudine e del vano desiderio.

È una barca che anela al mare eppure lo teme.”

 

“Una barca che anela il mare, eppure lo teme”

A parlare è lo stesso George Gray, che guarda e commenta l’immagine scolpita sulla sua lapide: una barca con le vele ammainate in un porto. 

La barca però ha le vele ammainate  non perché appena tornata da un lungo viaggio:  infatti temendo le insidie del mondo esterno, non si è mai mossa dal porto. Quel viaggio, corto o lungo che fosse, non lo ha mai intrapreso, e si è limitato a rimanere lì, con l’ancora piantata e le vele ammainate. 

E si ritrova al termine della vita non avendo mai vissuto veramente, col rimpianto in bocca di un’esistenza sperperata per la paura di un immaginario baratro. 

Se durante la vita schiva “l’inganno” dell’amore, la sofferenza del dolore e l’incertezza dell’ambizione, alla fine del suo (inesistente) viaggio capisce che “bisogna alzare le vele e prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca”. 

È vero, il mondo esterno ferisce, e la vita somministra dolori allo stesso ritmo con cui un farmacista prescrive medicine. 

Ma, come una medicina, il dolore sa guarire. Gli antichi greci lo chiamavano πάθει μάθος (pathei mathos), “l’apprendere attraverso la sofferenza” perché un marinaio esperto non è colui che è abile a navigare con la calma piatta, ma colui che sa destreggiarsi nonostante la tempesta. Ed è proprio il saper affrontare la tempesta che ti rende capace andare più lontano, di raggiungere quegli orizzonti che avresti solo scrutato dalla cima dell’albero maestro. 

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