Il New York Times ha pubblicato un’inchiesta sul Made in Italy.
La giornalista Elizabeth Paton ha intervistato due donne pugliesi che producono abiti a mano per MaxMara. Nessuna delle due ha un contratto in regola e tantomeno un’assicurazione. La loro paga è di un euro l’ora, dunque in media ne guadagnano otto al giorno, contando di cucire due cappotti. Capi che MaxMara rivende poi solitamente a cifre uguali o sopra ai mille euro.
Nonostante questa denuncia abbia fatto scalpore, non la si può che definire l’ultima di una lunga serie.
Già nel 2007 Report aveva puntato luce sulle pelletterie di Prada a Napoli: composte esclusivamente da lavoratori in nero e, ovviamente, sottopagati. Ma anche sul fenomeno dei subfornitori locati a Prato, ma cinesi, di Fendi e Gucci.
Mentre solo in questi ultimi anni sono state lanciate due campagne, quella di #AbitiPuliti e #GoTransparent. L’obiettivo comune è quello di spingere marchi di lusso come Armani a mostrare le informazioni sulle fabbriche che producono i loro abiti e a migliorare le condizioni dei lavoratori dell’industria tessile. Un ambito in cui le violazioni dei diritti umani sono all’ordine del giorno. Non solo in Cambogia o in Bangladesh, ma anche in modo crescente in Italia. Ciò è dovuto al fenomeno del back-reshoring: ovvero il rientro delle produzioni prevalentemente di fascia medio-alta verso il paese di origine, ergo l’Italia. Per evitare un aumento dei costi, questi marchi pretendono di sfruttare i lavoratori qui tanto quanto lo facevano all’estero. Senza contare che il costo della vita in Bangladesh è radicalmente più basso di quello italiano.
Il Made In Italy è un grande motivo di vanto per lo stato italiano e per l’attuale governo in particolare e non per nulla: è il traino della ripresa economica e simbolo dell’eccellenza italiana nel mondo. Ciò non significa che si possa nascondere la grave mancanza di tutele nei confronti dei lavoratori. Dopotutto, consentire un salario minimo non è sinonimo di prezzi più alti, ma semmai di profitti meno ingenti. Marchi come Prada pagano prodotti finiti come le borse sui 30 euro, per rivenderli poi a 448, circa. Ciò che influisce sul costo non è tanto la qualità, come si vuol far pensare, quanto lo status symbol della griffa in sé.
D’altronde, finché lo stato non insiste perché le norme siano applicate ed il cliente è disposto a pagare, il produttore può aumentare il prezzo. Se non sono i consumatori a mostrare una volontà di cambiamento, è difficile prospettarlo.
L’industria dell’alta Moda sfrutta i malfunzionamenti dell’economia italiana, ma anche quelli della famiglia italiana. Infatti, da un lato l’intenzione di queste grandi aziende di sfruttamento va a nozze con la disillusione generale che permea il mondo del lavoro. E proprio per questo, molti fornitori sono scelti al sud, dove il tasso di disoccupazione è più alto. Dall’altro, queste aziende hanno un target prevalentemente femminile, in quanto è più sostenibile per le sarte avere un contratto (o meglio non-contratto) flessibile, che permette loro di lavorare da casa, così da prendersi cura dei propri bambini ed il poter decidere quante ore.
Se cambiare la politica interna di queste superpotenze economiche sembra impossibile, lo è ancora di più se il lavoratore stesso è il primo a non curarsi dei diritti. Come conclude la testimone chiave “Alla fine l’Italia è quello che è“.