L’università di Trento ha approvato il suo nuovo regolamento utilizzando il femminile sovraesteso. Vediamo perché non è accettabile dalla grammatica italiana.

Nei giorni scorsi l’università di Trento ha votato all’unanimità il loro nuovo regolamento di ateneo. Non ci sarebbe nulla di particolarmente eclatante se non per il fatto che l’intero articolo adotta quello che viene chiamato “femminile sovraesteso”. Si tratta di una pratica che negli ultimi tempi si sta cercando di far diffondere, alludendo ad una maggiore vicinanza al femminismo e quindi alla parità dei generi. In italiano, però, questo non esiste e si tratterebbe quindi di un uso errato della lingua. In tutto il documento, di circa cinquanta pagine, tutti i termini sono declinati al femminile. Termini come “rettrice”, “studentesse”, “professoresse” hanno sostituito le loro controparti non-marcate, ossia i termini al maschile. Nonostante il rettore Flavio Deflorian dichiara di aver compiuto una scelta provocatoria e simbolica, un errore del genere su un documento pubblico di un’istituzione statale non può di certo passare inosservato.
Il “femminile sovraesteso”
L’errore del femminile sovraesteso è spinto dal linguaggio inclusivo. Negli ultimi anni si è sempre cercato di inserire nella lingua italiana degli usi errati per poter rendere la lingua più rispettosa delle differenza. Siamo passati dall’uso dell’asterisco all’uso della schwa, entrambi non previsti e non accettabili dalla lingua italiana. Provare ad inserire il genere neutro in una lingua che non la prevede sfocerà sempre in fallimento. L’introduzione del femminile sovraesteso, per quanto possa sembrare un compromesso migliore, sfocerà comunque in un errore. Certamente utilizzare termini flessi al femminile per indicare qualcuno che ricopre un ruolo è accettabile e andrebbe incoraggiato (per esempio “presidentessa” qualora effettivamente sia una donna a ricoprire tale ruolo). Questo non implica però che per indicare in maniera generale determinate persone si debba utilizzare il femminile. In italiano, come detto, non esiste il genere neutro e per indicare in maniera generale un gruppo composto da uomini e donne si utilizza il maschile. Non è una scelta dei parlanti, ma una regola della lingua. Una regola linguistica non si cambia imponendo regole inventate.

Mutamenti linguistici
Un mutamento linguistico è qualcosa che avviene ed è avvenuto nelle lingue. È immediato il concetto che l’italiano che parliamo oggi è diverso dall’italiano di Dante, così come è diverso dall’italiano di Pirandello, seppur più vicino a noi. La lingua si adatta e cambia nel tempo, ma non cambia tramite imposizioni, ma tramite l’uso che ne fanno i parlanti. Questo succede perché la lingua è un codice condiviso e non possiamo cambiarla in base alle esigenze, perché altrimenti perderebbe la sua funzione primaria. Non si può quindi imporre l’uso del femminile sovraesteso.
Molti potrebbero obiettare dicendo che se un bambino ha “inventato” il termine “petaloso” allora potrebbe essere lecito anche introdurre il femminile sovraesteso. Questo tipo di affermazione è però fallace in più punti. Innanzitutto il termine “petaloso” non è stato inventato di sana pianta, ma viene derivato utilizzando le regole di derivazione che l’italiano permette. Inoltre il cambiamento avviene sul piano del lessico e non su piano morfosintattico. Il lessico è la parte della lingua più permeabile, cioè più soggetta a cambiamenti, perché non va ad intaccare la struttura e le regole della lingua. La flessione da maschile a femminile, invece, fa parte della morfosintassi. Quest’ultima è la struttura di una lingua, che quindi non può essere soggetta a cambiamenti forzati, perché ne va della lingua in sé. I cambiamenti su questo piano avvengono, ma avvengono in maniera molto lenta e senza che i parlanti se ne accorgano, perché è così che funziona la lingua e solo in questo modo il codice condiviso che utilizziamo può rimanere un codice condiviso e compreso da tutti i parlanti.
Lingua e società
Per molti è naturale pensare che siccome la società cambia, allora anche il linguaggio deve cambiare con essa. Come già detto precedentemente, però, i cambiamenti non possono essere imposti, non possono essere repentini e non possono essere continui. Tutto questo perché la lingua deve mantenere la sua caratteristica di codice condiviso. Si pensa anche che la lingua sia un riflesso della società. Il fatto che in italiano il genere non marcato sia il maschile fa pensare a molti che sia dovuto ad un patriarcato insito nella cultura italiana. Questo non è lo spazio per dire se la cultura italiana sia o non sia patriarcale, ma di certo non è la lingua che lo determina. Per contrastare il patriarcato il lessico cerca di aiutare, ma ora cerchiamo di vedere perché il maschile sovraesteso non è sintomo di patriarcato.
Come tutte le lingue romanze, anche l’italiano deriva dal latino. In latino esisteva il genere neutro, cosa che si è perso nel tempo. Il neutro però non indicava gruppi di persone, ma per lo più oggetti inanimati. La scomparsa del genere neutro non è una cosa recente, ma già prima dei primi volgari stava scomparendo. Il fatto di voler ricreare un genere neutro in maniera forzosa per indicare anche esseri animati è quindi erroneo su più livelli. Se una lingua contempla il genere neutro non vuol significare che tale lingua sia più inclusiva. Infatti anche in latino per indicare gruppi di persone composti sia da donne che da uomini si usava il maschile. La lingua non crea una forma che includa entrambi i generi perché non è economica e appesantisce inutilmente la lingua. Per questo motivo si è scelto di usare il maschile. Questo non perché si è ritenuto che i maschi siano superiori. Può forse avere una matrice patriarcale, ma il genere non marcato è diventato il maschile in italiano per una ragione piuttosto antica, che va a toccare le prime lingue indoeuropee. Non si può più però considerarla maschilista, perché ormai si tratta di pura grammatica. È una consuetudine linguistica che non connota più maschilismo.