Non voltiamoci dall’altra parte fingendo di non vedere quando viene commessa un’ingiustizia. La denuncia è uno strumento prezioso, dalla letteratura alle piazze.

La guerra contro le ingiustizie è un conflitto che si protrae fin dalla notte dei tempi, che nel corso della storia ha visto coinvolte miliardi di persone che hanno creduto di poter ‘fare la differenza’. Dickens e Zola si servirono della letteratura, oggi l’America scende per le strade e chiede giustizia per l’omicidio di George Floyd.
IL ROMANZO SOCIALE
Il genere del ‘romanzo sociale’ nacque nella prima metà dell’Ottocento e il suo obbiettivo era quello di dipingere un quadro realistico della società del tempo. Il periodo è emblematico, poiché si trova a cavallo tra la Prima e la Seconda Rivoluzione industriale, fenomeno che trasformò radicalmente le condizioni di vita delle persone, da un punto di vista sia sociale che economico. Infatti, è questo il momento in cui iniziò il processo d’industrializzazione della società, vedendo la nascita delle prime grandi città in cui molti abitanti delle campagne cominciarono a trasferirsi, nella speranza di migliorare le proprie condizioni di vita. I problemi legati a questo cambiamento non si fecero attendere, e uno dei primi a portarli alla luce fu Charles Dickens, lo scrittore inglese le cui opere più famose che ricordiamo sono ‘A Christmas Carol’ e ‘Oliver Twist’. In quest’ultimo romanzo, Dickens mette in evidenza le condizioni di povertà delle ‘workhouses’, le cosiddette ‘case di lavoro’, in cui in cambio di prestazioni lavorative veniva dato un pasto e un tetto ai più poveri. Le condizioni di sfruttamento di lavoro minorile erano molto diffuse, e Dickens fece la sua denuncia sociale nelle sue opere. Un altro autore fu Émile Zola, scrittore e giornalista francese che nel 1898 pubblicò sull’Aurore (un giornale socialista dell’epoca) una lettera aperta al presidente della Repubblica Félix Faure, accusandolo per l’ingiusta incriminazione di Alfred Dreyfus. Quest’ultimo era un capitano francese di origine ebraica accusato di alto tradimento, in quanto avrebbe passato informazioni riservate ai tedeschi, allora nemici giurati dei francesi. Dopo un giudizio sommario e sbrigativo fu condannato all’esilio a vita, e Zola intervenne appunto per denunciare quello che era stato un atto di antisemitismo piuttosto che una giusta condanna. Come si evince, quindi, i crimini d’odio e le ingiustizie all’interno della storia sono sempre state presenti, ma cosa sarebbe successo se nessuno li avesse denunciati e portati all’attenzione pubblica? Non avremmo potuto combatterli. Da qui facciamo un grosso salto in avanti nel tempo e arriviamo fino ai giorni nostri, quando il 25 maggio 2020, George Floyd, un cittadino afroamericano è stato ucciso nella città di Minneapolis (Minnesota), da quattro agenti di polizia. Le denunce sociali non si sono fatte attendere e, nel mondo contemporaneo la letteratura ha lasciato spazio ai social network, dove il video registrato da una ragazza che ha assistito al fatto ha girato il mondo, indignando e facendo rabbrividire gli utenti.
IL CASO GEORGE FLOYD
Come è drammaticamente noto ormai negli ultimi giorni, un cittadino afroamericano di 46 anni è stato ucciso a Minneapolis il 25 maggio dall’agente Derek Chauvin mentre era in servizio insieme ad altri tre colleghi, in seguito ad un arresto, in cui quest’ultimo tenendo premuto il ginocchio sul collo della vittima per una durata complessiva di 8 minuti e 53 secondi ha ‘contribuito’ alla morte del sospettato. Si, avete letto bene: contribuito e non causato. È questo quello che è emerso in seguito all’autopsia, dove il coroner della contea di Heppepin dichiara nel referto che “gli effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, le sue preesistenti condizioni di salute (ipertensione arteriosa e problemi coronarici) e potenziali sostanze tossiche hanno contribuito alla sua morte” (tratto dall’articolo de ‘Il Fatto Quotidiano’ https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/05/30/george-floyd-lautopsia-non-e-morto-per-asfissia-ne-strangolamento-poteste-infiammano-gli-usa-uccisi-19enne-e-un-agente-centinaia-di-arresti-casa-bianca-sotto-assedio-pentagono-prepara-i-m/5818705/ ). La famiglia della vittima non ha in alcun modo accettato l’esito del referto, e il legale Ben Crump ha chiesto un’autopsia indipendente, alla luce del video diventato virale in rete in cui appare incontestabile negare che la causa della morte sia stata proprio l’asfissia. Di seguito trovate il link del video completo postato appunto su Instagram da Madonna, in cui è evidente l’accanimento del poliziotto sulla vittima, in quanto non sussiste alcun motivo per servirsi di una forza così brusca e violenta.https://www.instagram.com/tv/CAqck3NByaT/?utm_source=ig_web_button_share_sheet
SE TI MANTIENI NEUTRALE IN SITUAZIONI DI INGIUSTIZIA, HAI SCELTO DI STARE DALLA PARTE DELL’OPPRESSORE.
La frase nel titolo è di Desmond Tutu, arcivescovo anglicano e attivista sudafricano che negli anni ’80 fu un celebre oppositore dell’apartheid. Il tema è quello dell’omertà, in cui il silenzio causato da vigliaccheria e paura diventa un’arma che supporta chi è autore di violenze e soprusi, poiché facendo finta di non vedere, acquisiamo automaticamente una sorta di ‘concorso di colpa’ negli atti compiuti, giacché se non siamo stati noi in prima persona a commetterli, non siamo neppure intervenuti al fine di evitarli. E questo è quello che è accaduto a Minneapolis nel caso George Floyd, in cui gli altri tre agenti coinvolti nell’arresto (J. Alexander Kueng, Thomas Lane, Tou Thao) non hanno mosso un solo dito per tentare di salvare l’uomo a terra che, ormai agonizzante, continuava a ripetere le strazianti parole “I can’t breathe”, invocando aiuto. Trovo che l’indifferenza mostrata dai poliziotti nel non intervenire e nel lasciare che il collega continuasse, anche dopo la perdita dei sensi di Floyd, a comprimergli le vie respiratorie per almeno altri 4 minuti sia tanto grave quanto l’atto fisico stesso e che, di conseguenza, debba essere perseguito nello stesso modo. Non è sufficiente un semplice licenziamento, vogliamo sapere quali saranno i provvedimenti adottati anche, anzi soprattutto nei loro confronti. Il messaggio che deve arrivare è molto importante, e bisogna comunicare a gran voce, una volta per tutte, che voltarsi dall’altra parte senza fare niente è anche questo un reato gravissimo. Perché è proprio qui il pane di cui si nutrono le discriminazioni, che più che delle loro vittime, vivono grazie al silenzio di chi non fa niente e non si schiera, permettendo alla paura di non denunciare e non combattere tali ingiustizie. Se non provvediamo adeguatamente a punire questa forma di omertà, sarà inutile perseguire chi fisicamente provvede a compiere violenze e discriminazioni, perché il vero mostro da sconfiggere non sono questi soggetti, bensì la fitta ma allo stesso tempo invisibile coltre di terrore che si insinua tra le persone in seguito, creando un atmosfera così densa e pesante di paura che se non dissuasa subito, conduce ad un’accettazione passiva di ogni forma d’odio e di violenza, in quanto si teme per la propria incolumità. Ma non è questo quello che è successo tra i civili americani fortunatamente, che al momento stanno mettendo a ferro e fuoco il paese nella protesta contro l’abuso di potere da parte della polizia sulle persone afroamericane, difendendo a gran voce gli ideali di giustizia e uguaglianza che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti ad OGNI cittadino e, più in generale, ad ogni essere umano, indipendentemente dal sesso, dalla razza, dai suoi credo politici, religiosi, e dal suo orientamento sessuale.
IL MOVIMENTO #BLACKLIVESMATTER E LA REAZIONE DI TRUMP.
Il movimento Black Lives Matter (le vite delle persone di colore contano) nacque nel 2013, in seguito al caso di George Zimmerman, un 26enne che, dopo aver sparato a morte ad un ragazzo afroamericano di 17 anni, Trayvon martin, venne assolto da tutte le accuse avvalendosi dell’espediente della legittima difesa. Tuttavia, il movimento acquistò particolare rilevanza a livello nazionale solo nel 2014, in seguito alle uccisioni di Michael Brown e Eric Garner, entrambi afroamericani, da parte della polizia, che condusse a numerose rivolte per le strade americane, con l’intento di protestare contro queste ingiustizie razziali che affliggono frequentemente gli States. In questi giorni, in seguito all’uccisione del 46enne Floyd, è tornato sotto le luci della ribalta, lanciando sui social l’hashtag #blacklivesmatter, diventato virale in pochissime ore. Gli Americani non hanno esitato a scendere in piazza per protestare e rendere pubblico il loro sdegno e il loro dissenso nei confronti di questi crimini d’odio a sfondo razziale, iniziando da Minneapolis e allargandosi progressivamente per tutte le principali città Americane, da Atlanta a Los Angeles, fino a raggiungere e presidiare fuori dalle mura della Casa Bianca, a Washington, dove ai rimostranti è stato impedito ovviamente l’accesso. Il presidente Donald Trump ha colto al volo l’opportunità di dimostrarsi per quello che è, un uomo che solo facendo ricorso alle armi e alla violenza riesce a risolvere i problemi, minacciando su Twitter il ricorso alla Guardia Nazionale e contribuendo a diffondere sentimenti d’odio e paura tra la popolazione. Forse questa mossa gli tonerà utile nel mostrare, ancora una volta, la sua scellerata politica alla ‘law and order’, riconsolidando quella fetta di elettorato che negli ultimi tempi stava vacillando. Staremo a vedere. Per quanto riguarda, invece, le proteste attualmente in corso, le frange violente che si sono insediate all’interno del movimento rischiano di mettere in pericolo e di far perdere credibilità ad un movimento che ha degli ideali di giustizia e uguaglianza incontestabili, incorrendo nella possibilità che la battaglia contro l’abuso di potere da parte delle forze armate sui cittadini afroamericani venga ridotta a una semplice guerriglia e scontri con la polizia. E questo non deve accadere. È un grido di giustizia che vuole tutelare e proteggere il diritto fondamentale di ogni essere umano alla vita e al trattamento egualitario di fronte alla legge, qualcosa di decisamente più importante.