Analisi letteraria o analisi psicologica? Elliot Alderson di Mr.Robot secondo Pirandello e Stevenson

Elliot Alderson, vive la sua vita come una serie di singhiozzi convulsi. Pirandello e Stevenson ci aiutano a capire alcuni degli aspetti della sua personalità.

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Schizofrenia e ansia sociale sono due degli aspetti più importanti della psicologia e della psichiatria. Elliot Alderson, hacker- giustiziere di notte e ingegnere di sicurezza informatica di giorno, ci catapulta in questa realtà. Quest’articolo si propone di non trattare l’argomento del punto di vista psicologico o psichiatrico, bensì di vedere Elliot come un personaggio letterario e di conseguenza, farlo diventare oggetto di un’analisi letteraria, attraverso Pirandello e Stevenson.

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Elliot Alderson, il protagonista

Elliot Alderson, protagonista della serie televisiva Mr.Robot, è un ingegnere di sicurezza informatica e un hacker-vigilante che lavora per la società Allsafe. Affetto da ansia sociale, schizofrenia e depressione, fa uso di morfina, pur cercando di non diventarne mai dipendente, usandola più come mezzo per sfuggire da sé stesso. Il suo essere criptico, è un aspetto che viene delineato sin da subito, quando già dalle prime battute, crea un dialogo immaginario con lo spettatore:

“Ehi amico. ‘Ehi amico’, non mi piace. Forse dovrei darti un nome. Beh, è una strada pericolosa. Esisti solo nella mia testa, ricordiamocelo. Merda…è successo davvero. Sto parlando a qualcuno che non esiste.” 

Di certo dialoghi di questo genere sono inseriti per far capire meglio gli snodi narrativi a chi sta guardando, ma allo stesso tempo riescono a farci entrare nella psiche di Elliot, riuscendo a guardare così, le cose dal suo punto di vista. Tormentato sia dal suo passato che dal suo presente, Elliot vive la sua vita come fosse intrappolato o sospeso. Cerca di fuggire da tutto con la droga, con i dialoghi introspettivi con lo spettatore e con la sua psichiatra, Krista, con la quale però non riesce ad aprirsi mai completamente.

“Cosa non darei per essere normale, per vivere in quella bolla, la realtà degli ingenui. È questa la mia giustificazione, per mantenere intatto il loro ottimismo, per proteggerli.”

Il suo percorso è tanto barcollante quanto geniale, ma vive lontano da tutto quello che lo circonda, come se non facesse parte del mondo. Ha infatti atteggiamenti e modi di fare con gli altri che possono essere definiti oggettivamente strani e lontani, quasi riecheggianti. Causa di tutto questo anche la sua infanzia, distorta dalla figura troppo prevaricante della madre, poco affettuosa e oltremisura opprimente; e dalla prematura morte del padre malato di leucemia, causata dall’insabbiamento di rifiuti tossici da parte della Evil Corp, dove lavorava. Obiettivo di Elliot è – nelle quattro stagioni in cui si articola la serie – vendicare il padre e ripristinare l’ordine mondiale.

 

Pirandello: la schizofrenia e l’ansia sociale

E’ ormai risaputo come Pirandello sia riuscito a lasciare un segno indelebile quando si parla di personaggi con un particolare profilo psicologico. E’ giusto però definire alcuni punti: il genio di Pirandello è sicuramente indiscutibile, ma bisogna ricordare che egli ha avuto a che fare direttamente con una persona affetta da “delirio paranoide”, la moglie, Antonietta Portulano. Pur avendo tentato di convivere con lei, si ritroverà costretto a portarla in un sanatorio, dove non solo il disturbo viene confermato, ma finirà per peggiorare. Pirandello stesso definirà quelle visite insostenibili, in quanto Antonietta era “pericolosa per sé e per gli altri”.

Uno, nessuno e centomila, è il romanzo che meglio si adatta al personaggio di Elliot. Pur potendo prendere qualcosa anche da Il Fu Mattia Pascal, la disgregazione dell’io è molto più evidente in questo. Il romanzo è stato definito come ”il romanzo testamentario” di Pirandello, dove tutta la sua idea di io e di altri, prende forma. L’autore inizia la sua stesura nel 1909. Le date di inizio e pubblicazione di un romanzo -per quanto possano sembrare poco importanti – sono invece delle spie rilevanti, soprattutto in un caso come questo, in cui vita e opera s’intrecciano. La moglie infatti, aveva avuto il suo primo crollo intorno al 1903, dunque in quegli anni Pirandello stava convivendo con questa situazione estremamente delicata e l’elaborazione di un romanzo del genere, vista anche la stesura de Il fu Mattia Pascal, non deve stupirci più di tanto. La pubblicazione arriverà invece nel 1926, quasi vent’anni dopo il suo effettivo inizio. Ma perché? Quest’ultimo romanzo porta a differenza di tutti gli altri, un’etichetta molto importante: si tratta infatti, di un romanzo ‘maturo’, tant’è che Pirandello stesso, già nel 1912, lo definisce così:

“Più amaro di tutti, profondamente umoristico, di scomposizione della vita.”

Quel che fa Pirandello, già dall’inizio è mettere in discussione la concezione e soprattutto l’immagine (più mentale, forse) che abbiamo di noi. Un passaggio comprensibile già dai primi righi:

«Che fai?» mia moglie mi domandò, vedendomi insolitamente indugiare davanti allo specchio.
«Niente» le risposi, «mi guardo qua, dentro il naso, in questa narice. Premendo, avverto un certo dolorino.»
Mia moglie sorrise e disse: «Credevo ti guardassi da che parte ti pende.»

Mi voltai come un cane a cui qualcuno avesse pestato la coda: «Mi pende? A me? Il naso?»
E mia moglie, placidamente: «Ma sì, caro. Guardatelo bene: ti pende verso destra.»

Avevo ventotto anni e sempre fin allora ritenuto il mio naso, se non proprio bello, almeno molto decente, come insieme tutte le altre parti della mia persona. Per cui m’era stato facile ammettere e sostenere quel che di solito ammettono e sostengono tutti coloro che non hanno avuto la sciagura di sortire un corpo deforme: che cioè sia da sciocchi invanire per le proprie fattezze. La scoperta improvvisa e inattesa di quel difetto perciò mi stizzì come un immeritato castigo.”

Oltre al gioco visivo e sicuramente umoristico che si nasconde dietro questa scena, dobbiamo considerare qualcosa in più: Vitangelo Moscarda alla veneranda età di ventotto anni, verrebbe da dire in questo caso, si accorge che il suo naso non è dritto. Inutile soffermarci sul perché non l’abbia capito prima. Il problema sta piuttosto nella nuova considerazione che c’è di sé, e di conseguenza nello sgretolamento dell’io precedente. La chiave di lettura del romanzo si nasconde in verità nel titolo, ed è proprio quest’ultimo che funge da filo conduttore con una serie nata più di cento anni dopo: il protagonista, convinto di essere uno, comprende di non essere nessuno. Questo accade perché scatta la concezione della realtà soggettiva e non oggettiva e dunque, mentre non è più uno e si considera nessuno, fuori, agli occhi dei molti, è centomila. Ed ecco che concetti come il dualismo e la contrapposizione tra vitaforma, prendono piede e rendono il collegamento molto più marcato. La lotta continua tra la vita, la quale è un flusso inarrestabile, e la forma, che coincide con i nostri doveri di natura sociale o anche familiare e che cerca in tutti modi di ‘cristallizzare’ la vita, può portare alcuni soggetti alla follia. E’ proprio quello che succede a Elliot: attanagliato da ‘io’ che non riesce a far coincidere senza collidere, pur facendoli vivere, si ritroverà folle e sentirà di avere il mondo contro. Vedremo il personaggio cercare di crescere pacificamente con sé stesso, di lottare, e cercare di non farsi sopraffare dal suo essere e una delle frasi più belle, riguarda proprio questa sua ‘moltitudine‘:

“Noi saremo sempre una parte di Elliot Alderson, e saremo la parte migliore. Perché noi siamo la parte che è sempre stata presente.”

Che sia una presa di consapevolezza o altro, la distanza fra l’uno (Elliot Alderson)e i centomila (”noi”), sembra non solo sincera, ma anche reale, tangibile e quasi accettabile.

Stevenson: Dr. Jekyll e il Mr. Hyde

Pubblicato nel 1886 da Robert Luois Stevenson, è un romanzo che cerca di affrontare in chiave ironica lo sdoppiamento della personalità. Protagonista del romanzo, il Dr. Jekyll, un noto e stimato medico di Londra, che grazie a degli esperimenti riesce a creare una pozione che permettere di scindere la parte buona dell’io da quella cattiva. Essendo consapevole dei danni che poteva apportare, decide di provarla su sé stesso, così da poterne constatare anche l’efficacia. Il dottore si scinde: la sua parte cattiva sarà chiamata Mr.Hyde, mentre quella buona manterrà il nome di Dr.Jekyll. A Londra si verificherà un delitto, del quale Hyde sarà riconosciuto colpevole. Jekyll viene interrogato perché in molti lo avevano visto con Hyde, ma il peso da sopportare è troppo grande: deciderà di uccidersi e sarà ritrovato privo di vita nel suo studio, ma con le sembianze di Hyde, benché portasse i suoi soliti vestiti.

Anche qui, siamo davanti a un caso di sdoppiamento, che può però essere utilizzato per approfondire un’altra parte dell’io di Elliot. Elliot non è sempre cosciente delle sue azioni, ma sa discernere cosa è giusto da cosa è sbagliato. In questo personaggio così incerto e insicuro è come se si leggesse infatti una consapevolezza di fondo: quella di essere molteplice. Nella premessa di Vieri Razzini del romanzo troviamo scritte queste parole:

“Il malvagio Hyde è dunque il risultato degli esperimenti di Jekyll su se stesso: ma la separazione degli elementi del bene da quelli del male è apparente: perché se Hyde è veramente e soltanto male allo stato puro, in Jekyll, anche quando torna ad essere se stesso dopo le metamorfosi notturne e si pente delle proprie turpitudini e si dedica alla pratica della virtù e ad alleviare le sofferenze del mondo, resta la coscienza che Hyde è pur sempre dentro di lui, fa pur parte di lui ineliminabilmente.”

La coscienza di essere ‘più’ in questo caso non è solo è presente, ma viene anche marcata dal fatto che si tratta di uno sdoppiamento reale vero e proprio: il dottore infatti cambia aspetto, totalmente, come se il male presente dentro ad ognuno di noi possa avere un volto:

“Hyde era pallido e simile a un nano, dava un’impressione di deformità senza nessuna visibile malformazione […]”

Ciò che lega Elliot a tutto questo è sicuramente la creazione del suo alter-ego. La mente frammentata del protagonista necessita di una figura forte su cui scaricare tutte le sue malvagie – seppure a volte giustificate- intenzioni. Finisce per creare una proiezione, un’esatta copia del padre (molto assente durante la sua infanzia) alla quale fa dettare tutti i suoi più ‘insani’ progetti, che chiamerà Mr.Robot. La cosa più importante e sconvolgente è però il fatto che Elliot non ricorda nulla di quello che fa quando veste i panni di Mr.Robot. Scindendo adesso queste due lodevoli forme di fantasia possiamo notare come anche Elliot vesta i panni di qualcun’altro, senza però apparire tale così agli occhi di chi lo vede, perché appunto, è il frutto della sua condizione.

In conclusione, tenendo conto anche del pensiero pirandelliano e dell’analisi umana fatta da Stevenson, si vuole concludere con una frase tratta dalla serie, che richiama in tutto e per tutto i tre personaggi:

“Come faccio a togliermi una maschera, quando smette di essere una maschera?”

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