Ebola, dalla genesi all’ultima epidemia registrata in Congo

Grazie all’utilizzo di un nuovo vaccino sperimentale può dirsi sotto controllo la nuova epidemia di ebola in Congo. L’organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima 3200 persone trattate con il farmaco e nessuno di loro ha sviluppato sintomi del temibile virus, di cui ancora non si comprende a pieno nascita e possibile diffusione.

Situazione congolese

La preoccupazione era ai massimi livelli in Congo a causa della conformazione urbanistica del paese. I centri abitati maggiormente popolati infatti sorgono vicino a zone di campagna, ad alto rischio di contagio, e la possibilità di raggiungere aeroporti internazionali e diffondersi in altri paesi spaventava l’opinione pubblica. Il primo passaggio da un centro rurale ad un centro urbano è stato registrato nella città di Mbandaka, con 1,2 milioni di abitanti, definito “Sviluppo preoccupante della situazione” dall’OMS. L’epidemia, ufficialmente cominciata l’8 maggio, conta 38 casi confermati, 15 da identificare e 2 controversi. 29 invece le persone che hanno perso la vita nella nona epidemia di ebola in Congo dal 1976, data della sua scoperta. Tra circa 20 giorni la situazione di emergenza potrà dirsi finalmente sventata, tempo necessario per osservare i possibili casi di incubazione ancora silenti.

Genesi del virus

Nonostante i passi in avanti per quanto riguarda la localizzazione e la cura del virus, resta ancora controverso identificare la data critica relativa alla sua nascita e alla sua prima diffusione. L’epidemia del 2014 è la prima senza quell’alone di mistero che contraddistingue il virus a partire dalla sua prima testimonianza. È stato infatti possibile identificarne il paziente zero, un bambino di due anni morto il 6 dicembre a Guèckèdou in Guinea, al confine con Sierra Leone e Liberia. La causa scatenante potrebbe riguardare il contatto con alcuni esemplari di pipistrelli della frutta, che vivono in grandi alberi concavi dove i bambini sono soliti giocare. Si tratterebbe perciò di un virus di origine zoonotica, passato cioè da un animale all’uomo per contatto. Lo studio portato avanti dal ricercatore Robert Koch e pubblicato sulla rivista “Embo Molecular Medicine” non può tuttavia dirsi verificato, a causa della mancanza di altri bambini infetti, che vista la frequenza con cui viene visitato il luogo sospetto é lecito aspettarsi.

ebola

La sua prima identificazione risale invece al 1976. Il virus, ancora senza un nome, viaggia dall’allora Kinshasa verso l’Europa su un volo passeggeri. Peter Piot, oggi direttore della London School of Hygiene and Tropical Medicine, è il primo a maneggiare il campione di sangue infetto, appartenente ad una suora fiamminga contagiata in Africa. L’equipe, senza le dovute precauzioni, studia lo sconosciuto organismo e dopo averne malauguratamente scoperto la pericolosità e la somiglianza con il temibile virus Marburg, protagonista di un incidente in laboratorio che costò la vita a 9 persone, accoglie l’ordine dell’OMS di spedirlo ad Atlanta, sede ancora attuale della guerra all’ebola. Quell’anno il virus conta 280 vittime, ovvero l’88% dei contagiati nell’ex Zaire, cominciando a spaventare l’opinione pubblica. È inoltre questa prima drammatica strage a fornire il nome al virus. Ebola è infatti la valle dove tutto è cominciato, sede della prima strage ad opera di una delle maggiori paure del terzo millennio.

L’opinione degli esperti

Insieme al terrorismo e alla paura di rimanere senza internet, l’ebola detiene uno dei gradini più alti per quanto riguarda le preoccupazioni della popolazione mondiale. Risulta però più probabile un blackout mondiale dalla durata di una settimana che una massiccia epidemia nei paesi occidentali. Il già citato Peter Piot, oggi uno dei più grandi conoscitori del virus, afferma di non preoccuparsi nemmeno di una possibile vicinanza sulla metro ad un uomo infetto da ebola, a meno che quest’ultimo non gli vomiti addosso. Per un possibile contagio è infatti necessario un contatto ravvicinato con i fluidi corporei, non così frequente ai giorni nostri.

Si esprime a riguardo anche Fabrizio Pregliasco, virologo del dipartimento di scienze biomediche per la salute dell’università di Milano. L’esperto definisce il virus “stupido”. Il termine non è stato scelto come “pesce d’aprile”, ma a causa delle sue modalità d’azione  non appena risiede in un nuovo ospite. Ebola infatti uccide troppo e troppo velocemente, senza riuscire ad evolversi. Il suo è un decorso velocissimo che uccide il 90% dei contagiati in meno di 20 giorni.

Nonostante il rischio di diffusione in Occidente sia contenuto, in Africa rappresenta ancora una grande problematica per l’arretratezza del sistema sanitario di alcuni paesi. L’augurio é che la cooperazione con stati più avanzati sia costante e che il nuovo vaccino, seppur sperimentale, dia i risultati sperati.