Perché Salina si comporta come il Padrino? Scopriamo il rapporto tra sceneggiatura e regia

Com’è il nuovo Principe di Salina? Vediamo la sceneggiatura, la “scrittura” del cinema.

Bellissimo il nuovo Gattopardo, ma perché il principe di Salina si comporta come se fosse Walter White misto al Padrino? Proviamo a capirlo e scopriamo cosa comporta, analizzando il rapporto tra linguaggio del cinema e linguaggio del romanzo.

LA NUOVA SERIE

La piccola serie sul Gattopardo di Tomasi di Lampedusa è un lavoro perfettamente riuscito. È “ambiziosa”, l’aspetto è “sontuoso” e il cast “nutrito”, e tutte le altre qualità che si cercavano. È anche la formula perfetta per l’eredità di un colossal, quello realizzato da Luchino Visconti nel 1963. Già dal primo episodio vediamo una volontà di realizzare la “pluralità di voci” del romanzo che negli adattamenti cinematografici passa spesso in secondo piano. Probabilmente aiuta la modalità seriale: c’è più tempo fisico per far parlare tutti, Concetta può struggersi per Tancredi, non senza esagerazioni, e Tancredi può discutere le sue sicurezze di giovinetto. Conseguenza di questa scelta è che il Principe non è più l’io che guida il libro, il mondo va avanti senza il suo filtro della realtà. A malapena sappiamo che guarda le stelle di sera, cancellate tutte le sue riflessioni ispirate dagli astri. Anche il finale viene stravolto per ridare credito a chi, (non leggere la prossima frase se non vuoi uno spoiler), dopo la morte del Principe aveva perso importanza. Tutto fantastico, ma Salina è un po’ strano. Le sue battute talvolta sono frasi fatte, il suo atteggiamento non si capisce. Sembra guidato da una specie di forza che ricorda Walter White e, anche nelle pose, il Padrino di Coppola. Si può spiegare il perché di tutto ciò?

The Leopard: Is the Netflix Show Based on a True Story?

IL PRINCIPE DI ALBUQUERQUE

Parliamo di sceneggiatura. La sceneggiatura è la “scrittura delle scene”, quindi in un modo o nell’altro è un testo scritto prima di diventare la voce e le azioni di un attore. Si avvicina al testo per teatro ma ha uno sviluppo tutto suo. Dopo aver letto un romanzo tanto statico, lo sceneggiatore deve trarre delle immagini, preferibilmente suggestive, dai più disparati pensieri di Salina. Nel faro ciò non è da solo ma collabora con il regista. Il Principe che ne esce fuori è molto più vivido, più fisso di quello che un romanzo può restituire. Le sue battute sono ferme, leggermente sarcastiche ma non di quel sarcasmo di grande intelletto come uno Sherlock nella versione BBC. Alle domande risponde con certezze, agli ordini con un imperativo più forte. Già all’inizio del film il suo personaggio è inquadrato da una primissima battuta: “Si, ma ora devo passare”. Ci regala sempre le sue considerazioni sul genere femminile, sulla necessità di un’amante quando la moglie invecchia. Erano poi necessarie frasi “ad effetto”, con diversi gradi di ripresa dal romanzo.  Alcune sembrano già sentite da qualche parte e ci viene da chiederci se davvero un contadino siciliano del XIX secolo abbia mai detto “non si fermerà finché non ottiene quello che vuole” o “lui vuole essere lei”. Alcune suoneranno quasi come luoghi comuni, come il riferimento ad una Sicilia “stanca” e “colonizzata per secoli”, o come “la nostra vanità è più forte di qualsiasi esercito”. Il modo di fare di questo principe di Netflix si mette in dialogo con quello di altri uomini “centrici”. Sono loro gli unici che riflettono sui meccanismi della storia, solo attraverso loro si compiono i ragionamenti più salienti. Sono detentori quasi esclusivi dell’ironia, che ben si sposa ad un uomo di cui si vuole che l’intelligenza sia assolutamente notata.

RISPETTO AL LIBRO

Non bisogna pensare che questa sfumatura renda il principe uno stereotipo per facilità di rappresentazione. Come nel romanzo, il suo carattere cambia mentre la sua sicurezza vacilla. Negli ultimi episodi vediamo un principe vecchio e stanco. Cosa più agghiacciante è che quasi non è padrone delle sue parole: alcune battute sono stralci di idee profonde mai realizzate, proteste nulle alle parole di altri. Il suo mondo si distrugge, fino alla famosa scena della danza macabra, che acquista ancora più vigore. Il contesto non è ignorato. Si respira l’aria di incertezza che lascerà spazio alla corruzione e a quel brigantaggio che Don Calogero finge di voler estirpare, quando lui stesso è a capo di una banda, come intuivamo e poi sapremo con certezza.

DOVE SONO I PENSIERI DEL PRINCIPE?

Nella serie i pensieri di Salina trovano altre vie per esprimersi. è Concetta, e non la sua coscienza interrogata, a dirgli che non può avere il controllo su tutti. Il “Va pensiero” è un esempio perfetto della scena che cerca in tutti i modi di dire tanto quanto potrebbe dire la pagina. La prima volta parte quando si vota per l’annessione. Il clamore generale e soffuso è in armonia con questo. A stonare è la voce di un “primo dissidente”, che si chiede come mai tutti sono risultati favorevoli se lui ha votato “no”. La seconda volta è finalmente una musica “intradiegetica”, cioè che fa parte di quello che sta succedendo. Siamo a teatro, l’atmosfera è solenne ma il coro è composto di uomini vestiti di stracci. Sono gli Ebrei prigionieri in Babilonia, in contrasto con gli eleganti membri dell’alta società. Di lì a poco si romperanno i rapporti con l’ambasciatore francese e verrà rivelata la meschinità di Angelica. La scelta musicale ci mostra le contraddizioni che non si poteva semplicemente far dire a Salina, altrimenti il film sarebbe uno scorrimento narrato. Il nuovo Stato è dannato dalla nascita. E questa storia ci riguarda.

I PARENTI SERPENTI DEL GATTOPARDO

Deva Cassel, come hanno riportato i giornali, ha spiazzato tutti per aver dichiarato di non essersi ispirata a Claudia Cardinale, l’indimenticabile Angelica del film di Visconti. È grave? In realtà no, è molto comune che gli adattamenti di oggi saltino, per così dire, una “generazione”, guardando al nonno e ignorando gli insegnamenti del padre. La nuova serie, e non solo Deva Cassel, vuole essere indipendente dal successo di Visconti. Anche il Nosferatu di Eggers fa riferimento alla versione del ’22 più che a quella del ‘72. Ognuno sente di voler lasciare il proprio segno, di dare la propria versione, senza il peso del parente più diretto. Parenti- serpenti: meglio quando sono lontani. In tal caso la nuova serie cerca di afferrare l’essenza del grande romanzo, la sua totalità e molteplicità di vite e sofferenze ma anche della storia che era ed è. In questo senso Don Calogero è un politicante corrotto, in questo senso il principe di Salina sta su un confine discutibile tra mafioso e regale. E per un caso fortuito la questione è quella a cui il libro ci voleva portare: innovarsi o lasciare tutto com’è?

Lascia un commento