Gli ospedali psichiatrici curavano davvero i pazienti? Scopriamo la loro vera funzione

La chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari: una conquista giuridica e sociale, nonostante le crepe del nuovo sistema.  

Visualizza immagine di origine ospedali psichiatrici giudiziari – Bing images

Venerdì scorso, un detenuto ricoverato nel reparto di psichiatria dell’ospedale Martini di Torino rifiuta la terapia e comincia a opporre resistenza, minacciando con la gamba di un tavolo i medici, gli infermieri e gli agenti che lo stavano sorvegliando. La situazione è tornata alla normalità con l’intervento delle forze dell’ordine, ma l’episodio mette in allarme il Sappe, uno dei sindacati di polizia penitenziaria più rappresentativi.

Per il segretario generale, Donato Capece, “Gli ospedali psichiatrici giudiziari devono riaprire, meglio strutturati e meglio organizzati, per contenere questa fascia particolare di detenuti”, evidenziando che il disagio mentale, dopo la chiusura di queste strutture “è stato riversato nelle carceri, dove non ci sono persone preparate per gestire queste problematiche, mancano strutture adeguate e protocolli operativi”. Capece rincara la dose, paventando lo stato di agitazione dei poliziotti penitenziari che, in grave carenza di organico, “devono affrontare da soli questi squilibrati senza alcuna preparazione e senza alcun aiuto”.

GLI OSPEDALI PSICHIATRICI GIUDIZIARI: UN’ISTITUZIONE INADEGUATA PER CURARE I DISTURBI LEGATI ALLA SALUTE MENTALE

La storia delle REMS (acronimo che sta per “Residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza”) è molto recente: le prime 30 Residenze aprirono quattro anni fa, nel 2017, subentrando agli OPG, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari che, a loro volta, dal 1975, sostituivano i manicomi criminali.

La stagione dei manicomi criminali ebbe inizio circa un secolo e mezzo fa quando, ad Aversa, nella casa penale per invalidi, aprì la cosiddetta prima “sezione per maniaci”, che riusciva a contenere fino a 19 persone. Filippo Saporito, psichiatra e direttore del manicomio di Aversa, le descriveva come “delinquenti impazziti, che rappresentano scene di terrore e che portano scompiglio”.

Nel 1904 Giovanni Giolitti approvò la prima legge, la 36/1904 sui manicomi e, nei primi anni ’20, dopo Aversa, Montelupo Fiorentino e Reggio Emilia aprono i manicomi criminali di Napoli e Barcellona Pozzo di Gotto.

Nel 1930, in seguito all’istituzione del Codice Rosso, ci fu una svolta nella storia dei manicomi criminali destinati, dopo qualche decennio, a diventare OPG; il nuovo codice penale, infatti, fonda il cosiddetto doppio binario per il quale – simultaneamente alla pena – vengono istituite le misure di sicurezza, quindi anche i manicomi giudiziari, destinati a coloro che non sono imputabili, ma socialmente pericolosi. Proprio sulla base del doppio binario verranno costruiti gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, nei quali avverrà anche il trasferimento dei detenuti che, pur non presentando patologie psichiche, risultano scomodi da gestire in carcere.

Nel 1974, il cerchio dei manicomi criminali viene chiuso, facendoli parzialmente uscire dall’angolo buio in cui la società li aveva da sempre dimenticati; la causa di questa decisione deriva da un tragico evento di cronaca nel quale Antonia Bernardini, una paziente del manicomio giudiziario di Napoli, morì arsa viva mentre era bloccata in un letto di contenzione.

Nel 1975 entrò in vigore il nuovo e, ancora in essere, ordinamento penitenziario, nel quale i manicomi criminali vennero sostituiti dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, luoghi che, nella pratica, riproposero le medesime dinamiche di trattamento e internamento.

Tre anni dopo, nonostante l’approvazione della Legge Basaglia, gli OPG non vennero dismessi (come accade per i manicomi civili): al contrario, rimarranno inalterati per circa ulteriori 40 anni.

Soltanto nei primi anni del 2000, la Corte Costituzionale introdusse la possibilità di usufruire della libertà vigilata anziché ricorrere all’internamento negli OPG. Nel 2010, invece, la competenza degli OPG passa dal ministero della Giustizia alle Asl, cercando in questo modo di superare la dicotomia del doppio binario, all’interno della quale giurisprudenza e psichiatria, intrecciandosi, continuano a dar vita all’“estremo orrore” di cui parlerà l’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo aver preso visione delle condizioni di queste strutture.

Il 2010 è anche l’anno che tocca il picco massimo del numero di corpi internati: 1500 persone presenti negli OPG, una cifra superata soltanto nel 1961 quando si contavano 2.182 internati nei manicomi criminali.

Visualizza immagine di origine ospedali psichiatrici giudiziari – Bing images

L’INTRODUZIONE DELLA LEGGE BASAGLIA: UN TRAGUARDO PER RIFORMARE IL SISTEMA DI CURA DEL DISAGIO MENTALE

Precedentemente all’introduzione della Legge Basaglia 180/1978, i malati con disturbi psichici erano considerati irrecuperabili e pericolosi socialmente; di conseguenza, subivano un allontanamento e un’emarginazione dalla società, venendo rinchiusi all’interno dei manicomi.

In seguito all’applicazione di questa legge venne conseguito il primo successo, ovvero la chiusura dei manicomi, che ha permesso di restituire dignità e valore ai malati in essi reclusi.

“Ecco dunque il secondo significato fondamentale della Legge Basaglia: centralità della persona

Il significato della legge è, quindi, direttamente legato alla citazione inserita sopra: conferire dignità ai malati psichici ha contribuito a riconoscerli come persone a tutti gli effetti. In quanto persone, il riconoscimento dei loro diritti è stata una conquista di civiltà.

Questa considerazione ha indicato la fine dei metodi custodialistici riconoscendo, invece, la necessità di una presa in carico della persona (secondo significato fondamentale della Legge Basaglia).

Lo spostamento da strategie di tipo custodialistico a presa in carico della persona ha comportato la valorizzazione di tutti gli aspetti ad essa legati, sia di tipo biologico che di tipo psicologico e sociale. Quest’ultimo aspetto, in quell’epoca, risultava prevalente per le evidenti caratteristiche di esclusione e di emarginazione a cui erano sottoposti “i malati”.

Questo approccio ha comportato anche un grosso sforzo, nonché l’assunzione di un’importante componente di rischio da parte dei professionisti che hanno contribuito a realizzare la chiusura dei manicomi. Essi hanno necessariamente messo in discussione il proprio sapere e il proprio modo di essere.

Mettere tra parentesi il pregiudizio diagnostico e i ruoli precostituiti significava, in quel momento, dare senso al non apparente senso della sofferenza psichiatrica. La cosiddetta ‘sospensione del giudizio’ (che rappresenta l’epochè della corrente fenomenologica di quel periodo) ha rappresentato una novità in campo professionale che ha richiesto un grande atto di umiltà ed ha determinato un modo nuovo di approcciarsi alla persona in quanto tale.

Tutto ciò ha permesso la nascita del nuovo modello di presa in carico, che si realizzava attraverso un incontro autentico tra paziente e terapeuta, in cui l’accoglienza, l’ascolto, il sentire l’altro rappresentavano la premessa per una collaborazione attiva, ovvero l’atto di un lavorare in sinergia per attuare il cambiamento che avrebbe rappresentato l’avvio effettivo della riabilitazione psichiatrica.

LA DIFFERENZA TRA FOLLIA E MALATTIA MENTALE

FOLLIA

Innanzitutto, la follia in senso psicologico non esiste. La parola “pazzia” è stata usata a un certo punto della storia umana per descrivere l’intero spettro delle malattie mentali. Prima di allora, i nostri antenati concludevano che la pazzia fosse causata da Dio come punizione per qualche azione sinistra o come parte del destino di una persona. Persino l’epilessia, a un certo punto, è stata descritta come pazzia. A quel tempo, i malati di mente venivano tenuti in manicomi religiosi – per lo più in condizioni orribili – all’interno dei quali venivano effettuate preghiere per loro. Grazie alla scienza, secoli dopo abbiamo scoperto che quella che veniva definita pazzia o punizione di Dio era in realtà una forma di malattia del cervello che poteva essere trattata come una malattia fisica. Abbiamo quindi iniziato a chiamarla pazzia e siamo passati dalla detenzione dei pazienti nei manicomi a quella che veniva chiamata “manicomio”. La scienza continua a mettere in discussione queste convinzioni e sembra che ogni generazione scopra nuove verità sul cervello e sulla sua salute, tanto che oggi ci riferiamo alle persone come schizofreniche, psicotiche o bipolari invece di chiamarle pazze. E non ci riferiamo più ai centri di cura come manicomi, ma come ospedali psichiatrici.
L’infermità mentale si è trasformata in un termine giuridico utilizzato per difendere le azioni di una persona. Il dizionario giuridico definisce l’insanità come “n. malattia mentale di natura così grave che una persona non è in grado di distinguere la fantasia dalla realtà, non può condurre i propri affari a causa della psicosi, o è soggetta a un comportamento impulsivo incontrollabile”. Allo stesso modo, man mano che gli ospedali psichiatrici sostituivano i manicomi, la parola “manicomio” si è trasformata in gergo politico per indicare la ricerca di un rifugio in un paese straniero.
MALATTIA MENTALE
La malattia mentale, detta anche disturbo mentale, si riferisce a un’ampia gamma di condizioni di salute mentale – disturbi che influenzano l’umore, il pensiero e il comportamento. Esempi di malattie mentali sono la depressione, i disturbi d’ansia, la schizofrenia, i disturbi alimentari e le dipendenze.
Molte persone hanno problemi di salute mentale di tanto in tanto. Ma un problema di salute mentale diventa una malattia mentale quando i segni e i sintomi costanti causano stress frequente e compromettono la capacità di funzionare.
Una malattia mentale può rendere infelici e causare problemi nella vita quotidiana, ad esempio a scuola, al lavoro o nelle relazioni. Nella maggior parte dei casi, i sintomi possono essere gestiti con una combinazione di farmaci e terapia del dialogo (psicoterapia).

 

 

 

Lascia un commento