Il quarto disastro aereo italiano per numero di vittime: la strage di Ustica viene analizzata da Daniele del Giudice.

Analizziamo il racconto dell’autore italiano Daniele Del Giudice che ha avuto un dialogo a tu per tu con l’unico testimone della strage: il relitto dell’aereo stesso.
“SIAMO CHIUSI IN UNA SCATOLA NERA, STELLA, NESSUNO CI APRIRA’”
Erano le 21:00 del 27 giugno 1980, l’aereo di linea DC-9 della compagnia Itavia era decollato da Palermo per atterrare all’aeroporto di Bologna quando, perso il contatto radio con l’aeroporto di Roma-Ciampino, si disintegrava, colpito da un missile sconosciuto, e cadeva nel Mar Tirreno portando con sé 81 vite: tutti coloro che erano a bordo tra equipaggio e passeggeri. Ancora oggi, le dinamiche dell’incidente non sono del tutto chiare: tra le ipotesi più battute quella che è stata accettata in sede penale riguarda un coinvolgimento internazionale (libico, francese e statunitense) che avrebbe visto il DC-9 al centro della linea di fuoco di un combattimento aereo, divenendone infine erroneamente bersaglio. Le incongruenze sono e sono state molteplici, altrettanti i possibili depistaggi che, ancora oggi, non hanno permesso di fare del tutto luce sulla tragedia.

“CHIIUSI IN UNA STORIA NERA, STELLA, NESSUNO CE LA SPIEGHERA’”
Daniele Del Giudice, scrittore e giornalista deceduto lo scorso 2 settembre, con il suo “Staccando l’ombra da terra” (1994) si inserisce nel filone della letteratura di aviazione, nella quale già spiccano i nomi di Antoine de Saint-Exupéry o di Richard Bach. Nella sua opera, complessa e speculativa, l’autore, tramite otto racconti, riflette sui parallelismi che si possono istituire tra volo e vita e analizza sociologicamente l’impatto della macchina aviatoria. Il settimo racconto, composto sotto il titolo di “Unreported inbound Palermo” narra proprio della strage di Ustica. Del Giudice non mira a narrare la strage per quello che è stata ma estrapolare il racconto di quanto accaduto dall’unico testimone: il relitto dell’aereo recuperato dal mare, qui antropomorfizzato e paragonato ad un popolo mitologico i cui resti riposano sui fondali. Sono proprio le varie parti materiali dell’aereo a narrare la storia, intrecciandosi con le strazianti voci provenienti dalla scatola nera e che, a loro volta, si alternano alla voce narrante; in questo modo la narrazione della tragedia procede in parallelo con la ricerca successiva. Tutto il racconto viene posto tra parentesi tonde fatta eccezione per l’ultima frase: “Do you read?” ultima voce proveniente dalla scatola nera che ha lo scopo di fare riflettere il lettore sull’accaduto. Il racconto stesso vuole proporsi come documento materiale, ai fini della memoria collettiva che Del Giudice mira a colpire con un crescente pathos etico, aiutato anche dalla forma letteraria del catalogo che accumula informazioni in questo caso volte ad incrementare la pietas verso le vittime.
“E NON CI SIAMO MAI PARLATI E NON CI INCONTREREMO PIU’”
Il disastro di Ustica, per la poca chiarezza delle dinamiche e per il prolungarsi del processi, ebbe un notevole impatto sociale, varie sono le pellicole cinematografiche che ne trattano il tema, tra queste “Il muro di gomma” (1991) che valse il Ciack d’oro al suo regista, Marco Risi, e che narra la storia di Rocco Ferrante, giornalista per il Corriere della sera che per dieci anni seguì le indagini sull’incidente. Non mancano poi le speculazioni musicali sull’argomento, tra queste si citi ad esempio “Ustica” di Flavio Giurato con i suoi versi d’impatto “Fumatori – non fumatori, corridoio – finestrino, Bologna – Palermo non pervenuto”. Ad oggi i resti del DC-9 sono ricomposti in un’installazione permanente a Bologna, al Museo per la strage di Ustica, è quindi possibile, proprio come voleva Del Giudice, farsi narrare la storia dagli occhi in uno straziante dialogo a tu per tu con l’unico, esausto, testimone.