I marinai Abusano di Circe e lei li trasforma in porci: può questo dal punto di vista filosofico essere considerato giusto?

Circe trasforma i suoi aggressori in porci: vendetta o giustizia? Con Aristotele, Kant e Nietzsche esploriamo il confine tra punizione e potere, dove mito e filosofia si intrecciano per interrogare la natura della violenza e della moralità.
LA VIOLENZA
‘’Si stavano alzando tutti, gli occhi fissi su di me. E io continuavo a tacere. Continuavo a dirmi che mi sbagliavo. Mi sbagliavo di certo. Li avevo sfamati. Mi avevano ringraziata. Erano miei ospiti.’’
Circe, la maga di Eea, invece non si sbagliava. Era vero: li aveva accolti, sfumati e loro l’avevano ringraziata, eppure non è bastato a fermarli, non è bastato a evitare che il capitano, con ‘’la sua faccia piena di solchi e i tendini tesi a causa del duro lavoro,’’ le piombasse addosso con tutto il peso del suo corpo e abusasse della ninfa sotto gli occhi dell’equipaggio, che impaziente attendeva di approfittare a sua volta della donna.
Si sono presi il corpo della figlia di Helios, e per questo lei si è presa i loro. Nelle brocche di vino che aveva servito all’equipaggio, le sue mani, quasi inconsapevolmente, avevano lasciato cadere una delle sue pozioni insieme a miele e siero di latte per mascherarne il sapore; così quando il capitano, alla fine, le libera la gola, lei può pronunciare il suo incantesimo e li trasforma in porci. Con dolore, le schiene si piegano, gli arti si accorciano i visi si gonfiano e quando la trasformazione è completa rinchiude quello che resta di quelle bestie all’interno del suo recinto.
Un corpo per un corpo, così Circe ha fatto giustizia. Ma si può davvero parlare di giustizia?

ARISTOTELE E LA GIUSTIZIA CORRETTIVA
Nel libro V dell’Etica Nicomachea, Aristotele distingue due tipi di giustizia: quella distributiva, che riguarda i beni, e quella correttiva, che invece riguarda i rapporti sociali.
La giustizia correttiva, che qui ci interessa, opera secondo un principio di proporzione matematica che viene così impostata: A-B = C-D, 6-2=10-6, vediamo dunque che da ultimo le due parti hanno lo stesso. É necessario considerare oggettivamente il danno fatto o subito e ripristinare l’uguaglianza di partenza, dunque una persona ha quanto le spetta quando non ha né più né meno di quanto aveva all’inizio.
Possiamo dunque chiederci: l’atto di Circe è conforme a questo principio? Privata del proprio corpo, si prende i corpi dei suoi aggressori. Ma la punizione è proporzionata? La trasformazione irreversibile e l’animalesca degradazione dei marinai ristabiliscono davvero un equilibrio, o lo superano? Secondo Aristotele, la giustizia non è vendetta, ma riequilibrio. È dunque lecito dubitare che l’azione di Circe, pur motivata dal danno subito, possa essere pienamente giustificata entro i confini di una giustizia correttiva in senso aristotelico.
KANT E L’IMPERATIVO CATEGORICO
Kant, nella Metafisica dei costumi, formula l’imperativo categorico: ‘’agisci soltanto secondo quella massima per mezzo della quale puoi insieme volere che essa divenga legge universale.’’
Sostanzialmente io devo chiedermi: cosa cadrebbe se questa massima divenisse una legge universale della natura? Sarebbe possibile e desiderabile vivere in una società dove ciò che è previsto dalla massima diviene una regolarità della natura cui non si può sfuggire, come ad esempio la gravità? Se la risposta è positiva allora l’azione sarà buona in sé, se la risposta è negativa l’azione non sarà buona in sé.
Dunque, se ogni volta che un uomo, o un gruppo di uomini violenta una donna, questo o questi si trasformano in maiali avremmo una società dove sarebbe possibile e desiderabile vivere?
La risposta non è semplice. Una tale società eliminerebbe l’impunità, e forse scoraggerebbe la violenza. Eppure, ci chiediamo anche: possiamo davvero desiderare un mondo in cui la punizione sia così disumana da trasformare l’individuo in bestia? Kant, con il suo rigore razionale, ci inviterebbe probabilmente a cercare una risposta che non ceda alla vendetta, ma resti fedele alla dignità umana, da preservare anche quando si punisce chi l’ha violata.
NIETZSCHE E IL GIUSTO COME AFFERMAZIONE DI POTERE
La prospettiva di Nietzsche rovescia il problema. Nella Genealogia della morale, il filosofo tedesco mostra come i concetti di “bene” e “male” non abbiano un fondamento assoluto, ma nascano da un conflitto tra forti e deboli. In origine, “buono” era ciò che apparteneva ai nobili, ai potenti, a chi affermava sé stesso; “cattivo” era ciò che apparteneva ai deboli, ai sottomessi.
Nel gesto di Circe, Nietzsche leggerebbe probabilmente una trasformazione della forza: da vittima umiliata a soggetto potente. Circe non si appella a una legge universale, né cerca equilibrio: agisce, afferma, trasforma. Da preda diventa predatrice. Il suo gesto non è morale nel senso tradizionale, ma espressione di una volontà di potenza.
In questo senso, secondo Nietzsche, Circe è “giusta” non perché applica un principio, ma perché afferma se stessa. La giustizia non è neutra, né universale: è sempre il nome che diamo a una forma di potere riuscito.
Vediamo dunque che di fronte alla domanda principale: Circe agisce in maniera giusta? Le risposte divergono e la maga rimane una figura ambivalente simbolo di una giustizia che, nella mitologia come nella filosofia si mostra come ambigua, sfuggente e potente.