Di cosa hanno parlato le cantautrici quest’anno? Analizziamo i testi del 2024

Di cosa hanno parlato le cantautrici di maggior successo di quest’anno? Ma soprattutto, hanno passato il Bechdel test? Vediamolo insieme.

Il 2024 è stato un anno ricco per le cantautrici. Scrittura intima, sensibile, sfogo post-relazione e analisi dei propri sentimenti, tutto affrontato con un’ottica nuova, rinfrescante. Ecco alcuni esempi delle poetesse di questo anno uscente.

ROSÉ

Quando si tratta di qualcosa scritto da una donna, niente è davvero scontato. Ci  sarà sempre un modo di accusarla. È proprio il caso di Rosé. Molti conoscono la cantante delle Blackpink per il successo con Bruno Mars, chiamato “APT” dal nome di un gioco alcolico. Sembrerebbe banale che Rosé parli di divertirsi in un momento di ebrezza, eppure non lo è, perché anche quello le è stato criticato con cattiveria. Ma APT è solo la superficie del più grande progetto di “Rosie”, con cui si è presentata tardivamente questo anno. Lei stessa ha dichiarato che si tratta di un album personale in cui si è raccontata a pieno. La parola chiave che la critica ha usato è “scrittura intima”. Notiamo che in questo racconto personale sente l’esigenza di rapportarsi alla figura di un ex misterioso che ogni tanto compare tra le sue preoccupazioni e le sue disperazioni. In “Toxic till the End” si parla di una manipolazione in cui la donna era davvero coinvolta (“you had me participating”). Ma chi è questo “you”? È di quando viveva ancora in Australia? È un uomo che ha conosciuto quando è emigrata in Corea? È Bruno? Forse non ha importanza, perché la chiarezza dei suoi sentimenti parla a tutti quelli che sono stati protagonisti nella sua sofferenza. Di Roseanne Park dobbiamo ricordare la vita sradicata tra Australia e Corea, la difficoltà di dire agli amici che andava in una “scuola speciale per cantanti..accademia esclusiva..”, non sa neanche lei come descriverla nelle sue interviste. Chi è familiare con l’ambiente sa della difficile vita dei “trainee” e del regime durissimo che impone lavorare con la propria immagine. Ed è qui che arrivano le insicurezze e la sensazione di inadeguatezza di una donna in carriera. Queste la portano, in Number One girl, a chiedere disperatamente di essere riempita di complimenti (“tell me that I am special, tell me I look pretty…say what I am dying to hear…tell me I am that new thing, tell me I am relevant”).

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BEYONCÉ

Nel 2024 la “Houston, Texas baby” ha deciso che era arrivato il momento di un album country. “Cowboy Carter” è una sfida a chi non la voleva in questo genere per motivi razziali. Infatti, la creazione è stata preceduta da una profonda ricerca sul contributo dei cowboy di colore nella storia degli Stati Uniti. Beyoncè ha omaggiato la loro memoria offuscata con un album elaborato che abbatte i confini del country. Nei testi, invece, non manca mai di ricordarci che fa tutto questo come donna. “Jolene”, per esempio, è una riscrittura dell’iconica canzone di Dolly Parton. Questa versione non è più un’esortazione affinché la bellissima Jolene rossa di capelli lasci perdere il suo uomo, anzi, è una vera e propria minaccia contro quella che vuole distruggere la sua famiglia (“I’m warning you… Your peace depends on how you move, Jolene”). La voce della donna-cowboy è forte della sicurezza di avere un uomo che non la lascerebbe per così poco, espressa attraverso una metafora ricorrente nell’album: il seme, che una volta piantato cresce e non può essere dissotterrato. La sicurezza è condivisa dall’uomo, che nel coro finale canta con lei: “I’ma stand by her, she gon’ stand by me”. La cowboy dell’album è matriarcale, forte grazie alla sua famiglia, che vede come una sua completa creazione (“I raised this man, I raised these kids”). Questo la riempie di orgoglio, come in “Protector”, dedicata alla figlia Rumi e pensata come una ninna nanna (esordisce con la voce di Rumi che dice “Mom, can I hear the lullaby?”). La donna è la protettrice della figlia, ma sa che un giorno lei “brillerà da sola”. Questa maternità è completamente vissuta attraverso la religione. Il testo è intessuto di metafore e motivi religiosi: il coro dei figli del reverendo, l’albero che ha piantato e ora la nutre, l’ombra protettiva della pianta.

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ARIANA GRANDE

Finalmente Ariana abbandona la “romanticizzazione” delle relazioni tossiche, che spesso e volentieri è un cliché del cantautorato femminile. “Eternal sunshine” è un album che affronta la fine di una relazione senza desiderio di guardarsi indietro, dando spazio ad una ricca autoanalisi. Si tratta di un percorso sensibile e delicato, che ci ricorda la Whitney Houston degli esordi. Ma la donna non è più innocente nelle sue relazioni. Nei testi dà vita a tutti i dubbi, le riflessioni, le paure.  L’ansia pervade i brani e influenza la scrittura. Nell’omonimo “eternal sunshine”  a tratti le fa perdere il linguaggio e pronunciare parole scollegate (“this fate, rewrite, deep breaths, tight chest”). Nonostante ciò è arrivata alla consapevolezza che non può salvare l’insalvabile e lo rende subito evidente (“I don’t care what people say/We both know I couldn’t change you”). Questo però non annulla il dolore, sigillato dalla distruttiva, sprezzante “Hope you feel alright when you’re in her”. Ma Ariana decide che l’album non deve essere tutto per un ragazzo ingrato, così lo finisce col suo ricordo più prezioso: la nonna. In “ordinary things” racconta di passeggiate, visite al museo, ristoranti, tutti posti comuni per appuntamenti romantici ma da condividere con la nonna, se solo avesse avuto più tempo. L’amore per la famiglia la aiuta a superare il dolore. Nella nota finale, la nonna prende parola. Questa descrive la sua relazione col nonno e diventa la voce della saggezza per la nipote: i litigi possono essere superati, basta risolvere, perdonare, non andare mai a dormire pieni di rabbia. Ma se queste cose non vengono naturali, allora è il momento di lasciare andare.

 

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