Aborto, allontanamento e abbandono: la maternità riscoperta da Hirozaku, passando per Munro sino a Ernaux

Tu sei lo specchio di tua madre e lei in te rievoca il bell’aprile della sua giovinezza – William Shakespeare

Le buone stelle - Broker: come diventare una famiglia
Da sinistra verso destra: Dong-soo (Gang Dong-Won), Sang-hyeon (Song Kang-ho) con il piccolo Wa-song, So-young (Ji-eun Lee), Soo-jin (Doona Bae) e il detective Lee (Joo-young Lee) in Le buone stelle – Broker scritto e diretto da Kore’eda Hirokazu, 2022.

In questo momento storico più che mai si ritorna continuamente a parlare di maternità. La discussione non si risparmia neanche in Italia, ora che la lotta per il diritto all’aborto sembra essere una minaccia sempre più reale. Il pensiero di fondo lo conosciamo bene tutti. Si è madri solo se si hanno dei figli che si allevano, e l’utopia è raggiunta nella sua totalità quando accanto si ha un marito etero con cui prendersi cura della famiglia. D’altronde, per citare il nostro nuovo presidente della Camera dei Deputati:

L’aborto è uno strano caso di diritto che prevede l’uccisione di un innocente.

Che dire poi delle madri che non scelgono questa via, ma l’allontanamento dopo il parto? Il biasimo che ricevono non è meno feroce. Le donne che intraprendono questa via sono accusate di non provare alcun affetto verso il proprio bambino; di essere crudeli e irresponsabili. La stessa Soo-jin, all’interno del film Le buone stelle – Broker, si ritroverà più volte a ripetere:

Non metti al mondo un bambino se poi lo abbandoni.

Eppure, bisognerebbe forse rendersi conto che la maternità non è così semplice. Si è madri anche quando il figlio che si ha partorito non vive con sé, e questo non conosce la donna che lo ha partorito. Si è madri anche quando non si cresce un bambino con il proprio marito, all’interno di quella che molti considerano la “famiglia tradizionale”. Si è madri anche quando, per il bene di quello che sarebbe potuto diventare un figlio, si sceglie di interrompere la gravidanza per risparmiare una vita che non sarebbe stata giusta per nessuno dei due.

Il cinema e la letteratura come sempre riescono ad abbattere queste barriere erette dai “signori benpensanti”, per usare un’espressione di De Andrè. Hirozaku mostra con la delicatezza tipica del mondo nipponico quanto una madre possa amare il proprio bambino e in virtù di questo sentimento scelga di abbandonarlo. Alice Munro ci descrive quanto possa essere dannoso crescere con una madre biologica che non sa nulla di come allevare un bambino. Ed Ernaux, con la sua dolce violenza tipica del suo stile, ci racconta della sua decisione di abortire.

Ti amerò per sempre, per questo ti lascio andare

So-young è una prostituta. Scappata da una famiglia infelice, senza neanche un soldo, l’unica cosa che le resta per sopavvivere è vendere il proprio corpo. Dopo uno dei suoi soliti incontri con un ricco cliente, si rende conto di essere incinta di lui. La mezzana le suggerisce di abortire, ma lei è ostinata: quel bambino è suo, e nonostante la sua vita difficile, vuole tenerlo. Così partorisce, e cerca nuovamente il padre del bambino, che però non ne vuole sapere. Anzi: cerca di portarglielo via con la forza. Nel disperato tentativo di proteggere il suo cucciolo, So-young uccide il genitore di Wa-song. E sconvolta, capisce in questo modo di aver compromesso definitivamente l’avvenire del piccolo.

Se scoprissero il suo delitto, sarebbe rinchiusa in un carcere. E come potrebbe crescere Wa-song in una tale condizione? La ragazza prende così una decisione: abbandonare il piccolo. Lo lascia in una baby-box gestita da una chiesa, sperando in questo modo di potergli dare un avvenire migliore.

Il suo passato è chiuso dentro ad uno scrigno, in fondo al petto. Le poliziotte che la osservano non hanno idea di che cosa la giovane abbia passato: e il giudizio scatta immediatamente.  Soo-jin la accusa a più riprese di essere una cattiva madre, che avrebbe dovuto abortire piuttosto che mettere al mondo una creatura destinata ad essere abbandonata. Eppure, a mano a mano che le due seguono la vicenda, la verità si disvela dinnanzi ai loro occhi in tutta la sua tenera brutalità.

D’altronde, anche Dong-soo e Sang-hyeon non conoscono la storia di Soo-jin, la quale nel frattempo è tornata indietro a reclamare il figlio, pentitasi della scelta fatta. Insieme, i tre cercheranno una coppia a cui vendere Wa-song, motivo per cui le due poliziotte continuano a seguirli, con lo scopo di arrestarli. Comincia così un viaggio in cui i due, osservando il bambino e la madre, riscopriranno il loro passato.

Dong-soo capirà di essere stato un pessimo padre e cercherà di riallacciare i rapporti con sua figlia. Sang-hyeon, a sua volta abbandonato dalla madre quando era piccolo (la quale aveva lasciato su di lui un biglietto in cui prometteva di tornare a prenderlo, cosa che invece non ha mai fatto, a differenza di Soo-jin), riuscirà infine a perdonarla. Solamente osservando l’amore di Soo-jin per Wa-song, distrutta all’idea di sparire dalla sua vita, ma che comunque decide di percorrere questa via per il bene del bambino, Sang-hyeon può trovare conforto per quanto ha vissuto.

E così, da broker, i due divengono i cavalieri della dama e del piccino. Si assumono le loro responsabilità e mettono da parte il proprio lavoro, per fare in modo che So-young e Wa-song possano essere felici. Proprio come una famiglia: ecco la chicca finale di Hirozaku. Non per forza i due genitori biologici e i propri bambini devono essere l’unico nucleo famigliare possibile.

Si può amare un bambino come fosse proprio senza essere il vero padre. Si può essere felici anche scardinando i canoni a cui siamo abituati a pensare. E l’atto d’amore di ogni personaggio del film, consacrato alla serenità di Wa-Song, dimostra senza alcun’ombra di dubbio questa tesi.

Picasso, Il confronto tra le opere di “Maternità” | #arte - FRONTIERE
Madre e hijo (saltimbanquis), 1905, Pablo Picasso.

Ti ho amato, ma devo lasciarti andare

Mentre scrivevo questo titolo, non ho potuto fare a meno di ripensare a una famosa frase di Oscar Wilde:

I figli iniziano amando i loro genitori, in seguito li giudicano. Raramente, se non mai, li perdonano.

Credo che non ci sia un modo più semplice di queste poche parole per esprimere il conflitto generazionale tipico di qualsiasi rapporto figlio-genitore. A sostegno di tali considerazioni, ci viene in aiuto Alice Munro. Nella sua raccolta di racconti Runaway, troviamo una trilogia in cui la protagonista è Juliet.

Con il primo racconto assistiamo a come la ragazza si innamori perdutamente di un uomo disfunzionale, più grande di lei, incline al mentire e all’anaffettività. Proseguendo la lettura con il secondo, leggiamo la crescita del loro rapporto, dal momento che nel frattempo hanno avuto una bambina, Penelope. Assistiamo infine all’abbandono, questa volta, da parte della figlia nei confronti della madre. Penelope infatti, ormai adulta, sceglie di allontanarsi da Juliet. Noi però non conosciamo il suo punto di vista, dal momento che la prospettiva è tutta dal punto di vista della madre.

Juliet non si riesce a capacitare del gesto della figlia. Non trova un motivo valido che possa spiegare il perché di un tale gesto. Certo, forse a volte si è mostrata troppo fragile, sfogandosi con la figlia dopo la morte del compagno. Forse certe volte ha preso con leggerezza argomenti che per Penelope invece erano importanti…

Il tormento crescente di Juliet viene tratteggiato dalla Munro con abile maestria, facendoci assistere al progressivo disintegrarsi della sua vita, sia da un punto di vista professionale, sia sentimentale. Rimasta ormai sola e senza speranza di poter rivedere la figlia, il racconto si conclude in una sorta di tragedia moderna, ripresa a partire dallo stesso nome della protagonista.

Se Penelope ha deciso di voltare le spalle alla madre, dopo la morte del padre, dobbiamo quindi dedurre che Juliet non sia stata un buon genitore. Non è mai riuscita a comprendere la figlia, tanto da non essere neanche in grado di trovare una valida spiegazione per l’allontanamento.

Penelope d’altrocanto, come profetizzato dalle parole di Oscar Wilde, non riesce a perdonarla. A differenza di Sang-hyeon, che nonostante sia stato allevato in un orfanotrofio, ha compreso l’amore che sua madre ha provato per lui sino a riuscire a riconciliarsi con quella figura di cui neanche si ricorda, lei preferisce abbandonare la donna con cui è cresciuta.

Forse anche lei, come Soo-jin, pensava che in questo modo avrebbe tutelato entrambe? Forse è stato un atto egoista? Ma in fondo, non è forse egoista lo stesso desiderio di avere un figlio, se poi non si è in grado di crescerlo nella giusta serenità e felicità che merita?

Ti avrei amato, per questo ti lascio andare

I figli dell’amore sono sempre belli.

La frase lapidaria raggiunge le orecchie di una Ernaux ventitreenne all’improvviso. Sono le parole che le annunciano una gravidanza non voluta, né prevista. Il pensiero che annota nel suo diario, il cuore ancora incastrato in gola, è ancor più violento:

È orribile: sono incinta.

Siamo in Francia, nel 1963. L’aborto è illegale. Come molti politici contemporanei, anche allora si aveva la visione propria di un mondo patriarcale, in cui il pensiero di una donna che abortisce è sinonimo dell’uccisione di un essere vivente. Cosa importa se i dati scientifici asseriscono che in quella prematura fase non c’è ancora vita pulsante, ma un agglomerato di cellule informi? Lì, incastonato nel ventre materno, vedono già un bambino. Ed ecco che la madre diventa un’assassina.

Ma Ernaux non cede, anzi. Non solo decide di porre fine alla gravidanza, ma prende anche posizione. Scrive infatti L’evento, nel 2000, dove racconta proprio di questo fatto:

“Se non andassi fino in fondo a riferire questa esperienza contribuirei ad oscurare la realtà delle donne schierandomi dalla parte della dominazione maschile del mondo”.

Il mondo in cui vive non le riconosce un suo diritto, e il libro descrive la ricerca di una ragazza che tenta disperatamente di abortire. Il suo corpo pian piano si trasforma, in una sorta di metamorfosi che aspetta appunto il manifestarsi dell’evento, ossia il parto. Tuttavia, lei sceglie di far mutare anche il significato dell’evento: non più una nascita, bensì la sua interruzione. La decisione non sarà affatto facile: assieme ai sensi di colpa e ai tormenti del suo animo si aggiungerà il peso di una società assieme giudicante e indifferente.

Attraverso le pagine del piccolo libro, veniamo sommersi assieme ad Ernaux in una vergogna clandestina in cui ogni conforto è negato. Il ragazzo che l’ha messa incinta ignora il problema, le sue amiche l’avvertono che ciò che sta facendo è proibito.

Sola, in un mondo ostile, riuscirà grazie all’aiuto di una “fabbricante di angeli” a camuffare il suo aborto come spontaneo. Questa le ridarà la vita che in quei mesi aveva perduto, ma il prezzo da pagare è caro. Nel commentare ciò che ha vissuto Ernaux asserisce:

Ho ucciso mia madre in me in quel momento.

In questa doppia disintegrazione della maternità avvertiamo tutto il dolore di un giovane cuore strappato dall’infanzia e gettato nell’ostilità del reale. Un cuore giovane che una volta maturato avrà dei figli, ma che in quel momento non ne aveva la forza e la capacià. E che proprio per questo, conscio della situazione impossibile da gestire, decide di fare un atto d’amore sino a far subire a sé stesso una violenza dolorosa. E questo, per quanto mi riguarda, significa già essere madri.

 

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