John Steinbeck trasforma gli emarginati di Monterey negli eroi moderni di un nuovo ciclo arturiano

In Pian della Tortilla, Steinbeck reinventa la struttura del mito cavalleresco, proiettando le virtù dei cavalieri di Re Artù sulle vite precarie dei paisanos californiani. L’opera esplora la solidarietà, l’onore e la decadenza di una comunità marginale, nobilitata attraverso un’inedita e vibrante trasposizione dei modelli letterari medievali classici.

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Pubblicato nel 1935, il romanzo segna il primo autentico successo di John Steinbeck, definendo una poetica capace di intrecciare il realismo sociale con la dimensione mitica. L’autore non nasconde il debito verso Le Morte d’Arthur di Sir Thomas Malory: egli rivendica la volontà di rintracciare i valori della Tavola Rotonda tra i reietti di Monterey, un gruppo di individui etichettati dalla società come pigri o immorali. La narrazione si sviluppa come una cronaca epica dove la ricerca costante di vino sostituisce quella mistica del Santo Graal. La casa di Danny diviene il fulcro simbolico di un ordine cavalleresco rurale. Comprendere questo legame significa riconoscere la dignità universale che Steinbeck attribuisce alla condizione umana più umile, elevando il quotidiano a materia leggendaria.

La genesi di una fratellanza fra le colline di Monterey

L’eredità inaspettata di due case trasforma Danny da vagabondo a proprietario terriero, o meglio, in un sovrano il cui regno è confinato ai confini della città. La dimora si configura immediatamente come una sorta di Camelot californiana, un luogo franco dove le convenzioni sociali della media borghesia statunitense non hanno diritto di cittadinanza. Attorno a Danny si aggregano Pilon, Pablo, il Vecchio Joe e Gesù Maria: figure che, nonostante la loro apparente miseria, vivono secondo una gerarchia di valori granitica e condivisa. Il processo di formazione di questo gruppo ricalca fedelmente la costituzione dei cavalieri arturiani. Se nel ciclo classico l’autorità di Artù si irradia da Camelot attraverso i suoi compagni d’armi, in Tortilla Flat è la casa di Danny a permettere ai paisanos di uscire dallo stato di isolamento per diventare parte di una cerchia solidale. L’appartenenza a questo gruppo non è dettata dal censo, bensì da una comunione d’intenti che privilegia la lealtà assoluta e la condivisione delle scarse risorse.

Steinbeck descrive la nascita di questo surrogato della Tavola Rotonda con una solennità che stride volutamente con la povertà dei mezzi a disposizione. Ogni bottiglia di vino conquistata con l’ingegno assume il valore di una preda bellica, e ogni gesto di aiuto reciproco riflette una forma di pietà medievale trasportata nel XX secolo. La struttura stessa dei capitoli, spesso introdotti da brevi riassunti che richiamano lo stile delle antiche cronache, suggerisce una continuità letteraria profonda, invitando il lettore a scorgere la nobiltà dello spirito oltre il degrado materiale.
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L’etica del gesto e la ricerca del sacro quotidiano

L’originalità di Steinbeck risiede nel mantenere intatta la tensione morale del ciclo arturiano pur calandola in un contesto di privazione e illegalità. I suoi personaggi non sono affatto santi, eppure seguono un codice di condotta che li distingue nettamente dai cittadini “rispettabili”. La generosità dei paisanos è spesso paradossale: sono capaci di rubare per donare a chi ha meno di loro, seguendo una logica che privilegia il bisogno umano immediato rispetto al diritto di proprietà.

In questo microcosmo, le virtù cavalleresche classiche come la largesse (la generosità) e la courtoisie (la cortesia) si manifestano rispettivamente nella condivisione del cibo tra i compagni e nel rispetto quasi religioso per le donne o per i defunti. Un esempio emblematico è rappresentato dal personaggio del Pirata, un emarginato che vive con i suoi cani e risparmia ogni centesimo per acquistare un candelabro d’oro in onore di San Francesco. Il gruppo di Danny, inizialmente intenzionato a sottrargli il denaro, finisce per trasformarsi nel custode del suo voto. La missione di proteggere il tesoro del Pirata diventa la loro personale cerca del Graal, un impegno collettivo che nobilita le loro vite e conferisce loro una chiara direzione morale. Steinbeck dimostra così che l’ideale arturiano non è una prerogativa delle classi nobiliari, ma una potenzialità insita in ogni aggregazione umana fondata sul sacrificio del sé in favore dell’altro. La lingua utilizzata riflette questa elevazione, alternando un registro colloquiale a costruzioni sintattiche di ampio respiro che evocano un’atmosfera atemporale.

Il crepuscolo della casa e il dissolvimento della tavola rotonda

Come ogni ciclo epico, anche quello di Tortilla Flat porta in sé i semi della propria distruzione. La stabilità della comunità inizia a vacillare quando il peso della responsabilità e la noia della stasi corrodono l’animo del protagonista. Danny, come un Re Artù stanco della corona e della corte, sente il richiamo della libertà selvaggia e della solitudine, finendo per ribellarsi alla stabilità stessa della casa che era stata il centro del suo mondo.

La sua scomparsa non è un semplice evento accidentale, ma il compimento di un destino mitico: egli cade in una sorta di battaglia onirica contro forze invisibili, lasciando i suoi compagni orfani di una guida e di un simbolo. La fine della fratellanza è descritta con una malinconia che richiama il tramonto di Camelot e la dispersione dei cavalieri dopo la morte del loro sovrano. Incapace di sopravvivere senza il proprio centro gravitazionale, la casa di Danny viene distrutta da un incendio purificatore che sancisce la conclusione di un’era. Questo rogo finale agisce come l’atto di restituire la spada Excalibur alla Dama del Lago: un elemento di risoluzione che impedisce la profanazione del mito da parte della realtà ordinaria. Gli amici rimasti si disperdono tra le ombre delle colline, consapevoli che l’incanto si è spezzato per sempre. Steinbeck chiude la narrazione con una riflessione amara ma necessaria sulla natura effimera della perfezione sociale: la fratellanza poteva esistere solo finché rimaneva isolata dalle logiche del profitto. Attraverso questo epilogo, l’autore suggella il legame con la tradizione classica, confermando che la grandezza di un’impresa si misura dalla qualità dei legami umani che ha saputo tessere prima che il tempo ne reclamasse la fine.

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