Il miglioramento della condizione femminile è una battaglia continua. Non importa il tempo o lo spazio, le donne stanno finalmente prendendo coscienza di sé. Ovunque battaglie per l’eguaglianza dilagano. Gridi come il #paymetoo si fanno sempre più imponenti, movimenti come Time’s Up nascono, e, seppur talvolta con lentezza e difficoltà, le conseguenze stanno iniziando a sorgere. In Arabia Saudita il diritto di guida si è espanso anche alle donne, falle nella distribuzione diseguale degli stipendi di alcune aziende stanno venendo a galla.

I visi della ‘Time’s Up’, un’organizzazione che difende le vittime di molestie sessuali

Ma ancora non sembra abbastanza. La situazione per molte è ancora critica se si pensa alla vita di tutti i giorni. In Italia la parità sembra un po’ più vicina, ma se ci si ferma un attimo a riflettere come si è riusciti ad ottenerla, il percorso appare sconcertante. Dalle suffragette ai movimenti femministi degli anni ’70, i passi effettuati sono enormi. Gli anni ’70, i ‘rivoluzionari’ anni ’70 di un’Italia straziata dalla criminalità ma ricca di coraggio… anni difficili che paiono così lontani ma che in realtà sono (quasi) dietro l’angolo. Come vivevano le donne, le ragazze, mezzo secolo fa?

 

La vita in famiglia

Milano, i bollenti anni ’70. Una famiglia con due figli: il maggiore, maschio, e la minore, femmina. Gli anni di differenza non sono tanti, solo 3. Ma quei tre anni fanno la differenza per la minore. O forse, più che quello, era il suo sesso. ‘Eh no, tu sei una femmina‘ è la colonna sonora della vita della figlia. Lei doveva imparare a tenere la casa, a lavare i piatti, a rifare i letti, a stirare le camicie per un eventuale futuro marito. Lui poteva uscire con gli amici, con le ragazze, divertirsi. I lavori domestici non erano per lui. L’educazione che riceveva non era uguale. Perché lui, lui, era un maschio.

L’urlo per la parità delle donne

Non era sempre così. Però capitava, insomma. La domenica mattina, il maggiore si dedicava allo sport. Con il canottaggio diventava un piccolo eroe. E la minore? La minore aveva un altro sport: imparare a preparare da mangiare ‘perché sei una femmina’. Vuoi non imparare a far da mangiare?’. Il maggiore tornava a casa, rilassato e soddisfatto della sua mattinata. E la minore era lì, a guardarlo dalla cucina, invidiandolo un pochino. Perché lui, lui, era un maschio.

 

Perché lei, lei, è una femmina

L’indipendenza e la libertà erano il grande sogno. Mentre lei stava al sicuro in casa, ad imparare cosa ‘essere una donna’ volesse dire, il maggiore usciva da solo con tranquillità. Di uscite serali, per lei, non se ne poteva parlare. E le vacanze senza genitori erano proibite. Solo con il fratello poteva farle. E le faceva. Come quelle uscite rigorosamente all’ombra del fratello maggiore. Piccoli aneliti di una mezza indipendenza che un uomo, per educazione, doveva avere. Perché lui, lui, era un maschio.

Una manifestazione a favore dei diritti delle donne con un cartellone che recita ‘per una maternità libera, aborto libero’

‘Tuo fratello non corre questi pericoli, tu sì. Non è un nostro problema se tuo fratello fa quel genere di errore. Ma se lo fai tu, sì’. Il sesso per lei era un tabù, e non solo parlarne. Per il figlio non c’erano tutti questi problemi. In fondo, se lui metteva incinta una ragazza, ‘l’inconveniente’ ricadeva sulle spalle della famiglia di lei, perché era lei che non era stata attenta. Per questo non era proprio fattibile per la minore chiedere alla mamma il permesso di prendere la pillola. Si doveva andare da sole ai consultori, senza farne parola. Quando pensava a tutte quelle libertà perse, un po’ le si torceva lo stomaco. Lei non poteva assolutamente permettersi nulla; l’altro era sempre con le spalle coperte. Perché lui, lui, era un maschio.

‘Mamma, vado a Genova dalla mia ragazza, torno domenica in serata’. Aveva 16 anni, in stazione con il suo motorino, e il ragazzo partiva per il suo weekend romantico. Lei, a 17, va in sala dalla mamma. Il suo ragazzo le ha proposto una vacanza con i suoi per tre giorni, a festeggiare pasqua tutti insieme. ‘Mamma, posso…?’. Come risposta, una sberla. Perché lei, lei, è una femmina.