Diabete e psicologia: vediamo perchè essere diabetici non vuol dire soltanto rinunciare al dessert

Il 14 novembre ricorre la giornata mondiale del diabete. Vediamo insieme gli aspetti psicologici di questa malattia, spesso ignorati.

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Tutti noi conosciamo una persona diabetica, sappiamo anche che esistono 2 tipi di diabete, i più informati magari sapranno spiegare anche di cosa si tratti, ma spesso l’aspetto psicologico di un soggetto diabetico viene prese sottogamba, concentrandosi soltanto sulla malattia in sé.

Quando ci si dimentica la testa

Si stima che 422 milioni di persone abbiano il diabete ed ogni anno 1,5 milioni di morti siano direttamente collegate a questa malattia. Secondo dati ISTAT risalenti all’anno 2020, il 5,9 % della popolazione italiana è diabetico (oltre 3,5 milioni di persone) e l’incidenza maggiore si trova negli over 75 (21%).

Capiamo quindi come sia necessaria una maggiore attenzione è una sensibilizzazione del problema. Ma siamo sicuri di stare facendo abbastanza?

Un paziente affetto da diabete ha il suo gran bel da fare ogni giorno: misurare i livelli di zucchero nel sangue, fare iniezioni di insulina e/o prendere medicinali specifici, mantenere un buon livello di attività fisica ed una buona qualità e quantità di sonno…

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Quando parliamo di diabete non parliamo di una o due pastigliette al giorno durante i pasti, ma ci riferiamo ad una malattia che entra prepotentemente nella vita di chi ne soffre.

Un po’ di dati: il 30% dei bambini e degli adolescenti con diabete di tipo 1 presenta sintomi depressivi, negli USA il 10,6% dei soggetti diabetici presenta depressione clinica, mentre il 17% sintomi depressivi moderati o gravi. A questo sia aggiungono anche disturbi d’ansia, in quanto la vita è piena di incertezze, costanti controlli e difficoltà. Sempre negli Stati Uniti, il 18% dei diabetici ha almeno un tipo di disturbo d’ansia, mentre il 2,8% molteplici. Il disturbo d’ansia generalizzato è il più comune (8,1%), seguito dal disturbo da attacchi di panico (5,1%).

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Una personalità che fa la differenza

E’ necessario però sottolineare come diversi tipi di carattere rispondano diversamente alle difficoltà che incontrano. Tenendo conto del modello Big-5, che si basa su 5 tratti della personalità, ossia estroversione (extraversion), gradevolezza (agreeableness), coscienziosità (conscientiousness), nevroticismo (neuroticism), apertura all’esperienza (openness to experience), è stato dimostrato come la coscienziosità sia fortemente associata ad un miglior controllo della malattia, in quanto i soggetti con questo tratto in evidenza sono tendenzialmente più organizzati e meno impulsivi, e riescono quindi a monitorare meglio il tutto ed adottare comportamenti funzionali al controllo del diabete (attività fisica, alimentazione bilanciata…).

Al contrario, persone con un alto livello di nevroticismo, così come le personalità di tipo “D” (dove D sta per distress, ossia lo stress negativo) tendono ad essere emotivamente instabili, preoccuparsi spesso, e questo rende difficile attenersi a tutte quelle pratiche volte a salvaguardare la salute, rendendo più facile l’insorgere di comorbilità psichiatriche (ossia malattie psichiatriche insieme al diabete).

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Un cervello che rallenta

Oltre a questi però, si aggiungono altri problemi di natura cognitiva.

Le funzioni cognitive di una persona diabetica possono presentare dei peggioramenti che però non si riflettono significativamente sulla vita quotidiana e non sono abbastanza patologici da poter attestare un disturbo neurofisiologico; in questo caso si parla di “peggioramenti cognitivi associati al diabete” (diabetes-associated cognitive decrements, DACD).

In altri casi la situazione può essere più grave e si parlerà di deterioramento cognitivo lieve (mild cognitive impairment, MCI); condizione capace di condizionare la vita del soggetto e che può presentarsi come uno stato di transizione tra i DACD e forme gravi di deterioramento cognitivo, come ad esempio la demenza.

Nello specifico tutto ciò avviene perché si crede che in segnale insulinico porti ad un potenziamento al lungo termine dell’ippocampo, ricco di recettori dell’insulina e coinvolto nei processi di apprendimento e memoria. L’insulina influisce anche sui livelli di neurotrasmettitori, come l’acetilcolina, l’epinefrina e la noradrenalina, che sono coinvolti nel funzionamento della memoria.

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Come intervenire quindi?

La psicoterapia cognitivo-comportamentale (TCC) si è dimostrata essere efficace. Questa consiste nel cambiamento di distorsioni cognitive (quindi atteggiamenti, pensieri e convinzioni irrazionali), per migliorare la regolazione emotiva sviluppare adeguate strategie di coping, ossia strategie per affrontare determinati problemi. Per i soggetti diabetici l’accento viene posto inoltre su tutto le cognizioni che potrebbero ostacolare l’aderenza alla terapia che il paziente deve seguire.

Anche l’ACT (Acceptance and Commitment Therapy), ossia una terapia che utilizza strategie di accettazione e consapevolezza per aiutare le persone a trasformare il loro rapporto con le proprie esperienze mentali indesiderate e dolorose.

Utilizzato è anche il colloquio motivazionale, ossia un approccio di counseling volto a suscitare e costruire la motivazione a intraprendere cambiamenti comportamentali antidiabetici. A differenza però del classico insegnamento, dove uno specialista da istruzioni su che comportamenti adottare, in questo caso il processo è più attivo per il paziente. Il processo di cambiamento prevede quattro fasi principali e sequenziali: coinvolgere, focalizzare, evocare e pianificare.

Anche le pratiche terapeutiche complementari, come lo yoga, sono efficaci per la cura e la gestione del diabete mellito di tipo 2. È stato dimostrato che lo yoga migliora significativamente il controllo della glicemia, i livelli di glucosio a digiuno, la glicemia postprandiale, i livelli di lipidi e la composizione corporea. Lo yoga è stato anche associato a una riduzione dell’IMC, dell’ansia, della depressione e dello stress ossidativo, nonché a un miglioramento delle funzioni cognitive, della pressione arteriosa, della qualità della vita e del benessere generale.

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