Bayona e Robinson Crusoe ci guidano in un viaggio verso l’autodeterminazione

I rugbisti uruguagi di Bayona e il naufrago più celebre della letteratura moderna illustrano come il libero arbitrio e l’istinto di sopravvivenza possono salvare l’uomo anche nelle situazioni più disperate.

Le storie di sopravvivenza sono fuori da ogni contingenza spazio-temporale: scrittori, registi, pittori di ogni epoca hanno ripreso questo nucleo tematico scandagliandone e dipingendone sfumature sempre nuove. Queste ultime scaturiscono dalle specificità delle diverse situazioni da cui nascono gli aneddoti più disparati, ma in fin dei conti sono insite alla medesima narrazione che, a prescindere dal contesto, non finisce mai di mostrare la propria inesauribilità e versatilità.

“La società della neve”

“La società della neve” è un film del 2023 del regista spagnolo Juan Antonio Bayona, acclamato in patria e all’estero: è stato candidato ai Golden Globe come miglior film straniero e all’ultima edizione degli Oscar nelle categorie “miglior film in lingua straniera” e “miglior trucco e acconciatura”, oltre ad aver ricevuto numerosi premi cinematografici in Spagna e in Europa.

Il film riprende la tragedia del volo 571, che nell’ottobre 1972 precipitò realmente nel bel mezzo delle Ande, al confine fra Uruguay e Cile. Il velivolo trasportava i giocatori di una squadra di rugby, insieme a parenti e amici di alcuni di loro: in seguito allo schianto, dei 45 passeggeri a bordo ne sopravvissero allo schianto solo 27. Tutti loro furono condannati al completo isolamento in uno dei luoghi più ostili e inaccessibili della terra, e hanno dovuto fare ricorso ad ogni possibile risorsa fisica e spirituale per far fronte al freddo glaciale, alle intemperie, alla fame e a pessime condizioni igieniche.

L’obiettivo di tutto il gruppo è uno solo: vivere. Possibilmente, nel rispetto della comunità, di una comunità che si presenta a tutti gli effetti come una famiglia allargata. La sopravvivenza, infatti, non si limita alla mera conservazione del corpo: per i superstiti delle Ande essa comporta implicazioni che sono sono soprattutto di natura etica e morale. Esaurite le scarsissime scorte alimentari, l’unica soluzione per non lasciarsi uccidere dalla denutrizione e dal gelo rimane cibarsi dei corpi dei passeggeri morti, che sono i loro amici, familiari, compagni. Per accettare questo atto che travalica ogni possibile scampolo di umanità, i protagonisti devono arrivare a un compromesso con se stessi, con i propri principi, che fanno appello ad una religiosità profonda e per molti versi salvifica, ma anche con la piccola società di cui fanno parte: devono insomma giungere a una ridefinizione del patto sociale, che non può più essere quello che noi tutti adoperiamo nei nostri abituali scambi sociali, ma quello di un gruppo che rifiuta un destino di morte certa.

La volontà è la bussola verso la salvezza

La vita diventa dunque una scelta, la scelta di un gruppo di individui in cui ciascuno è consapevole di poter essere la salvezza dell’altro anche a proprie spese, nel senso più estremo che si possa immaginare. C’è chi si persuade subito della bontà ultima di simili scelte, ma anche chi, come il narratore, rigetta questa possibilità fino all’ultimo, preferendo la morte al cannibalismo.

I soccorsi arrivano dopo quasi tre mesi di completa segregazione dal mondo civile, quando due componenti del gruppo, Roberto Canessa e Fernando Parrado, decidono di attraversare chilometri e chilometri di catene montuose per arrivare in Cile, dove riescono a richiamare l’attenzione delle autorità competenti.

Il minimo comune denominatore fra le due scelte che significano la salvezza per coloro che nel frattempo sono riusciti a restare vivi – nutrirsi della carne dei propri compagni e iniziare una disperata marcia verso il Cile – è la volontà. Come direbbe Schopenhauer, la volontà è una forza cieca e inconscia, libera e onnipotente, fuori dallo spazio e dal tempo e propria a tutti gli uomini; ha la facoltà di muovere il lato più irrazionale dell’essere umano, esattamente come lo spirito religioso. È proprio la religiosità a fare le spese dell’ingresso della volontà come forza motrice delle azioni e dei pensieri dei personaggi: infatti, se fino ad un certo momento i sopravvissuti hanno fatto appello per la loro salvezza a forze superiori, come Dio o gli agognati soccorsi, a un certo punto subentra in loro la consapevolezza che l’emancipazione da scenari più nefasti non può che arrivare da loro stessi, e che per ottenerla non bastano più piccoli gesti volti unicamente a protrarre un’agonia che lascia scampo a sempre meno fra loro.

Robinson Crusoe e il mito dell’autorealizzazione

La vicenda raccontata da Bayona richiama inevitabilmente alla memoria quella del naufrago per eccellenza: Robinson Crusoe. Sul personaggio creato da Daniel Defoe sono stati scritti fiumi di inchiostro da critici letterari e autori contemporanei, che ne hanno fatto il soggetto di riscritture e riattualizzazioni, a seconda di ciò che Robinson Crusoe simboleggia alla luce della sensibilità moderna e di quanto emerge dai nuovi campi della ricerca letteraria, come gli studi postcoloniali.

Un esempio è il Foe di John Coetzee, scrittore sudafricano e Nobel per la Letteratura nel 2003, che ha riscritto il romanzo di Defoe esattamente in questa chiave di lettura: l’attenzione dell’autore si sposta sullo schiavo Venerdì, personaggio muto, senza storia e senza avvenire, ontologicamente plasmato dall’occidentale Cruso. La riscrittura di Coetzee problematizza la condizione di un subalterno, che segue gli ordini senza mettere in conto una possibilità di ribellione contro un padrone che da parte sua palesa disinteresse e disprezzo. Essa si inserisce in un clima culturale sempre più sensibile alla “questione coloniale”, ovvero all’urgenza di dar voce a coloro che, vittime dell’oscurantismo cui sono stati sottoposti in quanto personaggi “minori” nella storia dell’umanità secondo la narrazione storiografica dominante fino agli anni ’80 del secolo scorso, sono stati privati della possibilità di raccontare la loro versione dei fatti.

Ad ogni modo, il Robinson Crusoe di Defoe conserva sicuramente un insegnamento prezioso che lo ha reso un classico della letteratura moderna: la rappresentazione del self-made man, le cui principali caratteristiche sono la pragmaticità e la concretezza, che costituiscono le fondamenta del pensiero razionalistico, con tutto ciò che ne è conseguito nella storia della filosofia – l’idealismo, il positivismo, il mito del progresso, ovvero l’apogeo dell’umanesimo e l’esaltazione delle facoltà umane. È grazie a queste qualità che Crusoe riesce a sopravvivere in un’isola deserta, ai margini del mondo allora conosciuto e lontano dagli agi della società anglosassone, fino a portarla sotto il proprio controllo e a sfruttarne pienamente le risorse.

 

 

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