I Led Zeppelin riprendono un tema che abbiamo già visto in altri autori nella storia, vediamone due esempi.

Oggi vedremo come Catullo col suo Carme VIII e Virgilio con la sua “Eneide” riprendono l’argomento che troviamo nei più contemporanei a noi Led Zeppelin; vediamo la canzone in questione e i due componimenti nominati prima.
“Babe I’m gonna leave you”, Led Zeppelin
“Babe I’m gonna leave you” è una canzone dei Led Zeppelin dell’album “Led Zeppelin I” pubblicato il 12 gennaio 1969. Il brano è la cover di una canzone scritta negli anni ’50; si parla di un rapporto che sta per finire e viene detto al proprio partner della necessità di andare via anche se non si vorrebbe, si parla dell’amore e della necessità di andarsene per trovare se stessi. La canzone inizia dicendo “Babe, baby, baby, I’m gonna leave you […] I’ll leave you when the summertime, leave you when the summer comes a rollin’, leave you when the summer comes along” (piccola, piccola, piccola, sto per lasciarti […] Ti lascerò quando l’estate, ti lascerò quando l’estate arriverà rotolando, ti lascerò quando l’estate arriverà), e qualche verso più in giù vediamo “I don’t want to leave you, I ain’t jokin’ woman, I got to ramble” (Non voglio lasciarti, non scherzo donna, devo vagare). Tutta la canzone mantiene questa alternanza tra versi in cui il protagonista vorrebbe restare ed altri in cui sa di dover andare via. Più avanti possiamo leggere “It feels good to have you back again, and I know that one day baby, it’s really gonna gros, yes it is. We gonna ho walkin’ through the park every day” (è bello averti di nuovo, è so che un giorno piccola, crescerà veramente, si crescerà. Andremo a camminare al parco ogni giorno). Per concludere leggiamo gli ultimi versi che recitano “you made me happy every single day. But now! I’ve gotta go away!” (Vi è reso felice di giorno. Ma ora! Devo andare via!); questo è un addio, uno sentito e vissuto con rancore, possiamo percepire questo sentimento attraverso le parole usate dall’autore. Adesso andiamo indietro nel tempo per scoprire due autori latini che scrivono opere che riprendono questo sentimento di abbandono obbligato dell’amore.
Carme VIII, Catullo
Il Carme VIII di Catullo fa parte del suo “Liber” e lo collochiamo nel I secolo a.C. Vediamo in quest’opera l’alternarsi tra un Catullo razionale che capisce il comportamento di Lesbia e sa che non tornerà e un Catullo irrazionale che continua imperterrito a pensarla. Possiamo dividere il Carme in due parti: la prima, che arriva fino al verso 11, in cui Catullo parla con sé stesso e ricorda i bei tempi andati, è un alternarsi tra il ripetersi che è ormai perduta e il ricordare i giorni felici; possiamo leggere “Miser Catulle, desinas ineptire, et quod vides perisse perditum ducas” (misero Catullo, smettila di vaneggiare, e quello che vedi perduto consideralo perso), e subito dopo invece “Fulsere quondam candidi tibi soles, cum ventitabas quo puella ducebat amata nobis quantum amabitur nulla. Ibi illa multa tum iocosa fiebant, quae tu volebas nec puella nolebat. Fulsere vere candidi tibi soles” (Risplendettero un tempo luminosi per te i giorni, quando continuavi a venire nel luogo in cui la fanciulla ti conduceva, amata da me quanto mai nessuna donna sarà amata. Si svolgevano lì allora quei molti giochi d’amore, che tu volevi e la fanciulla non rifiutava. Davvero risplendettero per te limpidi giorni), e anche “Nunc iam illa non volt: tu quoque inpote‹ns noli›, nec quae fugit sectare, nec miser vive, sed obstinata mente perfer, obdura” (Ora già quella non ti vuole più; ed anche tu, incapace di dominarti, cessa di volerlo, e non seguire lei che fugge, e non vivere da disgraziato, ma resisti ostinatamente, tieni duro). Nella seconda parte invece vediamo un Catullo che si rivolge a Lesbia, usando la seconda persona, infatti leggiamo “Vale, puella. Iam Catullus obdurat, nec te requiret nec rogabit invitam. At tu dolebis, cum rogaberis nulla. Scelesta, vae te, quae tibi manet vita? Quis nunc te adibit? Cui videberis bella? Quem nunc amabis? Cuius esse diceris? Quem basiabis? Cui labella mordebis? At tu, Catulle, destinatus obdura” (Addio fanciulla. Ormai Catullo è deciso, e non tornerà a cercarti, non ti vorrà per forza. Ma tu soffrirai se non sei desiderata. Sciagurata, guai a te! Quale vita ti resta? Chi ti cercherà ora? A chi sembrerai bella? Ora chi amerai? Di chi si dirà che tu sei? Chi bacerai? A chi morderai le labbra? Ma tu, Catullo, ostinato, resisti); possiamo vedere delle domande che il poeta rivolge a Lesbia, e alla fine un’esortazione che forse è più per convincere se stesso di questa sua decisione di lasciare andare Lesbia ma forse non il suo ricordo. Adesso restiamo in epoca romana, ma spostandoci un po’ in avanti, nel periodo Augusteo.
“Eneide”, Virgilio
L’“Eneide” è un’opera di Virgilio scritta tra il 29 a.C. e il 19 a.C.; è un poema epico e parla delle avventure che vive Enea, scampato all’incendio di Troia e destinato a fondare quella che sarà poi la città di Roma. L’opera è divisa in due parti: la prima parte comprende i primi sei libri e parla del viaggio di Enea nel Mediterraneo (riprendendo l’“Odissea”), invece la seconda parte comprende gli ultimi sei libri e parla della guerra con i latini (riprendendo l’“Iliade”). Oggi ci concentreremo sulla vicenda di Enea e Didone, una storia d’amore destinata a finire a causa del Fato. Enea e Didone si incontrano nel libro I, ma il cuore della loro storia lo possiamo leggere nel libro IV. Enea arriva a Cartagine e qui incontra la regina Didone; per un periodo i due sono liberi di vivere il loro amore, ma poi Mercurio viene mandato dagli dei per ricordare ad Enea il suo scopo più alto, fondare la città di Roma. Enea è costretto a ripartire, nonostante l’amore che prova per Didone. La regina di Cartagine, mentre osserva all’orizzonte le navi di Enea che lasciano la sua terra, lancia una maledizione dicendo “Tum vos, o Tyrii, stirpem et genus omne futurum exercete odiis, cinerique haec mittite nostro munera. Nullus amor populis, nec foedera sunto” (Poi, voi, o Tirii, trattate con odio la stirpe e tutto il popolo futuro, ed inviate alla nostra cenere questi regali. Per i popoli non ci siano alcun amore e patti); a quel punto la donna si suicida con la spada di Enea. Ecco tre narrazioni di storie d’amore destinate a finire: la prima per ritrovare se stessi, la seconda per un amore non corrisposto, la terza per un destino più grande; alcune volte l’amore non basta e qualcosa di più grande ci porta a compiere questa scelta, seppur dolorosa.